venerdì 18 agosto 2017

NOBEL ITALIANI PER LA LETTERATURA


In oltre cento anni di storia il nostro paese è stato premiato per sei volte con il Nobel per la letteratura. 
Pochi, direte voi?
In effetti sì, se guardiamo alla Francia che quasi ci triplica, e a Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Svezia che ci precedono in classifica, mentre Spagna e Russia (compresi i premi assegnati quando era Urss) lottano punto a punto con il Bel paese.
Certo, non si tratta di un torneo sportivo e non bisogna dimenticare le dinamiche storico-politiche che talvolta influenzano l'assegnazione dell'ambito premio.
Passiamo in rapida rassegna i nostri vincitori, anticipando che alcuni di loro sono finiti (quasi) nel dimenticatoio, sia per quanto riguarda i manuali scolastici che nella memoria collettiva.

Giosuè Carducci - 1906

Motivazione:

“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica.”

Nato a Valdicastello di Pietrasanta nel 1835, il Carducci si è formato attraverso lo studio dei classici e osservando il paesaggio tipico della sua terra natia. In gioventù fu "scudiero dei classici", un pedante difensore della tradizione ed anche della classicità moderna (Foscolo, Leopardi...); negli anni del Risorgimento fu giacobino e repubblicano, legato anche alla massoneria, affascinato dal socialismo e dalle idee mazziniane, mentre per la Chiesa dimostrava quasi odio; il periodo successivo fu segnato da una sorta di "ritorno all'ordine", da un accumularsi di tematiche intime e storiche, mentre politicamente fioccavano le critiche alla sinistra, avvicinandosi a Crispi ed alla monarchia; gli ultimi anni segnano il trionfo del "poeta vate", guida retorica e spirituale degli italiani, sebbene le liriche di fine secolo abbiano fatto intravedere inquietudini romantiche.
Tra le opere principali ricordiamo Juvenilia, Levia Gravia, l'Inno a Satana, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi. Fu anche critico e gran prosatore.
Si spense a Bologna nel 1907.
Un tempo veniva studiato a menadito, dalle elementari dove le poesie erano imparate a memoria fino all'università che contavano corsi interamente su di lui. Oggi, al di là di qualche pagina di raccordo nei manuali, è messo in secondo piano rispetto a Pascoli e D'Annunzio, sebbene la sua attività poetica abbia influenzato profondamente i successori: dagli esperimenti sulla versificazione al culto della parola isolata, dalla carica visionaria alla classicità moderna, il tutto mantenendo sempre un forte impegno ed una robustezza formale.

Grazia Deledda - 1926

Motivazione:

“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.”

Nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936, l'autrice rimase sempre legata emotivamente e letterariamente alla sua Sardegna.
Fu verista quasi per istinto, ma le sue opere trasudano di un decadentismo molto personale ed intrigante. Il realismo, infatti, non sfocia in analisi sociali o economiche, ma segue il flusso dell'animo attraverso un'isola narrata come sentimento spirituale, più che come luogo fisico. I romanzi della Deledda vedono sempre incombere una sorta di colpa primitiva da scontare nella vita, con una passione per le proprie origini che non tralascia l'aspetto doloroso della vita.
E' il caso dell'opera più nota, Canne al vento, storia familiare tutt'altro che tradizionale vista la presenza di esseri mitici, omicidi, ritorni e punizioni esemplari, il tutto concluso da una pace affatto rassicurante.
Conosciuta forse più all'estero che in Italia, ancora oggi viene praticamente ignorata a scuola ed affrontata in maniera rapida e sommaria all'università.


Luigi Pirandello - 1934

Motivazione:

“Per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale.”

Nato a Girgenti (Agrigento) nel 1867, morto a Roma nel '36,  come l'autrice precedente è sempre rimasto molto legato alla sua terra, sebbene la grandezza intellettuale lo abbia reso un intellettuale globale. I primi scritti letterari (anche poetici, sebbene le sue liriche non si studino praticamente mai) sono dunque legati alla Sicilia più folklorica, mentre figure come quelle dell'inetto e conflitti familiari fanno intravedere già tematiche universali. Gli anni a cavallo tra i due secoli sono segnati dalla coscienza della crisi e dal relativismo antipositivista, il tutto frutto anche di una situazione economica e familiare non rosea. Nei primi 15 anni del '900 si consuma l'approccio umoristico, non solamente letterario ma filosofico, con una predilezione per novelle e romanzi che pian piano lascia spazio al teatro. Ed infatti il periodo del primo dopoguerra è segnato da una profonda riflessione sul genere, mentre le sue opere gli consegnano fama internazionale e successi in patria, anche grazie alla vicinanza al fascismo, mai amato, tuttavia, e più avanti criticato. L'ultimo decennio vede tornare la presenza di tematiche surreali legate all'inconscio, mentre l'amore per l'arte sembra dare un nuovo ruolo agli intellettuali, anche in tempi di disfacimento storico e crisi di significati.
Ricordiamo le opere principali: Il fu Mattia Pascal, Si gira, Uno, nessuno e centomila, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d'autore...
Non c'è spazio solo per citare tutte le opere più importanti e non basterebbero cento pagine per riassumere la sua grandezza intellettuale. Giustamente è uno degli autori più affrontati a scuola ed in ambito accademico.


Salvatore Quasimodo - 1959

Motivazione:

“Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.

Nato a Modica nel 1901 e morto a Napoli nel 1968, il suo nome è legato a due diversi momenti delle letteratura contemporanea. In una prima fase fu ermetico, uno dei maggiori autori di tale corrente, legato al concetto di poesia come valore superiore, come mezzo per recuperare l'origine mitica perduta, il tutto adornato da una musicalità dei versi e da procedimenti analogici che tendono a mettere in secondo piano i temi. La storia, invece, torna prepotentemente protagonista durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'ideologia e l'impegno non sono più visti come un'alternativa, ma come l'unico orizzonte possibile. In questa fase i versi diventano più lunghi, le tematiche concrete, si passa dall'io al mondo, cercando di affrontare problemi legati alla contemporaneità.
La prima fase è segnata da opere come Acque e terre, Oboe sommerso, mentre Giorno dopo giorno è la raccolta più importante del dopoguerra.
A scuola viene sommariamente trattato tenendo presente questi due momenti, quasi sempre si contrappongono le liriche Ed è subito sera e Alle fronde dei salici per inquadrare le differenze tra prima e dopo. In ambito universitario non si va molto più in là.

Eugenio Montale - 1975

Motivazione:

"Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni.”

Altro Nobel tutt'altro che dimentica, come Pirandello. Nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981, l'evoluzione della sua poetica si può seguire passando in rassegna le raccolte.
Con Ossi di seppia ('25) siamo nella fase iniziale, quando si contrappongono ancora terra e mare, mondo ed esilio, presa di coscienza e fuga. E' un romanzo di formazione in chiave poetica, segnato da uno stile arido che indica già il trionfare del momento negativo, seppure la ricerca di una energia morale permanga ancora come speranza e come fede nella letteratura.
Le occasioni ('39) esplorano questa possibilità. La cultura è vista come possibile via di fuga dai drammi storici ed esistenziali, ma nulla può dinnanzi all'orrore della guerra imminente. Lo stile si fa più alto, quasi a voler trovare un risarcimento al caos del mondo; la donna Clizia è il simbolo di tale dualismo, seppure nelle liriche finali il suo disfacimento segni ormai la sconfitta.
La bufera ed altro ('56) ha già nel titolo la perdita della speranza. Tra i drammi privati (la morte di Mosca) e pubblici (la disillusione sul mondo "liberato") si snoda un cammino che parte dalla precedente allegoria salvifica e finisce per trovare spazio solo nel passato intimo oppure nel presente "umile", nel "basso" della vita concreta, rappresentata dalla donna Volpe e da animali come l'anguilla.
Il successivo silenzio poetico è una naturale conseguenza di ciò, mentre opere in prosa come Farfalle di Dinard, e saggi quali Nel nostro tempo analizzano l'isolamento come una via possibile.
Satura ('71), dunque, non può che riproporre la poesia come plurilinguismo, come prosastico rassegnarsi, come alluvione globale e parodia delle letteratura passata (anche autoparodia) che ha molti legami con il postmoderno, mentre gli unici momenti di commozione sono confinati nel ricordo della moglie.
Il carattere diaristico sarà mantenuto nelle raccolte successive.
Questa parabola complessa spesso è ignorata in ambito scolastico, ed infatti si studiano soprattutto le poesie della prima raccolta. All'università di va maggiormente in profondità, con un'attenzione per l'ultimo Montale che sta aumentando sempre più.


