giovedì 19 aprile 2018

ESSE EST PERCIPI

Essere è essere percepiti. 

L’esistenza non sussiste in assoluto. Non siamo nulla senza alcuna contatto con chi ci può farci da specchio.
Chiusi da soli, in una stanza, esistiamo davvero? Grazie alla mente pensiamo, certo, quindi crediamo di esistere, ma supponiamo ciò soltanto grazie al nostro stesso pensiero; potrebbe essere tutto un’illusione della mente, un'eco lontana di qualche passata esistenza.
L’uomo è l’universo giunto alla consapevolezza di sé”: perfetto, sennò perché dovrebbe esserci l’esistenza? Una entità vagante nello spazio profondo non potrebbe sapere di esistere davvero. Potrebbe pensare di esistere, ma questo pensiero potrebbe essere una illusione, una condizione limitata e meccanica, un sogno della non esistenza. Solo lo scontro o l’incontro con un’altra entità le può dare la prova di esserci, di vivere ed essere sentita.
Dio vagando per l’universo potrebbe essersi sentito solo.
Potrebbe aver capito di non esserci mai stato in realtà, perché non aveva mai lasciato una traccia di sé, qualcosa da contemplare per capire davvero di essere stato.
Figuriamoci allora l’uomo
Sentirsi soli sulla terra è una sensazione che molti sbandierano come desiderabile, ma che nessuno vuole provare, in realtà: si parla di grandi esperienze eremitiche, ma queste sono tali, paradossalmente, perché sono state percepite e tramandate; senza di ciò sarebbe esistite solo per chi le ha praticate e, quindi, non ci sarebbero mai state.
Persino gli insetti o le forme di vita minime si uniscono, si coalizzano, o anche i batteri e i virus cercano la vita da insediare, perché solo trasformando l’ambiente circostante sanno davvero che ci sono…
Gli atomi, essi stessi hanno generato tutto cozzando ed incontrandosi: diceva il filosofo che se fossero caduti tutti perpendicolarmente, senza forza alcuna che li facesse deviare dalla caduta nel vuoto e nel tempo, non si sarebbero mai toccati.
L'esistenza non sarebbe mai stata tale.
Anche loro hanno subito delle declinazioni, dei movimenti che li hanno fatti incontrare ed unire; spostamenti che altro non sono se non forma infinitamente piccola, ma profondamente grande, d’amore; proprio perché immotivata, senza nessuna causa scientifica. Sono finiti l’uno sull'altro solo per non restare da soli.
Eppure…
Eppure l’uomo contraddice tutto ciò: figlio di un Dio che non voleva sentirsi solo, di un universo che voleva conoscersi, di microscopici corpuscoli primordiali che si coalizzavano per uscire dall'acqua, proprio egli, l’uomo, fatto dagli stessi atomi che viaggiano ma pur sempre cozzando tra loro, si è progressivamente isolato.
Dietro gli ordini, i ceti, le classi, i partiti, gli stati, le etnie, le religioni, le guerre, il tifo, l’odio, il narcisismo, la presunzione, l’indifferenza, la superbia, l’invidia, la crudeltà, la violenza, le ideologie…
Abbiamo dimenticato che esistiamo solo se restiamo insieme, solo se (r)esistiamo amandoci l'un l'altro.

Oggi abbiamo a disposizione i più grandi mezzi di comunicazione, ma li usiamo soltanto per uno scopo: gridare quanto siamo soli, senza muoverci verso l’altro, senza voler percepire…

Esistiamo come se non esistessimo, sopravviviamo ormai stancamente, ed abbiamo smesso di vivere. 

venerdì 13 aprile 2018

IL CAMMINO DI UNA MENTE ATTIVA: DALLA MEMORIA AL RAGIONAMENTO

Ho un incubo che mi perseguita dalle elementari, anche ora che sono passato dall'altra parte della cattedra: devo memorizzare qualcosa (la “cosa” si è evoluta col tempo: tabelline, poesie, date storiche, idee filosofiche) e ho poco tempo per farlo; non riesco a selezionare il materiale da dover imparare, è troppo vasto e confuso. 
Il sogno si interrompe durante l’interrogazione, quando cerco disperatamente di ricordare qualche frammento e il mio inconscio si rende conto che non c’era nulla da riportare alla mente.

Tutte le cose che ci spaventano hanno sempre origine da sensazioni già sperimentate.

Questo incubo lo collego proprio alla realtà a cui rimanda: l’ossessione del sistema scolastico per la memorizzazione. Trovatomi ad insegnare,comunque, ho compreso come le nozioni siano sicuramente una parte fondamentale nell'apprendimento. La didattica, per quanto possa tendere a competenze pratiche, deve necessariamente basarsi su conoscenza da imparare.

Una cosa è certa, dunque, la memoria va allenata ed è la base per qualsiasi progresso intellettivo.
Tuttavia, il nostro sistema educativo ha sempre messo la quantità davanti alla qualità. Ancora oggi sento di docenti di latino che si infuriano se il malcapitato studente non ricorda gli accenti da apporre sulle desinenze dei verbi (nel senso che si arrabbiano se ricorda tutto tranne quello), o gettano nella fossa dei dannati chi non rammenta il paradigma di una coniugazione irregolare; professori di matematica che assegnano decine di esercizi senza spiegare adeguatamente come affrontarli o come servirsi delle conoscenze matematiche al di fuori dei fini scolastici; colleghi di storia che spiegano la metà delle pagine assegnate “perché tanto non c’è bisogno di chiarire nulla, si tratta solo di imparare”. Come se la tradizione culturale latina ci avesse lasciato i suoi insegnamenti nei significanti e non nei significati; come se mille esercizi possano creare un nuovo Einstein più di una mente allentata a ragionare; come se gli eventi del passato non avessero delle cause complesse e delle conseguenze talvolta di difficile comprensione.
Lo ripeto, la memoria è importante ed anche lo studio “nozionistico” ha il suo enorme valore. Un palazzo stupendo senza basi adeguate crolla, è inevitabile.
Ma (si indigneranno le mie maestre elementari, tuttavia fingo sempre di non ricordare l’inutile regola che prescrive di non iniziare mai un periodo con “Ma”) una mente ingolfata da dati, cifre, formule, è destinata ad utilizzare tutta la sua elasticità soltanto per imparare cose create da altri, piuttosto che idearne delle proprie.
La nostra società ci spinge ad imparare una risposta per tutto. Impossibile. Bisogna insegnare a porre (e a porci) le domande giuste. Insegnare a non accettare le “formule”, o meglio, insegnare ad accettarle solo dopo averle fatte proprie. Insegnare a pensare, contemporaneamente con l’insegnare a “conoscere”. Inoltre, una mente addestrata a ragionare saprà selezionare adeguatamente cosa c’è da ricordare e cose no.

Sherlock Holmes riusciva a risolvere dei casi impossibili con metodi stupefacenti: era capace di scoprire i luoghi dove aveva camminato una determinata persona guardando il tipo di sporco sotto le scarpe; da ciò deduceva cosa aveva fatto l’individuo e perché. Il famoso detective spiegava continuamente allo svampito Watson che ci sono due qualità fondamentali che bisogna possedere per essere capaci di risolvere un caso: conoscenze esatte e capacità di analisi.
Memoria e pensiero.


Elementare.

venerdì 30 marzo 2018

CITAZIONI ERRATE E CATTIVE INTERPRETAZIONI: 7 ESEMPI EMBLEMATICI

Quante citazioni leggiamo ogni giorno sui social media e su internet in generale? Tantissime, ma spesso chi le scrive non conosce a dovere l'opera da cui sono sono state tratte, o addirittura ignora completamente il pensiero e la poetica dell'autore che le ha scritte. Talvolta l'errore può sussistere proprio nell'attribuzione (e ne abbiamo parlato nel nostro post sulle "bufale letterarie"), oppure nella corretta forma della frase, ma ci sono dei casi in cui il significato affibbiato ad una citazione non è proprio quello corretto, magari perché estratta da un contesto più complesso.
Abbiamo raccolto alcune famose citazioni, condivise spesso senza che se ne conosca il significato corretto. In alcuni casi il senso originario non è troppo differente da quello comunemente noto, tuttavia sono necessarie alcune precisazioni per comprendere il messaggio che l'autore intendeva trasmettere; in altre occasioni il senso è stato completamente stravolto, così da attribuire allo scrittore idee molto distanti da ciò che voleva comunicare.
Per evitare di fare brutte figure (e magari per farle fare a qualche "citazionista" incallito) leggete e diffondete il nostro post!