Dario Fo - 1997

Motivazione:

“Seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Nato a Sangiano nel 1926, morto a Milano nel 2016, l'ultimo Nobel italiano viene praticamente ignorato a scuola, aggiungiamo anche colpevolmente, mentre gli accademici risultano ancora divisi, anche se non soprattutto per ragioni politiche ed ideologiche. C'è chi non lo considera nemmeno degno di essere contemplato dai manuali, mentre altri lo adorano acriticamente.
La sua attività creativa dovette scontrarsi sa subito con critiche e censure, anche per la carica satirica evidente in opere come Mistero buffo. Morte accidentale di un anarchico, poi, segna un maggiore impegno politico, ma sempre condito da ironia pungente e "follia" sapientemente studiata.
Il papa e la strega mantiene ancora il legame con l'attualità, in questo caso riferita alle ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana.
La gigantesca produzione di Fo manterrà sempre viva questa dualità: ironia e attivismo, anche a costo di veder eccedere l'uno o l'altro polo, con un'energia incredibile che lo vedrà in scena praticamente fino agli ultimi giorni.



martedì 8 agosto 2017

DON LORENZO MILANI E LA SCUOLA DI BARBIANA



Don Lorenzo Milani fu trasferito nella parrocchia di Barbiana nel 1954 in seguito ad uno scontro con il cardinale di Firenze, tuttavia, sebbene costretto ad una sorta di confino, il sacerdote quarantenne non si perse d’animo, ma diede il via ad una particolare esperienza educativa,  successivamente nota come “Scuola di Barbiana”, che continuerà a portare avanti fino alla morte avvenuta nel 1967. Le attività didattiche duravano tutto l’anno, ogni giorno della settimana e durante il dì si mescolavano con i lavori tipici della campagna. Il programma didattico non aveva un cursus preciso, ma veniva costantemente rimodellato dal confronto tra insegnante ed allievi, non tralasciando di affrontare questioni politiche e sociali scomode (anche attraverso la lettura del giornale), le quali portarono a numerosi attacchi sia da parte del mondo ecclesiastico che da quello laico. L’insegnamento della lingua italiana aveva una grande importanza, ma non era dimenticato lo studio delle lingue straniere, fondamentale  per allargare l’orizzonte culturale ed umano degli allievi. I ragazzi più grandi insegnavano a quelli più piccoli e tutto il processo formativo veniva condiviso dalla comunità, a partire da una sorta di innovativo laboratorio di scrittura.  

All’interno di questa particolare esperienza educativa è possibile individuare una serie di principi fondamentali: il primo, riassunto dal motto “I care” (mi sta a cuore), sintetizza il bisogno di aver cura per le altre persone, ma in maniera autentica e disinteressata e non con finzione o pregiudizi; l’insegnamento di Don Milani metteva al primo posto la parola, quindi le capacità e le conoscenze linguistiche, ritenute fondamentali per far sì che gli studenti diventassero dei veri cittadini e non fossero costretti a delegare ad altri l’espressione delle proprie richieste; basilare è anche il concetto di cooperazione, intesa come lavoro di gruppo, ma anche scambio reciproco tra discente e docente; il fine dell’educazione deve essere il sapere, ma non quello egoistico, bensì il sapere comune, da condividere con gli altri e avente come obiettivo la conoscenza dell’altro.  
Un sorta di manifesto della scuola può essere considerato il libro Lettera ad una professoressa, scritto in collaborazione tra maestro ed alunni. L’opera lanciò una forte protesta contro l’istruzione pubblica di allora, accusata di voler mantenere lo status quo sociale penalizzando i ragazzi più bisognosi e favorendo coloro che avevano alle spalle una famiglia ricca, vanificando così la riforma che aveva portato alla scuola media unificata. Era messo sotto accusa anche il sistema dei programmi, antiquati e nozionistici, destinati a formare una conoscenza che ben poco poteva essere utile ai giovani; Don Milani ed i suoi ragazzi, invece, desideravano una scuola di vita, capace di formare i gli studenti in vista di un loro inserimento sociale. Un altro atto di accusa era indirizzato alla valutazione,considerata discriminatoria e non adeguata a distinguere le differenti basi sociali e culturali dalle quali partivano gli studenti. Non vennero risparmiati gli stessi docenti, artefici di un disimpegno morale che sviliva la loro professionalità e condannava gli alunni più fragili.
La lettera non si presentava come un atto di accusa vago e retorico, ma accompagnava ogni sua denuncia con dati e grafici precisi, tesi a dimostrare come la dispersione scolastica fosse proporzionale al livello sociale delle famiglie di appartenenza dei ragazzi. Oltre alla critiche erano presenti anche proposte finalizzate al miglioramento del sistema scolastico: si richiedeva di non bocciare, puntando invece al recupero più che alla censura delle difficoltà; si sottolineava la necessità del tempo pieno, soprattutto per gli studenti con carenze e si ribadiva continuamente la necessità di formare i ragazzi non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche umano e sociale.
A mio parere la scuola di Barbiana ha avuto un ruolo fondamentale nel cambiare il nostro sistema dell’istruzione. Grazie a quella esperienza la scuola ha iniziato a modificare i propri obiettivi, trasformandosi in un sistema di inclusione piuttosto che di selezione. Si è cominciato a riflettere sulla necessità di formare cittadini consapevoli ed autonomi, non puntando soltanto alle acquisizioni nozionistiche. Un’innovazione a mio giudizio fondamentale è stata quella di mettere al centro del curriculum scolastico l’insegnamento delle lingue straniere, requisito oggi scontato fin dalle elementari, ma allora tutt’altro che attuale. Anche l’idea del tempo pieno è stata un’innovazione successivamente ripresa all’interno del sistema scolastico, sia per migliorare l’apprendimento degli studenti sia per venire incontro alle nuove esigenze dei genitori.
Per quanto riguarda le mie materie di insegnamento, credo che Don Milani abbia contribuito al mutamento di rotta dell’istruzione linguistica, spingendo quest’ultima ad un’apertura maggiore rispetto ai diversi codici linguistici e  incrementando l’attenzione nei confronti dei fenomeni locali, coniugando il tutto con una pratica costante e varia. Dal punto di vista della Storia e dell’Educazione civica la scuola di Barbiana contribuì ad incrementare lo studio degli avvenimenti attuali, prestando attenzione ai cambiamenti sociali e politici in atto, attraverso la lettura del giornale in classe e portando avanti dibattiti collettivi.
Certo non tutte le innovazioni di Don Milani hanno avuto lo stesso seguito ed alcune peculiarità della sua scuola furono strettamente legate al contesto e, dunque, irripetibili, tuttavia il contributo che diede ai mutamenti dell’istruzione è stato enorme, non a caso oggi si tende a collegare la scuola di Barbiana con il successivo movimento del ’68, non soltanto in virtù di un legame temporale, ma soprattutto per alcune idee comuni e l’affine carica rivoluzionaria.

lunedì 31 luglio 2017

LE DIECI BATTAGLIE PIÙ IMPORTANTI DELLA STORIA

Cosa sarebbe accaduto se quella battaglia fosse andata diversamente?
La storia umana è, purtroppo, soprattutto una narrazione di conflitti. Molti di questi sono stati decisivi per le sorti di dinastie, nazioni, popoli e il loro esito ha segnato il destino dell'umanità.
Abbiamo selezionato 10 scontri fondamentali, cercando di attraversare le varie epoche storiche.
Ovviamente ci sono tantissime altre battagli che hanno segnato il cammino del mondo; segnalatecele anche voi, così da poter realizzare presto un altro post!

1) BATTAGLIA DI QADESH - 1285 a.C. - ITTITI vs EGIZI [pareggio]

La Siria è sempre stata una regione piuttosto ambita, non soltanto in età contemporanea. Snodo commerciale, granaio d'oriente, luogo militare strategico.
Ittiti ed Egizi se le erano già suonate da tempo, ma in quella battaglia intendevano annientare l'avversario per stabilire il dominio sull'area e prepararsi ad affrontare altri nemici in arrivo, come i terribili Assiri.
Muwatallish guidava l'esercito ittita, il faraone Ramses II quello egizio.
I primi avevano il doppio delle forze rispetto ai secondi, potendo contare anche su più carri da guerra.
Gli egizi vennero sorpresi dalle forze ittite, ma riuscirono a resistere e contrattaccare, spingendo i carri nemici nel fiume. Gli ittiti, stranamente, non impiegarono tutte le loro forze disponibili in campo, rinunciando a proseguire una battaglia non ancora persa.
Chi vinse? Nessuno lo sa con certezza. Entrambi i popoli hanno tramandato fondi scritte dove rivendicano il trionfo.
Un patto di qualche anno successivo (uno dei primi trattati ad esserci giunti da entrambi i fronti), segna la spartizione del territorio tra i due imperi.
Un'eventuale successo netto, però, avrebbe segnato un dominio forse eccessivo, tale da assicurare il controllo non solo di quell'area.