1)Omnia vincit amor et nos cedamus amori. [Virgilio; Bucoliche, X 69]
Amor vincit omnia; Caravaggio.
Amor vincit omnia; Caravaggio.
La frase è diventata il motto degli innamorati d'ogni epoca, fiduciosi nella potenza assoluta dell'Amore. Tuttavia, prestando attenzione alla poetica virgiliana, il messaggio non è proprio quello che la maggioranza dei lettori ha recepito. Ci troviamo nell'ultima Bucolica ed il poeta Gallo, affranto dall'amore, sta cercando di convertirsi al genere pastorale per alleviare le pene del suo cuore; tuttavia, sente di non appartenere a questo mondo arcadico ed alla fine pronuncia questo inno sulla forza dell'Amore. Dobbiamo sapere, però, che Virgilio prende nettamente le distanze da Gallo. La poesia elegiaca non appartiene al mantovano ed anzi lui sta intraprendendo un cammino che lo porterà lontano da qualsiasi genere "disimpegnato". Nella sua opera successiva, le Georgiche, troveremo infatti l'espressione "Labor omnia vincit" [Georgiche I, 145], la quale conferma la forza del lavoro e della fatica su ogni cosa. Non c'è più spazio per l'amore, ed anzi in quest'opera si assisterà al successo di Aristeo (lavoratore ed obbediente) e al fallimento di Orfeo (impulsivo per amore); arriviamo poi all'Eneide dove non c'è traccia di amore trionfante, ma anzi tutti i personaggi dovranno subire le pene d'amore uscendone sconfitti (Didone, Lavinia, ecc.ecc.).
Dunque, citate pure la frase, ma sappiate che non rappresenta di certo il pensiero dell'autore che l'ha scritta.

2)Carpe diem, quam minimum credula postero. [Orazio; Odi X, 11, 8]
In questo post [clicca] abbiamo già parlato della citazione oraziana, spiegando come essa non sia affatto un'esaltazione cieca e smodata dei piaceri o della vita "al massimo", ma tutt'altro.  L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).In questo caso, dunque, citate la massima solo se inclini all'equilibrio, e non dopo una nottata di bagordi (magari trasformandola nel titolo dell'album di Fb nel quale apparite sempre ubriachi).


3) Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. [Dante Alighieri; Divina Commedia, Inferno; XXVI, 119-120]
Le splendide parole pronunciate da Ulisse nell'Inferno dantesco innalzano la natura umana, proiettandola verso una dimensione divina attraverso l'amore per la scoperta, glorificandola con la sete di conoscenza che dovrebbe sussistere in ogni essere umano. Quanto di questo pensiero, però, è proprio di Dante? Sicuramente il giovane Alighieri visse spinto dall'amore per il sapere, come sappiamo dall'allegoria della "donna gentile". La ricerca della verità lo spinse, però, ad andare troppo oltre, superando quelli che sono i limiti umani [per una lettura su Dante esoterico clicca qui]. Il Dante che scrive la Commedia, però, ha ormai superato quella fase. La consapevolezza che esiste un confine invalicabile lo ha convinto a collocare Ulisse tra i peccatori, tra coloro che utilizzarono la propria intelligenza e la propria dialettica per spingere anche altri a peccare di presunzione. Nell'Inferno manca un girone dei superbi, ma forse è proprio qui che se ne può trovare un surrogato; ed infatti lo stesso Dante è proprio in questo punto che appare più "vicino" al peccatore, così come aveva fatto con Paolo e Francesca nei lussuriosi.
Dunque, è giusto citare questi versi per esaltare la sete di conoscenza umana che sfida anche i precetti divini, ma bisogna comprendere che non rappresentano il pensiero di Dante. Si può essere o meno d'accordo con il suo punto di vista, ma per onestà intellettuale non gli si può togliere il senso del "limite" cristiano, senza il quale la Commedia non avrebbe senso.  


4)Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. [Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna]
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Al pari della citazione oraziana, anche i noti versi di Lorenzo dei Medici nascondono un significato tutt'altro che spensierato al di sotto del senso letterale. La canzone da ballo invita indubbiamente a godere del presente, lasciandosi trascinare dal piacere dei sensi senza che vi sia alcun rimorso, d'altronde lo spirito del carnevale era e è proprio questo; la gioia di vivere aristocratica rinascimentale si contrappone a tutti i precetti ascetici e rinunciatari dominanti fino a quel periodo. Detto questo, però, bisogna anche prestare attenzione alla genesi pessimistica e inquieta su cui poggia tale spensieratezza: il verso 7 recita "perché 'l tempo fugge e inganna", ed infatti caducità e fugacità dell'esistenza avviliscono gli uomini di oggi così come quelli di allora. Lo stesso ritornello inizia con "Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia", rendendo subito evidente la compresenza di precarietà e spensieratezza. In definitiva, è ovvio che la canzone si presenta come un invito ad assaporare i piacere della vita, ma ciò non vuol dire che sia facile farlo senza alcun pensiero negativo, anzi, l'esistenza gaudente è un fragile mezzo attraverso il quale ci si può illudere che la felicità durerà per sempre; idea fallace e, di conseguenza, precaria, al pari della vita umana.