2) BATTAGLIA DI SALAMINA - 480 a.C. - GRECI vs PERSIANI [vittoria greca]

Nonostante la sconfitta subita dieci anni prima a Maratona, i persiani di Serse non avevano abbandonato l'idea di imporsi sugli elleni. Questi ultimi erano divisi su tutto: cedere all'invasore? combatterlo in mare o via terra?
Alla fine Temistocle convinse i suoi ateniesi ed anche gli alleati ad affrontare la flotta nemica, nonostante contasse più del doppio delle proprie navi.
Da ricordare lo scontro precedente delle Termopili, importante più per l'onore che per la storia, sebbene fece perdere tempo prezioso ai persiani.
Il generale greco fece costruire rapidi triremi, molto più funzionali per un combattimento in uno stretto rispetto ai colossi persiani. Accerchiò i nemici tra secche e scogliere, quindi per dieci ore colpì a ripetizione, affondando oltre 200 navi avversarie contro le 40 perse dal suo esercito.
Serse tornò in patria, lasciando il comando a Mardonio che poco tempo dopo fu sconfitto definitivamente a Platea.
Un'eventuale vittoria persiana avrebbe segnato la fine del mondo greco, stravolgendo l'assetto dell'occidente, con esiti che avrebbero influenzato la storia del mediterraneo e quindi del mondo intero.

3) BATTAGLIA DI ZAMA - 202 a.C. - ROMANI vs CARTAGINESI [vittoria romana]

La vittoria nella prima guerra punica aveva permesso ai romani di affacciarsi in modo concreto nel mediterraneo, sconfiggendo i temibili punici proprio sul mare dove si sentivano più forti. Il secondo conflitto iniziò nel 218 a.c. grazie all'artificio di Sagunto, città romana situata in territorio cartaginese. Inaspettatamente, però, questi ultimi riportarono diverse vittorie sul suolo italico (una su tutte, Canne).
La riscossa iniziò grazie a Scipione, sbarcato poi in suolo africano per dare il colpo decisivo ai nemici. Dall'altra parte c'era Annibale, tornato nella propria terra dopo tre decenni di peregrinazioni per l'Europa.
I due generali diedero vita ad un vera e propria partita a scacchi. Annibale lanciò gli elefanti, ma i romani ormai li conoscevano e sapevano come confonderli, ossia con trombe e tamburi. L'alleato romano Massinissa lanciò la sua cavalleria contro quella cartaginese, la quale forse fuggì proprio per allontanarla dallo scontro.
Annibale voleva riproporre la tattica usata a Canne. Fingere di subire per far avanzare le forze romane, così da circondarle in una morsa mortale. Ma stavolta non andò così. Invece di avanzare a cuneo Scipione allargò al massimo il suo schieramento, arrivando quasi a combattere uno contro uno. Quando la cavalleria romana tornò alla carica fu un massacro per i punici.
Un'eventuale vittoria cartaginese avrebbe segnato una battuta d'arresto terribile per i romani, i quali dovevano ancora consolidare il potere in Italia (per via degli alleati latini e non), ed anche a est, con gli insidiosi numidi.
Sconfitti gli eterni nemici iniziò il trionfo, ma, secondo alcuni storici romani, la perdita di un avversario così grande fu anche causa di rammollimento.

4) BATTAGLIA DI TEUTOBURGO - 9.d.C. - ROMANI vs GERMANI [vittoria germana]

I germani erano sempre in agitazione, affatto disposti a sopportare il giogo romano, appesantito da tentativo di imporre leggi e costumi stranieri a popoli indomiti. Il governo della regione era stato affidato a Publio Quintilio Varo, uomo di legge più che di guerra. Difatti, per sopprimere la rivolta, mosse un esercito fin troppo folto, con tanto di carri non agevolmente manovrabili nella selva. I germani di Arminio li assalirono all'improvviso, provocando una disastrosa ritirata: Varo si uccise, gli ufficiali catturati furono sacrificati, i soldati semplici venduti come schiavi.
Una eventuale vittoria romana avrebbe spostato il confine ben oltre il Reno; certo sarebbe stata dura, ma forse avrebbe permesso all'impero di sgominare l'insidia barbarica prima ancora che si manifestasse con tutta le sua irruenza. In questo modo la storia romana ed europea sarebbero cambiate del tutto.

5) BATTAGLIA DI POITIERS - 732. d.C. - FRANCHI vs ARABI MUSULMANI [vittoria franca]

L'ascesa della potenza islamica ormai andava avanti da circa un secolo, cioè dalla predicazione di Maometto. Dopo la sua morte lo slancio fu tale da coprire l'Asia, l'Africa del nord ed anche la penisola iberica. Passati i Pirenei decisero di puntare verso l'Aquitania, che subito venne sconfitta. Arrivò in suo aiuto Carlo Martello, figli di Pipino di Heristal e maestro di palazzo all'interno dell'ormai morente dinastia merovingia.
Il comandante moro  Abd ar-Rahman tentò di attirare i franchi in una trappola, alternando attacchi a fughe, ma Carlo non cedette e fece in modo da colpire gli arcieri arabi scoprendo la loro cavalleria. Quando si trovarono corpo a corpo le due fanterie la meglio andò ai franchi, viste le potenti e resistenti corazze. Con il convergere dei cavalieri aquitani non ci fu scampo per gli invasori. Secondo la leggenda fu lo stesso Carlo Martello ad uccidere il capo avversario.
Un'eventuale vittoria arabo-mussulmani avrebbe segnato il declino dell'occidente cristiano e dei suoi regni ancora in formazione, con conseguenze tali da stravolgere la storia di tutto il pianeta.

6) BATTAGLIA DI HASTINGS - 1066 - NORMANNI vs ANGLOSASSONI [vittoria normanna]

Guglielmo il conquistatore, duca di Normandia, pretendeva il trono di Inghilterra in base ad un giramento che gli avrebbe fatto il precedente re, Edoardo il Confessore, ma il trono fu preso da Harold conte di Wessex,, nonostante costui avesse promesso a Guglielmo di rinunciare al regno, come prova l'arazzo di Bayeux.
Il duca di Normandia, allora, riunì un imponente esercito normanno, benedetto anche dal consenso papale. Attraversò la manica facendo trasportare i cavalli all'interno delle navi e sbarcò pronto ad assediare Sassoni ed Angli, desiderosi di non cedere ad un potente non originario dell'isola. Inizialmente la battaglia volse in favore degli isolani, i quali però si lanciarono all'inseguimento degli invasori, studiato però a tavolino. Ricompattati i ranghi, questi accerchiarono gli inseguitori e li massacrarono, dopodiché tornarono indietro prendendo possesso degli accampamenti lasciati presidiati da pochi uomini.
Un'eventuale vittoria Anglosassone avrebbe mutato la conformazione politica, sociale, dinastica e quasi genetica degli inglesi, segnando un distacco con l'Europa che avrebbe avuto conseguenze profonde per la storia dell'isola.

7) BATTAGLIA DI COSTANTINOPOLI - 1453 - BIZANTINI vs OTTOMANI [vittoria ottomana]

L'Impero romano d'oriente sopravvisse quasi mille anni in più di quello d'occidente, ma alla fine dovette cedere davanti all'avanzata mussulmana. I Turchi avevano sottratto nel corso dei secoli quasi tutto il regno, tranne proprio la capitale. Maometto II il conquistatore decise di preparare una spedizione in grande stile, con ben 120 mila uomini e 150 navi, molte delle quali giunte dopo aver attraversato il Bosforo via terra su due rulli. L'imperatore Costantino XI ne aveva appena 10 mila, più qualche nave veneziana. L'artiglieria colpì Costantinopoli per due mesi, utilizzando anche un cannone micidiale, capace di scagliare palle di mezza tonnellata.  Poi i giannizzeri e i bascibuzuk attaccarono in massa, meglio equipaggiati ed agguerriti, sterminando i cristiani nemici.
Un'eventuale vittoriosa resistenza avrebbe cambiato le sorti del globo. La caduta dell'Impero d'oriente, infatti, spinse molti a guardare verso altri lidi, portando alla scoperta dell'America; i mussulmani imposero la loro influenza su quei territori prima cristiani; si ruppe ogni residua ipotesi di unire le due chiese, cattolica e ortodossa; i regni europei, più che compattarsi contro i turchi, spesso si allearono con loro a seconda delle convenienze. Quest'ultimo punto, però, deve tener conto che la religione fu comunque un motivo di unione, come dimostra la battaglia di Lepanto del 1571, fondamentale dal punto di vista ideologico, più che strategico.