5)Il fine giustifica i mezzi. [Niccolò Machiavelli?!]   
Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

 La citazione in questione di solito è riportata con un doppio fraintendimento: il primo relativo all'autore, il secondo riguarda il messaggio attribuito allo stesso. Secondo una credenza molto diffusa la massima apparterrebbe a Niccolò Machiavelli, ma in realtà il segretario fiorentino non l'ha mai scritta in questa forma; al limite egli ha scritto che, per quanto riguarda le azioni dei principi, "si guarda al fine [...] e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli". Passiamo al messaggio: Machiavelli crede davvero che i governanti possano fare di tutto? Niente affatto, la questione è molto più complessa. Partendo dal presupposto che gli uomini quasi mai sono "giusti" consiglia al principe di essere multiforme, di mostrarsi talvolta uomo talvolta bestia. Ma ciò non implica affatto che egli possa permettersi di tutto, anzi, le crudeltà fine a sé stesse o gli atti eccessivamente atroci potrebbero rivolgersi contro di lui; inoltre distingue tra "principi" e "tiranni", biasimando quest'ultimi che si servono di ogni crudeltà senza che vi sia alcun bisogno. Machiavelli, inoltre, non può giustificare moralmente alcun atto compiuto dai regnanti, dato che, secondo la sua idea, "morale" e "politica" sono due ambiti autonomi e separati. Si limita a constatare ciò che da sempre è stato intrapreso dai politici ed a suggerire a quelli futuri di tenersi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, anche quello meno nobile, ma soltanto nei casi necessari e solo per salvaguardare il bene pubblico. Aggiungiamo ancora che Machiavelli è consapevole dell'impossibilità di basare uno stato soltanto sul terrore, ed inoltre la sua preferenza per il principato (in cui comanda un sol uomo) è riferita unicamente ai momenti di crisi, ma per quanto riguarda il lungo periodo la repubblica è la forma di governo più adatta (si vedano i Discorsi).
Anche in questo caso, possiamo essere d'accordo o meno con lui, ma dobbiamo ammettere che riuscì a delineare con precisione il carattere a-morale dello stato ed è opportuno riconoscere che la citazione in esame non solo non gli appartiene, ma riassume in modo inesatto il suo pensiero.

6)E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. [Giovanni, III, 19; Citata da Leopardi all'inizio della poesia La ginestra]
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Il versetto biblico posto ad epigrafe delle poesia leopardiana viene spesso citato in modo errato: talvolta lo si attribuisce all'autore recanatese, altre volte viene utilizzato in modo completamente difforme rispetto alle intenzione di Giovanni. Leopardi se ne serve in chiave antifrastica, cioè utilizza una massima cristiana, ma rovescia il significato originario proponendone uno decisamente innovativo: per lui le tenebre sono quelle dell'oscurantismo religioso che attanaglia gli uomini al pari di ogni ideologia spiritualistica; ma allo stesso tempo egli considera buie anche le idee progressiste di quel periodo. Ricordiamo che in quegli anni si intravedevano già le basi del clima positivista. Fede e progresso sono condannate in egual modo, così come ogni altro facile ottimismo che non presti attenzione ad una verità fondamentale (la "luce"): l'uomo vive una condizione tragica, privo di felicità e minacciato costantemente dalla natura. Dunque, se si cita il passo biblico si deve tener presente che la "luce" è la fede nella rivelazione; se si fa riferimento alla citazione fatta da Leopardi non si deve credere che la "luce" per lui sia il progresso (questa interpretazione è molto diffusa), ma abbiamo appena visto che anch'esso è condannato dal Leopardi.
L'unica speranza ammessa dal poeta è quella relativa alla presa di coscienza degli uomini, i quali devono liberarsi da questi falsi miti ed unirsi in una comune lotta contro le avversità, riscoprendo così la serenità di una società giusta e civile. Questa è l'unica corretta interpretazione.