8) BATTAGLIA DI GRAVELINES - 1588 - INGHILTERRA vs SPAGNA [vittoria inglese]

La cattolica Spagna di Filippo II, insieme al papato, stava tentando da anni di minare il regno protestante di Elisabetta I, non solo per questioni religiose, ma anche per ottenere il controllo dei mari. La Spagna decise allora di preparare una flotta gigantesca, composta da 130 navi, compresi 22 galeoni, e guidata dal duce di Medina Sidonia. Ma le cose non andarono esattamente come gli iberici si attendevano. Lo scontro navale avvenne tra le insidiose acque britanniche, scogliose ed affatto adatte alle manovre delle possenti navi spagnole; una tremenda tempesta si abbatté all'arrivo degli invasori; gli spagnoli dovettero fare i conti anche con gli olandesi che minacciavano via terra.
Andarono perse metà delle navi di quella che era stata definita "Invincibile Armada", mentre di quelle inglesi non ne affondò nemmeno una.
Un'eventuale vittoria spagnola avrebbe aperto le porte ad una invasione via terra, mettendo a repentaglio il regno elisabettiano, l'ascesa dell'Inghilterra nei mari, il consolidarsi del protestantesimo e dell'anglicanesimo in Europa. Da allora, invece, per la Spagna iniziò un declino inarrestabile, culminato con la disfatta nella Guerra dei trent'anni (1618-1648).

9) BATTAGLIA DI WATERLOO - 1815 - FRANCIA vs VII COALIZIONE [vittoria coalizionista]

Dopo esser stato sconfitto a Lipsia, Napoleone fu esiliato sull'isola d'Elba, ma in breve tempo riuscì a tornare in Francia. Radunò i suoi fedelissimi, costrinse alla fuga Luigi XVIII e mise in allarme le nazioni europee, nel frattempo già riunite a Vienna. Dopo aver conquistato il Belgio, Napoleone voleva scontrarsi separatamente con inglesi e prussiani. Sconfisse quest'ultimi, ma poi li lasciò ritirare senza seguirli. Nel frattempo l'assalto agli inglesi fu lento, consentendo loro di cambiare posizione. Prussiani e inglesi, guidati da Wellington, poterono così riprendere il controllo delle loro mosse. Napoleone esitò ancora, non ritenendo fosse il momento per un suo attacco diretto, ma così facendo consentì ai due avversari di unirsi. La confusa ritirata segnò la fine del sogno napoleonico.
Un'eventuale vittoria francese avrebbe ridato vigore a Napoleone, permettendogli forse di riprendere l'egemonia Europea. Il destino della Francia nel corso dell'800 fu strettamente legato alle sorti di Austria, Germania ed Italia, quest'ultimi due stati non ancora uniti fino a quel momento, per cui c'è da essere certi che la battagli di Waterloo ha segnato l'assetto attuale del continente.

10) BATTAGLIA DI STALINGRADO - 1942/43 - RUSSI vs TEDESCHI [vittoria russa]

Più che una battaglia, una serie di scontri decisivi nel corso dell'assedio che i tedeschi (più alleati, tra i quali molti italiani) portarono avanti per mesi alla città russa. I nazisti a metà del '42 stavano trionfando su tre fronti: Pacifico, Africa, Russia. Proprio da qui comincerà la controffensiva decisiva. Gli attacchi dei tedeschi si erano sempre  infranti sulla resistenza sovietica, nonostante l'artiglieria pesante ed i bombardamenti incessanti. Gli scontri erano ormai destinati ad essere combattuti casa per casa, quando ben 2000 mezzi sovietici falcidiarono gli invasori da nord a sud, accerchiando l'armata e tagliando rifornimenti e comunicazioni. Hitler non acconsentì alla resa, che comunque alla fine arrivò, ma la vide soltanto un terzo dell'esercito partito dall'Europa, sebbene soltanto 5 mila dei 90 mila catturati resistette alla marcia verso la Siberia.
L'eventuale vittoria tedesca avrebbe consentito a Hitler di prendere i rifornimenti sovietici, mettendo fuori gioco questo stato dal conflitto. Messo fine al fronte orientale, i nazisti avrebbero potuto resister meglio in Africa e allo sbarco in Normandia (che chissà se sarebbe mai avvenuto, a quel punto). Sulle conseguenze di una vittoria dell'Asse, ebbene, lasciamo alla vostra immaginazione le nefaste conseguenze.



giovedì 13 luglio 2017

DIECI TIPI DI INSEGNANTI

Qualche tempo fa abbiamo parlato dei dieci tipi di genitori all'incontro scuola famiglia, promettendo che ci saremmo occupati anche degli insegnanti, da sempre soggetti ad essere tipizzati e catalogati per le loro peculiarità e per i loro tic.
Ecco mantenuta la promessa; qualche vostro docente rientra (o rientrava) in questo elenco? Oppure avete qualche altra tipologia da proporre? Fatecelo sapere!

1) IL SIMPATICO

Gli alunni non vedono l'ora che entri in classe, accogliendolo di solito con ovazioni e giubilo, tanto, essendo simpatico, non li richiamerà di certo. Ad alcuni colleghi sta tremendamente sulle scatole, altri invece tentano di imitarlo con risultati grotteschi. I collaboratori ed i segretari lo attendono per divertirsi un po', ed anche i genitori sono sempre lieti di parlare con lui.
Il dubbio è questo: sa anche insegnare? Di solito gli studenti tendono a prendere in simpatia chi alla fine si comporta bene o male come vogliono loro, per cui il dubbio rimane...

2) IL TERRIBILE

In questo caso gli alunni fissano l'orologio sperando che quei pochi secondi di ritardo significhino un'insperata assenza, ma in anni ed anni di illusioni questa eventualità si è verificata solo una volta, provocando un boato che nemmeno il rigore di Grosso alla finale del 2006. In classe costringe i più terribili a restare incollati alle sedie, mentre i disciplinati temono che possa puntare anche loro chissà perché. I collaboratori sanno che devono avvicinarsi al tipo con deferenza, e persino il preside si sente quasi timoroso di doverlo disturbare. I genitori, ogni volta che hanno a che fare con lui, avvertono di essere tornati tra i banchi e pregano che il figlio non li metta in cattiva luce. Anche qui sorge la stessa domanda: com'è come insegnante? Perché talvolta un'eccessiva severità nasconde la paura di essere "scoperti" per ciò che in realtà si è.


3) L'ANSIOSO

Sente il programma come un peso insormontabile, le scadenze amministrative come condanne a morte. Spiega quasi disperato a causa degli sguardi indecisi degli alunni, interroga terrorizzato dal pensiero di accorgersi che non hanno capito nulla. Se uno studenti si graffia con la penna fa chiamare l'ambulanza, se piove leggermente cerca di far annullare la gita. Quando il preside lo convoca teme di essere stroncato, di solito si reca in segreteria ogni giorno per chiamare i genitori di chi ha dimenticato la giustifica, temendo che in quella data abbia compiuto un omicidio. Agli esami va in apnea come se dovesse essere lui a sostenerli e quando legge le tracce dice "non ce la possono mai fare, sono troppo difficili!". I genitori, con le loro domande e preoccupazioni, finiscono per mettergli ancora più angoscia. Non si assenta quasi mai, preoccupato anche di ricevere una visita fiscale.

4) IL FURBO

Il programma riesce a farselo passare sempre da qualche collega, aggiornandolo di tanto in tanto per non dare nell'occhio. Sceglie i libri in base al rappresentante che promette di più, tanto quando spiega di solito va a braccio. Gli alunni lo capiscono sì e no anche mentre interroga, ma quando si tratta di mettere i voti non c'è problema, basta fare una media con quelli dei colleghi. Arriva spesso in ritardo, ma i collaboratori amici lo coprono senza problemi, e di solito ha sempre lo stesso hobby del preside. Se c'è un problema o una lamentela da parte dei genitori è capace di intortare tutti con dialettica da fine politico. Qui il dubbio non c'è: non sa insegnare, ma tanto riesce a nasconderlo benissimo.

5) IL CONFUSO

Non c'è niente di peggio di un docente che non sceglie una linea coerente. Il confuso vorrebbe essere come il simpatico, ma non avendo l'ascendente finisce per ritrovarsi con la classe trasformata in un fight club. Allora si prodiga per rimediare, decidendo di convocare un consiglio straordinario per un ragazzo che ha fatto cadere la matita per terra. Sbaglia sempre a compilare le famigerate "carte", costringendo segreteria e colleghi agli straordinari. Vuole dimostrarsi serio ed imperturbabile con i genitori, ma poi finisce sempre che si dispera raccontando le proprie traversie familiari. Vorrebbe smettere di insegnare, ma non è certo di riuscire a fare altro.

6) L'IMPREPARATO

Sa insegnare benissimo, ed affascina anche gli studenti durante le spiegazioni, ma l'importante è che le prepari il giorno prima per filo e per segno, altrimenti non sa cosa dire. Gli alunni, però, sono molto più svegli di quanto si possa immaginare, per cui quando una domanda su un argomento non ancora studiato o un esercizio svolto a piacere vengono sottoposti al docente si rendono conto che qualcosa non va. I genitori finiscono per capire anche loro, ma chiudono un occhio se il soggetto è anche simpatico o disponibile ad "aiutare" i figli. I colleghi si insospettiscono quando chi insegna matematica chiede la calcolatrice per capire come dividere la spesa per il caffè, oppure quando il docente di italiano se ne esce con neologismi involontari, o ancora quando il collega di tecnica ci mette un'ora ad accendere il pc.

7) IL FUORI POSTO

Non voleva fare l'insegnante, ma purtroppo è finito a fare questo lavoro (purtroppo per gli alunni, ovvio). Spiega con il trasporto di un'ameba e interroga pensando a cosa fare una volta giunto a casa. Durante i consigli cerca di evitare ogni questione e scorre con le dita sul tablet fingendo di analizzare chissà quale documento. In un sussulto di sincerità finisce per confessare agli studenti di trovarsi lì per puro caso, come per dire "voi non date fastidio a me e io non ne darò a voi". All'esterno si comporta di solito in due modi: o nasconde questo disagio condividendo a raffica citazioni su quanto sia bello insegnare, oppure confessa la sua colpa, affermando che chissà per quale ingiustizia gli è stato precluso un lavoro più bello e redditizio.

8) IL DINAMICO

Lui si che voleva insegnare...anche troppo! Ma voleva anche fare il manager, l'animatore, l'attore, il falegname ecc. ecc. Il dinamico vede la scuola come una possibilità infinita di progetti, sperimentazioni, occasioni di lanciarsi; ed in effetti in molti vorrebbero lanciarlo. All'inizio gli alunni sono contenti del suo dinamismo, ma quando decide di far realizzare un plastico dei regni ultraterreni danteschi, oppure una mini centrale elettrica, ebbene, non c'è tanto da gioire, soprattutto perché mette i voti in basi all'attivismo dimostrato. I colleghi sono preoccupati quando lo sentono arrivare, temendo che abbia in serbo per loro chissà quale nuova tipologia di didattica innovativa da sperimentare, mentre i collaboratori hanno paura di vedersi prolungato l'orario da un improvviso ordine di servizio. Persino i genitori non lo sopportano, visto che oltre le ore canoniche li costringe a presenziare a recite, dimostrazioni o chissà quant'altro.  Il preside è contento fin tanto che tutte queste cose portano soldi. Forse, ma sarà la nostra malizia a condizionarci, tutto questo dinamismo si giustifica col tentativo di accrescere i propri titoli e il proprio bonus di fine anno.

9) IL MODELLO/LA MODELLA

Ce ne sono, confessatelo. Da alunni ricordate quel tale insegnante o quella tale docente che scambiava la scuola per una passerella? Tagli sempre freschi, trucco sofisticato ("a che ora si sveglia?" Dicono le colleghe), vestiti nuovi e sgargianti, borse difficilmente avvicinabili con lo stipendio di uno statale. Se è un docente viene rispettato dagli alunni perché immaginano che abbia chissà quale successo con le donne, mentre le alunne sono perdutamente innamorate di lui; se donna gli studenti rimangono in silenzio e con lo sguardo fisso, ma non sempre negli occhi di chi parla, mentre le ragazze in parte la ammirano, ma al contempo la odiano. Difficilmente colleghi, preside o collaboratori rifiuteranno qualcosa a questo tipo di insegnante, e chissà perché.

10) L'ASSENTE

Come per i genitori, anche nel caso dei docenti esiste colui che...non esiste! Assente il primo giorno di scuola a settembre, per la gioia dei ragazzi e la disperazioni di chi fa l'orario. Non è mai disponibile per uscite didattiche, brevi o lunghe che siano e talvolta costringe anche a spostare le riunioni. E' la gioia dei supplenti, ma il terrore dei genitori che scoprono i libri della sua materia ancora intonsi. Agli incontri scuola famiglia viene avvistato più o meno quanto il mostro di Loch Ness, ma tanto lo riconoscerebbero a stento gli alunni. Nessuno può fare nulla per evitare tutte queste assenze? Forse sì, ma di solito il tipo riesce a sfruttare ogni cavillo o permesso per saltare anche dieci minuti di lezione.

venerdì 30 giugno 2017

ARANCIA MECCANICA

Stanley Kubrick, 1971

Arancia meccanica è un film da vedere, guardare, ammirare tante volte, per averne una idea chiara, lucida e consapevole.
La prima visione può lasciare impressionati (positivamente o negativamente), ma sono la seconda e la terza che ci spalancheranno il mondo allegorico creato dal regista.

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un mondo di giovani che fanno tutto ciò che vogliono. Passano la notte in fumosi bar a bere latte drogato insieme alla classe borghese che va negli stessi posti per sentirsi viva davvero. I giovani si prendono il rispetto, afferrano il mondo degli anziani stappandoglielo dalle mani e spaccandogli i denti. I “drughi” si scontrano tra di loro per combattere guerre inutili di strada, molto simili alle guerre che si combattevano in quel periodo (Vietnam) e si combattono ancora oggi. Nessuna giustificazione anche minima alla base di tutta questa violenza, solo la certezza che non c'è più nulla in cui credere, niente da considerare tanto degno di rispetto da essere lasciato in pace.
I genitori sono ridotti a fantasmi, figure vuote che fingono di non vedere e di non sapere; muti, assenti, ormai morti dentro. Una lucida previsione di Kubrick, basta guardare ai padri ed alle madri di oggi, inconsapevoli di tutto ciò che fanno i figli, schiavi del lavoro e dell’apparenza.
Le nuove generazioni entrano nelle case della gente perbene: uomini che si sono chiusi nelle periferie per sfuggire alle città sordide create da loro stessi; fortini isolati nel deserto dell’indifferenza, ma non abbastanza sicuri da riuscire ad estraniarsi dalla società che li circonda. I giovani sfogano così la loro assurda rabbia pestando i bravi mariti, possedendo le gentili mogli, in una violenza insensata e senza alcuna giustificazione possibile.
Ma questi ragazzi non sono ignoranti: ascoltano la musica classica e si lasciano emozionare forse più degli studiosi "seri”. La assaporando nella loro essenza, evitando complicazioni e sproloqui. Da notare che Alex si arrabbia con uno dei suoi Drughi (e quanto gli costerà questo scontro) perché costui ha osato ridere di una donna che cantava amabilmente il suo caro Ludovico Van (Beethoven).
Alex non è né un frustrato né un debole: può conquistare due donne e portarsele a letto con una facilità incredibile.

Ma allora perché questa rabbia? Perché la violenza? Perché vivere senza futuro?

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un nichilismo estremo contraddistingue la filosofia di Kubrick. La cause sono infinite e trovano origine solo nella nostro passato storico. Ma la storia è ambientata in un imprecisato futuro, e dunque la critica può essere estesa al nostro presente. La società che privilegia la lotta, il liberismo più aggressivo possibile, la radicalizzazione politica, il dominio dell'apparenza, l'indifferenza dilagante, non può portare se non ad una sorta di lotta di tutti contro tutti. E allora Alex viene tradito proprio dai suoi fedeli, proprio nel momento in cui si macchia del delitto peggiore.