7)Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. [Giuseppe Tomasi di Lampedusa; Il Gattopardo]
Il Gattopardo è un'opera complessa, a metà strada tra romanzo storico e decadente, resa ancora più sorprendente dalla profondità dei suoi personaggi ed in particolar modo dal protagonista. Nonostante ciò spesso viene fraintesa o mal interpretata, e la citazione qui segnalata ne è un esempio. Spessissimo si sbaglia ad attribuirla, ed infatti molti credono che a pronunciarla sia il principe, mentre invece si tratta del nipote Tancredi. L'errore di attribuzione si riversa anche sul contenuto. Il principe Fabrizio, infatti, non avrebbe mai detto una cosa simile, dato che la sua lucida consapevolezza gli aveva fatto comprendere che ormai non c'era più spazio per i nobili come lui; nessuna possibilità di mutar forma ed adattarsi, ed infatti rifiuterà l'offerta di un posto al Senato fattagli dal cavaliere Chevalley. L'immobilità è la caratteristica dei siciliani secondo Fabrizio, dato che essi hanno subito troppi mutamenti nel corso della loro storia. Il giovane Tancredi, invece, sa che bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per restare a galla, dunque si schiera dalla parte dei garibaldini e accetta di sposare Angelica, figlia del parvenu don Calogero.
In conclusione è sbagliato attribuire la frase a don Fabrizio, ma anche considerarla l'emblema dell'ideologia di Tomasi di Lampedusa, dato che l'autore siciliano era consapevole dell'impossibilità di conservare davvero le cose così come sono, frenando le maree della modernità.
Al tempo stesso anche coloro che la citano, magari per rappresentare i politici contemporanei, devono capire che alla fine essa non si avvera nel romanzo, anzi, il mondo preunitario scompare completamente così come la nobiltà del principe, costretto a morire in un albergo gestito da un borghesuccio. Alla lunga nessuno sopravvive al mutare delle stagioni, nemmeno gli opportunisti.

venerdì 9 marzo 2018

Il vecchio e il mare (Ernest Hemingway) - Incipit e explicit

INCIPIT

He was an old man who fished alone in a skiff in the Gulf Stream and he had gone eighty-four days now without taking a fish. In the first forty days a boy had been with him. But after forty days without a fish the boy’s parents had told him that the old man was now definitely and finally salao, which is the worst form of unlucky, and the boy had gone at their orders in another boat which caught three good fish the first week. It made the boy sad to see the old man come in each day with his skiff empty and he always went down to help him carry either the coiled lines or the gaff and harpoon and the sail that was furled around the mast. The sail was patched with flour sacks and, furled, it looked like the flag of permanent defeat. 

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

EXPLICIT

In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.

sabato 10 febbraio 2018

DIECI “STRANI” AUTORI DELLA NOSTRA LETTERATURA

 Esistono gli autori canonici, quelli delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida, i classici intramontabili, Dante, Machiavelli, Manzoni, Leopardi, Pirandello, Montale e via così. Esistono i cosiddetti “minori” (che bruttissima espressione), mai molto facili da inquadrare, ma di solito passati rapidamente in rassegna per poi ritornare ai big. 
E allora chi saranno mai gli“strani”, così come definiti nel nostro titolo? Sono autori che magari conoscete, che forse avete anche studiato a scuola (ma non più di tanto); ciò che li contraddistingue, oltre a qualche eccentricità nelle loro opere o nella biografia, è la relativa marginalità, come se fossero stati messi da parte perché considerati poco ortodossi.

Canoni del genere sono sempre personali, per cui, prendete questa rassegna con lo spirito giusto, affatto orientato verso la completezza e l’oggettività assoluta.


1)      CECCO D’ASCOLI [1269-1327]
Un tipo davvero eccentrico. Esperto di astrologia, letteratura misteriosa, medicina, occultista ed eretico, al punto da essere arso vivo per la sua produzione. In particolar modo gli costò cara la stesura de l’Acerba opera di carattere enciclopedico (genere diffuso in Toscana allora) che aveva come obiettivo la descrizione del mondo vero, tangibile, quello che circonda la nostra esistenza acerba, contrapposta a quella ultraterrena matura; il suo obiettivo era didattico, ma ben circoscritto; non voleva affatto spingersi oltre la realtà, come invece aveva fatto Dante con la sua Commedia. Il problema fu che nella sua analisi, libera e ispirata anche da autori non proprio ben visti dalla Chiesa (anche perché mussulmani), percorse vie precluse dall’Inquisizione. La tradizione vuole che Cecco, mentre bruciava sul rogo, continuò a ripetere “L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!”, affatto deciso ad arrendersi fino all’ultimo.

2)      CENNE DE LA CHITARRA [n.?- 1336]
Già il nome (ovviamente non è quello di nascita) ha un qualcosa di curioso ed ironico, ed in effetti non può essere considerato altrimenti questo autore fiorentino, di solito appena accennato quando si passano in rassegna i cosiddetti scrittori comico-parodici. Lo potremmo definire, scherzando un po’ con il linguaggio moderno, un troll. La sua opera più famosa, Risposta per contrari, appartiene al genere occitano dell’enueg, caratterizzato da elenchi di disgrazie e sventure, ma lo spunto venne da un’opera di FOLGORE DI SAN GIMIGNANO, autore di un plazer (Sonetti de’ mesi), nel quale attribuiva ad ogni mese una gioia, un piacere. Cenne, per parodiarlo, ma soprattutto per ironizzare sulla realtà cortese declinante in quel periodo, attribuì invece ad ogni mese una sventura, un fastidio, tratteggiando così un mondo affatto gioioso. 

3)       PANORMITA [1394-1471]
All’anagrafe Antonio Beccadelli, ma meglio noto (o almeno, scolasticamente, praticamente ignoto) con il soprannome derivato dalla sua città natale, Palermo. E dire che la sua presenza a Napoli fu tutt’altro che trascurabile, dato che si deve a lui la fondazione di quella che sarà poi nota come “Accademia Pontaniana”. In cosa sta la particolarità dell’autore, oltre che nel nome? Più che altro nell’opera Hermaphroditus, raccolta di epigrammi osceni, ai limiti di quella che oggi sarebbe definita pornografia. Forse è dovuto a ciò il silenzio su di lui? Eppure venne onorato dalle più importanti famiglie dell’epoca (Aragona, Visconti, Medici), dedicando tra l’altro la sua raccolta all’iniziatore della signoria medicea, Cosimo.

4)      BURCHIELLO [1404-1449]
A proposito dei Medici, non ebbe buoni rapporti con tale famiglia Domenico di Giovanni, passato poi alla storia con il soprannome di Burchiello, derivato da un’espressione che rimanda allo gettare le merci a caso, in modo confuso; allo stesso modo si presentano le sue poesie, in realtà consapevolmente caratterizzate da storpiature linguistiche e formali. I suoi sonetti parodiano la tradizione toscana, l’umanesimo, il petrarchismo, e non esprimono alcuna fede per il valore della parola, per la filosofia platonica allora molto in voga. Ma, così facendo, mettevano in dubbio le basi culturali sulle quali si basava la notorietà dei Medici, ancora agli inizi della signoria, per cui desiderosi di farsi accettare politicamente e letterariamente. Venne dunque esiliato da Firenze, ma i guai non lo abbandonarono fino alla morte. Celebre il sonetto caudato Nominativi fritti, e mappamondi, spesso assegnato da imparare a memoria, ma senza che si presti la dovuta attenzione al valore connotativo trasmesso, ben più complesso di quello denotativo burlesco, come accennato sopra.

5)      LUIGI DA PORTO [1485-1529]
Nobile vicentino dall’indole accesa e dalla vita avventurosa, di certo non mancavano le occasioni per combattere in nome di amore o ideali nell’Italia di quel periodo, stravolta dalle invasioni dei grandi stati nazionali. Ma, proprio durante una pausa che Luigi dovette concedersi per una ferita, scrisse Historia nuovamente ritrovata di due nobili amanti, novella con protagonisti due giovani veronesi, Romeo e Giulietta, divisi dall’odio delle rispettive famiglie, ma uniti da un amore impossibile, terminato poi in tragedia. Vi ricorda forse qualcosa? L’ispirazione alla base della storia non è stata ancora decodificata fino in fondo: c’è un chiaro riferimento ad una novella di Masuccio Salernitano, ma forse potrebbe aver inciso anche un’esperienza diretta del Da Porto, come detto prima affatto estraneo a questioni di armi ed amori. 

6)      CARLO GOZZI [1720-1806]
Autore non di certo totalmente ignorato dai manuali e dai programmi, ma forse conosciuto più che altro per essere fratello di Gasparo, fondatore della Gazzetta veneta. Eppure Carlo ebbe un’educazione molto particolare, basata soprattutto su studi non formali. Si appassionò a quello che viene definito il filone anti-classicista (Folengo, Ruzzante, Aretino, Pulci), e le sue opere non mancarono mai di contraddistinguersi per una forte carica comica, presente persino nelle tragedie. Oppositore di Goldoni e della sua riforma teatrale (considerata esterofila o comunque non in linea con la tradizione italica) scrisse delle fiabe teatrali dominate da elementi mitici, soprannaturali, magici, al punto da risultare troppo innovative per l’epoca. Saranno apprezzate, infatti, soprattutto durante il romanticismo; paradossalmente il difensore della tradizione divenne uno dei più grandi precursori culturali della sua era.