A questo punto sì che interviene la società e si attiva la precisa macchina statale. La punizione è l’unico atto che le istituzioni riescono effettivamente a compiere, imponendo un severo ordine all'interno delle prigioni, una disciplina ferrea che si inculca quando ormai non serve più, rinunciando totalmente a modificare il delirio che regna al di fuori del carcere.

Si apre la seconda parte del film, caratterizzata dalla “Cura Ludovico”.
Cura LudovicoLa cura viene paragonata al mito Platonico della caverna: come gli uomini costretti ad imparare la vita solo dalla proiezione delle ombre risultando poi incapaci di interagire e sopravvivere in essa, così Alex osserva la stessa violenza da lui ben conosciuta, ma tutto ciò non gli darà la salvezza. Come afferma il prete “costui ha perso il libero arbitrio”, non ha smesso di fare il male perché lo desidera consapevolmente, ma perché teme le conseguenze delle sue azioni(idea molto vicina alla  devozione Erasmiana, ma anche alla filosofia di Giordano Bruno). Il prete è l’unico che ha capito quando sia importante la volontà, al di là di ogni costrizione.
Si può aggiungere anche un’altra considerazione: le immagini che Alex vede sono delle scene di violenza terribili, certo, ma in se stesse non possono provocare la violenza. Una persona normale proverebbe orrore per Hitler, si interesserebbe alla trama dei film, si indignerebbe per la crudeltà compiuta su una donna. Nessuno inizierebbe a compiere il male dopo quelle visioni, così come nessuno “guarirebbe” dopo averle viste. Il regista critica ogni forma di censura delle immagini, perché da esse non si può che ottenere una rappresentazione della realtà; lo stesso film Arancia Meccanica è una rappresentazione della violenza come quella che vede il giovane, ma non la si deve censurare, perché in essa bisogna cogliere la carica conoscitiva e critica, senza additarla come causa del male nel mondo, da ricercare invece nella società che sta ben fuori dallo schermo.
Addirittura la cura finisce per distruggere anche quel poco di “poetico” che regna nell’animo di Alex. La musica del Ludovico Van accompagna le scene di violenza e, come queste, diventa un veleno per la giovane cavia. La censura indiscriminata travolge tutto, anche il bambino viene gettato insieme all’acqua sporca.
Forse è proprio questo il progetto delle classi dirigenti di ogni tempo: mantenere la società nel caos, punire severamente chi sbaglia, privarlo della volontà per poi farne un perfetto soldatino obbediente.

Inutile dire che la cura fallisce.
La vendetta delle ex-vittime è un ulteriore segno del degrado morale, un'altra conseguenza voluta dalle élite dominanti.
Alex stringe la mano del Ministro, illuminato dai flash dei fotografi che sigillano il suo ritorno in società. Il viso si allarga in un sorriso che lentamente trasfigura in un ghigno: nella sua mente ritornano immagini di lussuria sfrenata e violenza, ma stavolta c’è tutta la società ad applaudirlo, riprendendolo tra le sue braccia e tenendolo stretto, come una anomalia che si deve accettare per il mantenimento dello status quo.
Strumentalizzato per l’ennesima volta e quasi amato per la sua follia. Va bene tutto, anche che torni a far del male, purché non diventi davvero un cittadino consapevole.

“Ero guarito. Eccome!”

Particolarità:

Rossini e Beethoven guidano la trama, ma la scelta della musica è sempre perfetta in ogni declinazione.
I Drughi parlano in Nadsat, lingua ideata da Burgess, autore del romanzo; è un misto di inglese basso e russo.
Il titolo del film si spiega solo con questa lingua: Orange significa uomo, quindi si sottintende che l’essere umano sia come una bomba pronta a scoppiare; lasciando intuire anche una sorta di “programmazione” al male.
Malcolm McDowell (Alex) rimase ferito alla cornea durante le riprese della cura Ludovico.

Premi:
 
Nastro d’Argento al miglior film straniero.

Nomination:

Quattro nomination Oscar ( Miglior film, regia, montaggio sceneggiatura non originale).
Sette nomination BAFTA.

Tre nomination Golden Globe.

Ebbene sì, nemmeno un Oscar, ed in generale pochissimi premi. Il miglior film e la miglior sceneggiatura andarono a Il braccio violento della legge (meglio osannare chi sponsorizza davvero la violenza).
Nessun premio per le musiche (!) .

martedì 13 giugno 2017

IL COOPERATIVE LEARNING

La necessità del cooperative learning per la scuola di oggi
La necessaria e doverosa apertura del sistema educativo ad un numero sempre maggiore di persone ha comportato l’insorgere di una serie di problemi, prima assenti o latenti, all’interno del sistema scolastico italiano. La scuola, primario contesto di formazione ed educazione extra-familiare, deve portare avanti la sua missione attraverso mille difficoltà, stretta tra i tagli degli ultimi anni, la disillusione delle famiglie riguardo alle potenzialità del sistema educativo, la condizione disagiata di un gran numero di studenti, provenienti da situazioni familiari tutt’altro che rosee o trascinati verso la solitudine e l’apatia comunicativa proprio da quei mezzi di comunicazione moderni che invece apparentemente hanno unito il mondo.  All’interno della scuola i giovani sperimentano le difficoltà e i rapporti interpersonali che una volta maturi dovranno affrontare in maniera diretta, accumulando un bagaglio di conoscenze teoriche ed esperienze relazionali decisive per la loro formazione umana e professionale.
La società che li aspetta al termine del corso di studi si presenta sempre più complessa e mutevole, attraversata da crisi di valori e di identità, troppo veloce per poter prestare attenzione a chi resta un passo indietro. Per ovviare al crescente disagio scolastico ed alla necessità di un formazione completa ed integrata dell’individuo, dunque, il sistema scolastico deve cercare di sperimentare strategie nuove, tra le quali spicca l’apprendimento cooperativo, funzionale all'acquisizione delle necessarie conoscenze teoriche, delle competenze professionali e delle capacità relazionali indispensabili al giorno d’oggi. Ricerche ed esperienze di livello internazionale dimostrano come il cooperative learning faciliti l’apprendimento linguistico, contribuisca a sviluppare il senso di identità ed appartenenza comunitaria, si presti ottimamente quale strumento didattico in quei contesti caratterizzati da abbandono e dispersione scolastica, stimoli lo sviluppo cognitivo e metacognitivo ed infine concorra alla formazione di una coscienza democratica e di una cittadinanza attiva.  
Il cooperative learning si basa sulla condivisione di esperienze, sull’individuazione di pratiche negoziate e sull’aiuto reciproco, superando l’idea comportamentista la quale considerava l’apprendimento come una pratica sostanzialmente di tipo individuale. 


Origini del cooperative learning e basi teoriche

Per trovare le origini remote del cooperative learning potremmo risalire addirittura ad Aristotele, convinto sostenitore del lavoro di gruppo, metodo che egli considerava superiore alla genialità del singolo e conseguenza necessaria della vita associata ai quali gli individui non possono sfuggire per la natura sociale propria dell’uomo. All’interno delle regole della Ratio Studiorum dei Gesuiti, inoltre, erano previste numerose occasioni di discussione tra pari, come ad esempio nel caso della concertatio, disputa tra gruppi moderata da un docente.
Le origini proprie del metodo cooperativo sono state individuate nel sistema del mutuo insegnamento di Andrew Bell, prete anglicano e pedagogo attivo a cavallo tra il ‘700 e l’800. Il modello verrà codificato nel corso degli anni Trenta del ‘900 negli Usa, in seguito alla crisi economica del 1929, quando fu avvertita l’esigenza di riformare l’insegnamento al fine di promuovere lo sviluppo sociale e democratico del paese. Il valore del metodo cooperativo verrà sostenuto in contemporanea dal pedagogista  John Dewey, fautore dell’apprendimento di gruppo per obiettivi cognitivi ma soprattutto per favorire la maturazione di un’identità sociale, e dallo psicologo Kurt Lewin, teorico della ricerca-azione. Successivamente numerose riflessioni teoriche attribuirono sempre maggiore importanza alle modalità di apprendimento legate alle dinamiche di gruppo rispetto a quelle centrate sulla figura dell’insegnante.
Secondo Vygotskij il confronto tra pari permette al soggetto in formazione di individuare la propria zona di “sviluppo prossimale”, ossia la distanza tra il livello attuale di sviluppo e quello potenzialmente raggiungibile; sempre Vygotskij sostenne l’importanza del lavoro cooperativo come metodo per interiorizzare il sapere, ovvero per collegarlo ad elementi di conoscenza già sedimentati all’interno dell’individuo e  tale procedura non era riferita solo agli aspetti cognitivi, ma anche alla conoscenza della vita sociale umana.
Anche il modello delle intelligenze multiple di Gardner può essere utilizzato come base teorica con la quale strutturare un percorso formativo fondato sull’educazione cooperativa. Gardner individua nove intelligenze possedute con diverse intensità da ogni persona, alcuni possiedono livelli alti in tutte o quasi tutte le intelligenze, altri, invece, hanno sviluppato in modo peculiare solo talune di esse. Il lavoro cooperativo può mettere in relazione individui caratterizzati da alti livelli di sviluppo in differenti intelligenze, permettendo così un processo di interazione sinergica in vista di una piena realizzazione personale.

 Alla base del cooperative learning ci sono alcuni concetti fondamentali da tener presente:
-Interdipendenza positiva: è presente quando un persona percepisce di essere legata ad altre per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Essa è oggettiva quando l’attività prevede una cooperazione necessaria tra più membri, mentre si definisce soggettiva quando è percepita individualmente dai componenti del gruppo. Può accadere, infatti, che una persona si trovi in un contesto di interdipendenza oggettiva, ma non la percepisca a livello soggettivo, in questo caso il docente deve saldare la compattezza del gruppo attraverso l’individuazione di obiettivi comuni, divisione dei compiti, condivisione di risorse e ricompense di gruppo.
-Interazione promozionale: Per raggiungere un obiettivo comune non è necessario solo un rapporto di interdipendenza, ma deve essere attivo anche un rapporto di partecipazione, reso palese dal riconoscimento di pregi e difetti, da apprezzamenti reciproci e da incoraggiamenti.  
-  Competenze sociali: Per far si che un gruppo funzioni in maniera corretta è necessario che i suoi membri sviluppino una serie di competenze, inquadrate in cinque categorie: competenze comunicative, competenze di leadership, competenza della soluzione negoziata dei conflitti, competenza della soluzione dei problemi, competenze nel prendere decisioni. Perché il lavoro sia produttivo, queste competenze non devono essere possedute pienamente a priori, ma è necessario che si sviluppino pienamente laddove siano carenti o assenti.
-Responsabilità individuale: Contrariamente a quanto si possa pensare l’apprendimento cooperativo non annulla il soggetto da un punto vista della responsabilità, anzi, costringe i singoli membri a sentirsi responsabili non solo rispetto all’obiettivo da raggiungere, ma in particolar modo nei confronti degli altri appartenenti al gruppo, dato che ad ognuno è affidato un compito preciso da cui dipendono le sorti dell’intero sistema.

-Revisione e controllo del comportamento del gruppo: Il controllo deve essere effettuato non solo al termine del compito svolto, ma soprattutto in itinere, per far si che si possa ovviare ad eventuali carenze o errori in modo rapido ed efficace, prima che l’obiettivo finale sia compromesso.

All’interno del cooperative learning le possibili strategie didattiche sono state divise in tre categorie: strategia parallela, strategia sequenziale e strategia della reciprocità. Queste tre strategie non si escludono a vicenda, ma possono sussistere in modo alterno a seconda delle esigenze: la strategia parallela prevede il lavoro autonomo di ogni singolo componente su una parte specifica del progetto; la strategia sequenziale prevede che ogni componente del gruppo agisca sul prodotto semilavorato, cosicché a turno tutti i membri daranno il loro contributo in sequenza; infine  la strategia reciproca prevede il lavoro di tutti i componenti del gruppo in modo interdipendente e contemporaneo su ogni parte del lavoro complessivo.
Il docente ha il compito di guidare il lavoro del gruppo ed assume, quindi, il ruolo del moderatore, liberando la propria figura da una eccessiva autorità e le sue azioni non sono finalizzate alla trasmissione del sapere, bensì alla facilitazione delle attività di gruppo. Il docente interviene solo in caso di necessità e le sue critiche non sono destinate ai singoli, ma ha il dovere di censurare le azioni scorrette in relazione ai risultati negativi che possono ricadere su tutto il gruppo. Il compito dell’insegnante è anche quello di attribuire i ruoli ai singoli studenti, dotandoli così di autonomia, ma soprattutto di responsabilità in base al proprio compito. E’ importante applicare la rotazione dei ruoli, per evitare cristallizzazioni all’interno dei gruppi e per far si che il singolo sviluppi differenti abilità e competenze impersonando funzioni diverse, comprese quelle più distanti dalla sua personalità.
I ruoli potenziali che possono essere assunti sono in totale cinque:
-moderatore del gruppo: è responsabile del clima all’interno del gruppo, mantiene vivo il livello di partecipazione di tutti, sdrammatizza i conflitti e stimola i partecipanti in caso di bisogno; il moderatore deve essere capace di prevenire e sanare i contrasti e saper analizzare costantemente le dinamiche all’interno del gruppo per evitare scontri.
-relatore: è il portavoce ed interagisce con l’esterno a nome di tutti, deve possedere capacità di comunicazione, saper fronteggiare domande improvvise ed essere in grado di sintetizzare il prodotto collettivo senza sminuirlo, anzi, deve cercare di dar risalto ai punti di forza dell’insieme.
-memoria: è colui che redige il resoconto del gruppo, sia nel corso dell’attività che alla fine; deve riuscire a far risaltare i risultati e sintetizzarli in maniera precisa collaborando con il relatore.
-orientato al compito: è colui che focalizza l’attenzione di tutti sul risultato finale, fa periodicamente il punto della situazione e controlla il rispetto dei tempi, richiamando all’ordine i componenti del gruppo in caso di divagazioni o confusione.
-osservatore: è la figura con più responsabilità in quanto deve accertarsi che ognuno partecipi in modo adeguato al compito e rispetti il ruolo assegnato; insieme al relatore comunica all’esterno i risultati ed anche il modo con cui sono stati raggiunti.

Per valutare le dinamiche relazionali all’interno della classe l’insegnante può servirsi di metodi di osservazione diretta ed indiretta, in quest’ultima categoria rientra il cosiddetto “Sociogramma di Moreno”: si tratta di un test sociometrico finalizzato all’individuazione della mappa delle relazioni e all’identificazione dello stato sociale dei singoli all’interno del gruppo. Attraverso un questionario si interrogano gli studenti sulle loro preferenze all’interno della classe e l’insegnante può scegliere se analizzare le dinamiche affettive, l’organizzazione gerarchica del gruppo-classe o le preferenze nello studio. Con i dati raccolti si realizza una mappa sociometrica attraverso la quale è possibile estrapolare un quadro completo delle preferenze ottenute dai singoli alunni, individuando così i leader o coloro che invece sono tenuti ai margini in uno o più dei tre aspetti precedentemente elencati.   

mercoledì 24 maggio 2017

LE SETTE BANALITÀ TANTO AMATE DAI MINISTRI DELL'ISTRUZIONE


Negli ultimi anni abbiamo avuto dei ministri dell'Istruzione di vario tipo: pessimi, appena decenti, surreali, inadeguati, dignitosi. Tutti loro, chi più chi meno, si sono distinti per delle banalità scandite quasi come un mantra. Alcune di queste affermazioni, se trasformate in realtà, avrebbero contribuito certamente a migliorare il sistema scolastico italiano, tuttavia alle parole non sono seguiti praticamente mai i fatti; altre, invece, sono semplici sparate, buttate lì perché di moda, quasi come se il pronunciarle fosse un obbligo morale.
Ne abbiamo selezionate sette, dalle più datate alla più recenti.

1) “Più inglese, più lingue straniere”. Ok, è risaputo che noi italiani non primeggiamo nel mondo per la conoscenza della lingua inglese o per la padronanza delle seconde lingue in generale. Ecco perché molti Ministri dell’Istruzione ripetono spesso questa cantilena. Bene, ma dopo averla pronunciata cosa fanno? Nulla. Il sistema scolastico continua a far ripartire da zero gli studenti all'inizio di ogni ciclo, i metodi di insegnamento continuano ad essere basati più sulla conoscenza delle norme che sulla produzione scritta ed orale, le ore di lezione non aumentano ( in genere 3 alle superiori). L’ultimo punto è quello decisivo, ma va soppesato bene. Si deve aumentare il monte orario dell’inglese e delle lingue straniere, ma non a discapito di altre discipline. Sacrificare l’Italiano, ad esempio, sarebbe una scempiaggine, dato che carenze linguistiche nella prima lingua si riflettono anche sulle seconde: un popolo bilingue di semi-analfabeti  non credo sia il traguardo da raggiungere.