7)      VINCENZO MONTI [1754-1828]
“E no, dai, questo è un autore noto”, direte voi.
Certo, eppure non studiato più di tanto, se non per la sua traduzione dell’Iliade. Ma ciò che rende particolare la vicenda del poeta di origini ravennati fu il suo incredibile trasformismo, forse da far studiare proprio in tempi come i nostri, caratterizzati da pennivendoli e voltagabbana. Il caro Vincenzo fu capace di passare da una fazione all’altra, sempre in cerca di salvezza: esaltatore della Roma classica di Pio VI nella Prosopopea di Pericle, illuminista con l’odo al Signor di Montgolfier, anti-rivoluzionario con la Bassvilliana, napoleonico con il Caio Gracco e La spada di Federico II, reazionario con Il ritorno di Astrea.
Insomma, andava lì dove lo portava la convenienza.

8)      GUIDO GOZZANO [1883-1916]
Poeta torinese, vita breve, sovente malato: un perfetto crepuscolare, ed infatti così viene studiato. Ma cosa c’è, allora, di tanto strano in lui? La particolarità è proprio nel mondo di interpretare la crisi di valori sociali ed intellettuali messa in luce dai crepuscolari. Mentre altri esponenti della corrente (che però non fu mai una scuola) scelsero la via della disperazione, della poesia umile e modesta, simbolo della decadenza personale e collettiva, Gozzano usò l’arma più potente: l’ironia. Le sue opere testimoniano la crisi, ma lo fanno citando la tradizione in modo buffo, stravolgendo la forma, destrutturando ciò che ha sempre innalzato la poesia. In particolare l’ironia caratterizza la raccolta poetica I colloqui, come ad esempio risulta evidente dal poemetto La signorina Felicita ovvero la Felicità, ove è descritta una storia d’amore apparentemente tradizionale e borghese, ma in realtà segnata fin dall’inizio dall'impossibilità di un finale sereno, proprio a causa dell’inutilità del presente, della scomparsa dei valori dominanti di un passato nei quali gli autori potevano rispecchiarsi. Un’opera ed un autore, dunque, molto più complessi di come vengono proposti di solito.

9)      GIAN PIETRO LUCINI [1867-1914]
Un autore, lui sì, davvero strano. Dapprima futurista, ma poi antimilitarista; ispirato dal Carducci, ma aperto alle innovazioni; simbolista e decadente, ma al contempo anarchico e rivoluzionario. Una personalità non facile da inquadrare, così come la sua produzione. Al culmine della sua attività poetica (Revolverate) divennero chiare le sue idee e le sue scelte: disprezzo per la morale borghese, antimonarchico ed anti ecclesiastico, antimilitarista, rivoluzionario. Ecco, quest’ultimo è il termine giusto. Dal punto di vista letterario furono rivoluzionarie le sue scelte stilistiche (uno dei primi a servirsi del verso libero), mentre dal punto di vista ideologico lo si può considerare il più “moderno” della sua generazione: contrario alle guerre imperialiste, alle ipocrisie borghesi, all’esaltazione di valori che non sono affatto tali, oppositore fiero della prostituzione intellettuale. La consapevolezza che “Oggi è tempo di Satira!” risuona attuale più che mai.


10)  EDOARDO SANGUINETI [1930-2010]
Concludiamo con un autore che, grazie al suo lavoro critico, è stato proprio uno dei maggiori riscopritori dell’opera di Lucini. Sanguineti fece parte del gruppo dei Novissimi e del Gruppo 63, orientati verso una letteratura innovativa e rivoluzionaria; ne uscirà poi durante il ’68, soprattutto per la sua volontà di portare la rivoluzione anche al di fuori dei libri, nella società vera. La sua produzione fu incentrata sul tentativo di distruggere le certezze illusorie del presente, partendo proprio da uno sconvolgimento formale, operando sulla lingua come se essa fosse qualcosa di vivo, da sconvolgere, in netto contrasto sia con i realisti che con gli ermetici. Laborintus, Triperuno, Postkarten, sono solo alcune delle opere dove questa carica rivoluzionaria è più evidente che mai. Anche se negli ultimi anni si assistette ad una sorta di ripiegamento, ad un ritorno nella fiducia rivoluzionaria confinata unicamente nella letteratura, il suo pensiero ed il suo stile innovativo restano un esempio per le generazioni future di poeti e romanzieri. 