2) “Valorizziamo il nostro patrimonio artistico e culturale”. Questa è proprio una banalità. Bisogna essere politici poco originali per ripetere questa ovvietà appena eletti. Bisogna essere veri politici di razza per disattendere questo proclama subito dopo. Il nostro patrimonio artistico e culturale è messo al centro della scuola? No, punto. La Storia dell’arte, per esempio, è in agonia, eppure chiunque sa che siamo famosi in tutto il mondo soprattutto per le nostre bellezze artistiche. Oltre alla Storia dell’Arte si dovrebbe rimettere in moto anche il processo di sensibilizzazione e incentivazione alla produzione artistica. Non ci sono più le botteghe col “maestro”, lo sappiamo, ma perché non aprire le scuole di pomeriggio con laboratori e corsi di fotografia, restauro, moda e quanto altro? No, meglio trasformare gli Istituti d’Arte in Licei, sancendo il trionfo dell’astratta teoria su ogni applicazione pratica e omologando gli indirizzi in un pastone scarsamente qualificante.

3) “Ci vogliono più scienziati e meno umanisti”. Il senso è chiaro: il mondo complesso e ipertecnologico in cui viviamo richiede esperti di informatica, elettronica, ingegneria ecc. ecc. Poco spazio, dunque, per gli umanisti. Questo può essere forse vero in generale (ed il trionfo della materia sullo spirito non può che intristirmi), tuttavia non è detto che i due campi siano in contrasto tra loro. Nel passato non c’era alcuna distinzione tra scienza e cultura, ce lo dimostrano figure come quelle di Pitagora, Archimede, Leonardo, Galilei e così via. E comunque, proprio noi italiani, siamo certi di aver bisogno di un maggior numero di tecnici? Forse chi pronuncia simili banalità non ha studiato attentamente la nostra storia. Deve essere questo il nostro settore trainante? Di recente un mio amico laureato in Informatica mi ha reso partecipe di un suo pensiero: le conoscenze specifiche le ha apprese quasi tutte all’Università, per cui, tornando indietro, sceglierebbe il Classico al posto dello Scientifico, consapevole che gli studi filosofici, umanistici ed artistici lo avrebbe dotato di maggiori capacità di comprensione della realtà e di una più robusta base culturale, indispensabile per crescere umanamente, più che dal punto di vista lavorativo.

4) “La scuola di oggi deve essere più tecnologica” (un tempo “un computer in ogni aula”). Certo, ovvio, le innovazione contemporanee devono entrare anche nella scuola, rendendola più confortevole ed organizzata.
E' necessario prestare attenzione a due cose:
- Bisogna, innanzitutto, sistemare le scuole: renderle sicure, attrezzarle per i disabili, ristrutturare gli edifici, evitare doppi turni e carenze di aule, fare in modo che i servizi igienici siano sempre funzionanti, sopperire l’endemica carenza di materiali (dal cassino alle sedie), collegarle meglio con i centri abitati.
Fatto ciò portiamo pure la tecnologia nelle scuole, ma:
- Si considerino i bisogni didattici prima di tutto (studiare da un lettore e-book, ad esempio, non è come farlo da un libro); si eviti di complicare il lavoro del personale e dei docenti (ho sperimentato il registro elettronico ed ora come ora mi sembra soltanto un favore agli alunni per far si che si perda tempo); si faccia in modo che gli insegnanti siano formati  e non gettati allo sbaraglio (spesso le LIM sono un arredo e non uno strumento didattico).

5)  “Diamo spazio agli insegnanti giovani e meritevoli ”. 
Frase di moda, decisamente, ormai la gioventù è invocata da tutti ed in tutti i campi. Certo, nulla dice che i giovani debbano per forza essere migliori delle vecchie generazioni, però nella scuola la necessità del ricambio si è fatta ormai pressante. Gli insegnanti anziani avranno di certo più esperienza, tuttavia scontano alcuni deficit: prima di tutto fisici, dato che i giovani d’oggi sono di certo più irrequieti ed insubordinati rispetto alle passate generazioni; in secondo luogo i vecchi prof hanno delle ovvie carenze informatiche, e di certo costa meno formare un giovane cresciuto nella tecnologia che far aggiornare un sessantenne; nelle mie materie (Italiano e Storia) i colleghi più anziani non hanno studiato la Linguistica, ed inoltre sono stati istruiti con programmi di Storia e Letteratura superati, ecco perché spesso si fermano alla Seconda guerra mondiale ed al Neorealismo; gli insegnanti di qualche generazione fa, inoltre, supportavano con tecniche implicite le carenze formative nel campo della pedagogia (e lo facevano ottimamente), mentre oggi la platea studentesca massificata e stordita dai nuovi media ha bisogna di professionalità dotate di approcci precisi e meditati. Chiariamo subito una cosa, nutro un profondo rispetto per i colleghi più esperti, ed infatti credo siano loro stessi a desiderare una pensione meritata da raggiungere il prima possibile; hanno dato tutto, in tempi di imbarbarimento culturale, ora devono godersi il giusto riposo.
Quindi sono d’accordo con questa frase? Certo, ed infatti la banalità ancora una volta è nella sua applicazione. Per fare un esempio, gli ultimi due concorsi per il ruolo risalgono al 2013 e al...1999! Ricordiamo, inoltre, che il concorso indetto da Profumo era precluso ai laureati dopo il 2003, clausola ridicola e palesemente incostituzionale. Per quanto riguarda le abilitazioni la situazione non è di certo migliore: le SSIS, bloccate nel 2008, sono tornate sotto il nome di Tfa soltanto nel 2012; la dura selezione ed un intenso corso assicuravano meritocrazia e preparazione, ma una ennesima, vergognosa sanatoria ha rimesso in gioco tutti i bocciati [clicca qui per leggere la storia].
Insomma, a parole tutti vogliono aprire la scuola alle nuove generazioni di insegnanti; ma nei fatti, come sempre, si procede in direzione ostinata e contraria.

6) “Bisogna partire dalla scuola per […]”.
Dopo i puntini sospensivi è stato detto di tutto e da tutti.
Partire dalla scuola per la legalità; però se un docente pretende il rispetto delle regole viene ripreso, senza contare l’assassinio dell’Educazione Civica.
Partire dalla scuola per ridare prestigio all'Italia; però gli insegnanti nostrani sono i meno rispettati dagli studenti, per colpa dei genitori accondiscendenti e della classe politica che ha svilito questo fondamentale ruolo.
Partire dalla scuola per ridar vita al patrimonio culturale locale; però i programmi ministeriali restano dei Moloch intoccabili e l’autonomia scolastica passa per contorte strade.
Partire dalla scuola per far sì che gli italiani colmino il gap linguistico (vedi punto 1), scientifico (vedi punto 2) e valorizzino il proprio patrimonio nazionale (vedi punto 3).
Partire dalla scuola per… “ educazione alla salute”, “uscire dalla crisi”, “buona politica” e così via; le banalità si sprecano e sprofondano la scuola in un perverso vortice di richieste non supportate, però, da adeguata considerazione e necessari finanziamenti.

7) “Abbreviamo le superiori di un anno”. 
La più recente delle banalità, formulata così bene da sembrare addirittura un’idea positiva.
Ridurre di un anno le superiori, secondo i sostenitori della tesi, permetterebbe ai giovani di affacciarsi al mondo del lavoro in anticipo; si, ma, quale lavoro?
 Un ulteriore vantaggio sarebbe quello di far iniziare l’università un anno prima, ottenendo così laureati più giovani. Ma con quali conoscenze approderebbero nel mondo accademico i diplomati? Non basta, infatti, ridurre a quadro anni gli istituti secondari di secondo grado (strizzando in meno tempo programmi già tiratissimi come quello di Storia e di Matematica) ma si dovrebbe riorganizzare tutto il percorso scolastico, a partire dalle elementari. I tecnici del Ministero hanno pensato a come farlo? O puntano solo al risparmi senza badare alla didattica?
L’idea è stata rilanciata anche dalla moglie di Enrico Letta sulle pagine del Corriere della sera, con il preciso obiettivo di risparmiare qualche miliardo all'anno. Bene, anche togliere i finanziamenti pubblici all'editoria, però, sarebbe un'idea più che valida;e magari alcuni giornalisti non troverebbero più spazio.