sabato 27 gennaio 2018

27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio 1945 veniva liberato il campo di concentramento di Auschwitz, un nome diventato ormai sinonimo di orrore. I pochi superstiti, salvati dall'Armata Rossa, furono i primi a testimoniare le atrocità praticate nei lager, rivelando così al mondo i crimini commessi dai nazisti negli anni di guerra. Un folle piano di sfruttamento, tortura e sterminio, basato su una presunta superiorità da celebrare col sangue di poveri innocenti.
Nel 2005 l'Onu ha stabilito che il 27 gennaio diventasse "Giorno delle Memoria", così da ricordare le vittime del nazismo: ebrei, Rom, omosessuali, malati di mente, handicappati, oppositori politici, prigionieri di guerra, Pentecostali, Testimoni di Geova, polacchi, slavi...

Per celebrare questa ricorrenza, in tema con il nostro blog, abbiamo scelto alcune testimonianze cinematografiche, musicali, fumettistiche e letterarie, utili per ricordare e riflettere.

Prima vennero; Martin Niemöller [per info clicca qui]

Prima vennero per i comunisti 
 e io non alzai la voce 
campo di concentramento di Auschwitz perché non ero un comunista. 
 Poi vennero per i socialdemocratici 
 e io non alzai la voce 
 perché non ero un socialdemocratico. 
Poi vennero per i sindacalisti 
 e io non alzai la voce 
perché non ero un sindacalista.  
Poi vennero per gli ebrei 
 e io non alzai la voce  
perché non ero un ebreo.  
Poi vennero per me 
e allora non era rimasto nessuno 
 ad alzare la voce per me.

-

Se questo è un uomo; Primo Levi 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Auschwitz II-Birkenau : baracche in legno .MIECZYSLAW KOSCIELNIAKSenza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. 

Auschwitz; Francesco Guccini e i Nomadi



Schindler's List; Steven Allan Spielberg



Ogni caso;Wisława Szymborska

Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Maus; Art Spiegelman [per info clicca qui]
















Il pianista; Roman Polański

Citazioni letterarie: 

- Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità. [Il diario di Anne Frank]

Ed ero li sul marciapiede, incapace di fare una mossa. È arrivato il rabbino con la schiena curva, il viso rasato [...] La sua sola presenza tra i deportati ha aggiunto un tocco di irrealtà alla scena. È stato come una pagina strappata da qualche libro di storia [...] A uno a uno passavano davanti a me, gli insegnanti, gli amici, altri, tutti quelli di cui avevo avuto paura, tutti quelli che una volta avrebbero potuto ridere di me, tutti quelli con cui ho vissuto nel corso degli anni. Passavano, cadendo, trascinando gli zaini, trascinando la loro vita, abbandonando le loro case, gli anni della loro infanzia, servili come cani battuti. [Elie Wiesel, La notte]

domenica 21 gennaio 2018

CONTRO IL DE GUSTIBUS

In tempi di osannata mediocrità e di banalità al potere, dobbiamo cedere ancora al de gustibus?

Per carità, ognuno è libero di leggere, guardare, ammirare, osannare ciò che vuole. 
Ma non si pretenda un silenzio complice dinnanzi all'amore per ciò che non è cultura. 

Per carità, è lecito lasciarsi andare alla passione per creazioni finalizzate al puro sghignazzamento disinteressato, o magari al piagnisteo futile. 
Ma non si pretenda di chiamarla arte. 

Esiste l’arte ed esiste ciò che non lo è:

La Divina Commedia è arte; i libricini sull'amore spicciolo coi lucchetti no.

Il Padrino è arte; Giovannona Coscialunga no.

La Guernica è arte; il disegno di una casa che ho fatto in prima elementare no.

Le foto di Cartier-Bresson sono arte; quelle che faccio al mio gattino no.


Certo, esiste anche una zona grigia, ma i casi non sono così tanti.  

Se qualcuno non coglie l’abissale differenza tra gli estremi sopracitati sappia che non basta lo spazio di un commento su Fb per spiegarla (la stessa pretesa è sintomo di ignoranza). 
Esistono libri, documentari, riviste specializzate e tanto altro. Esiste una storia, una tradizione, ma anche un'anti-tradizione.
Se voi non capite evitate di piangere e di sbattere i piedini per terra, pretendendo di non essere derisi, ma colmate le vostre mancanze. 

Studiate, dunque, poi potrete discutere.