venerdì 8 dicembre 2017

TRE POESIE DAL CANZONIERE DI PETRARCA (Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono, Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, Chiare, fresche et dolci acque)

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono5
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente10
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.



Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

5e ’l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
10ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro che, pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i' vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana

Chiare, fresche et dolci acque

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
5(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
10aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S’egli è pur mio destino
15e ’l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
20La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
25né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.

Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
30et là ’v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
35vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

40Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
45coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
50qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.

Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
55Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
60da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
65questa herba sí, ch’altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

lunedì 27 novembre 2017

10 CURIOSITÀ DAL MONDO DELLA LINGUISTICA

La lingua non è solo un medium comunicativo, ma appartiene al patrimonio culturale e storico di un determinato popolo. Studiare le lingue non vuol dire soltanto tracciare dei confini, registrare le varianti o memorizzare termini nuovi, ma anche entrare nello spirito di una comunità, conoscerne le tradizioni ed i mutamenti.
In questo piccola rassegna passeremo attraverso regioni enigmatiche, sogni di pace universale, linguaggi immaginari e indagini alla ricerca delle nostre origini. Speriamo di riuscire a suscitare un po' di curiosità, andando oltre il freddo metodo talvolta utilizzato per l'insegnamento della linguistica.

1) L'ENIGMA DEI BASCHI
Da un punto di vista linguistico, ma non solo, i baschi sono un vero e proprio enigma. La lingua parlata in questa regione non appartiene alla famiglia indoeuropea, ed anzi, non può essere collegata a nessuna famiglia linguistica nota. Essa è diffusa nella zona della Navarra, nella Comunità dei Paesi Baschi ed anche nella regione pirenaica francese, presso il confine sud-ovest con la Spagna. La lingua basca si differenzia dalla sottofamiglia indoeuropea occidentale per il suo essere ergativo-accusativa, ma soprattutto per il fatto che la maggior parte del lessico basco non ha origine latina, né riconducibile ad altre lingue madri. L'isolamento proprio della lingua si riflette anche sulla stessa popolazione basca, difficilmente inquadrabile dal punto di vista genetico e che probabilmente è direttamente collegata agli abitanti preistorici dell'Europa occidentale. Sembra, quindi, che quella regione sia rimasta quasi isolata dalle contaminazioni che hanno influenzato il continente nel corso del secoli. Orlando (la battaglia di Roncisvalle è storicamente accertata, ma fu combattuta contro i baschi e non, come narra la Chanson de Roland, contro i mori).
La strenua difesa della propria indipendenza è simboleggiata dalla resistenza portata avanti contro l'invasione carolingia e costata la vita, secondo la leggenda, al noto

2) LE PARLATE ALLOGLOTTE IN ITALIA
Si definiscono parlate alloglotte quelle utilizzate da una determinata comunità racchiusa all'interno di un differente sistema linguistico dominante. In Italia ci sono diverse comunità alloglotte, formatesi a seguito di mutamenti dei confini o per immigrazioni anche remote nel tempo.
Il friulano, il ladino ed il sardo sono le principali lingue minoritarie riconosciute dalla legislazione italiana, mentre le altre minoranza alloglotte sono: il franco provenzale (Valle d'Aosta, Piemonte e in due paesi della provincia di Foggia, Faeto e Celle); il provenzale (Piemonte e Guardia Piemontese in provincia di Cosenza); il tedesco in Alto Adige ed in Friuli; lo sloveno in Venezia Giulia; il croato (Acquaviva Collecroce, Montemitro, San Felice del Molise, tre comuni molisani); una varietà di albanese (nei pressi di Lungro, in Calabria e di Piana degli Albanesi, in Sicilia); il grico (varietà di greco parlata nel Salento ed in alcune zone dell'Aspromonte); il catalano (ad Alghero, in Sardegna).

3) LA PAROLA "EURO" 
Quando la giurisprudenza si occupa di linguistica non sempre è un bene (si pensi ai tentativi fascisti in Spagna ed Italia di sopprimere le varietà linguistiche locali), tuttavia certe volte l'intervento del legislatore è necessario per evitare confusioni, soprattutto quando un termine come "euro" viene improvvisamente condiviso da milioni di persone appartenenti a sistemi linguistici diversi. La Direttiva europea del 26 ottobre 1998 sancisce l'invariabilità della parola "euro" per quanto concerne l'inglese, il tedesco e l'italiano. Questo accade perché, essendo un accorciamento, resta uguale anche al plurale così come da norma. Tuttavia l'Accademia della Crusca rigetta sia la Direttiva, sia l'idea che sia un abbreviazione, quindi la questione non può dirsi risolta. Per quanto concerne l'uso, inoltre, il plurale "euri" è ormai notevolmente diffuso, non più soltanto in area centrale, dunque non è improbabile che un giorno la direttiva debba essere considerata superata per la pressione propria operata dai parlanti soprattutto nell'uso parlato informale.


4) LE LINGUE PIÙ E MENO DIFFUSE AL MONDO
Le lingue parlate attualmente nel mondo sono circa seimila, tuttavia, considerando anche le varietà dialettali, la cifra aumenta a dismisura fino a diventare quasi incalcolabile. La lingua più parlata al mondo è l'inglese, con  1375 milioni di parlanti sparsi per il globo, ovviamente non tutti madrelingua; se infatti la graduatoria si basasse soltanto su quest'ultimo parametro allora al primo posto si troverebbe il cinese mandarino, con 960 milioni di parlanti. La lingua meno diffusa, ed ormai quasi prossima all'estinzione, è il Taushiro, parlato ormai da un unico cittadino peruviano. Calcolare l’effettiva diffusione di una lingua, tuttavia, non è un’operazione semplice. Alcune di esse sono utilizzate come “seconde lingue” per cui il numero di parlanti cambia costantemente; altre sono considerate talvolta come un solo sistema anche se ufficialmente esse risultano distinte, è il caso dell’hindi e dello urdu, lingue ufficiali di India e Pakistan, ma intellegibili vicendevolmente da parte dei parlanti di questi due stati. 

5) IL SOGNO DELL'ESPERANTO
Nella seconda metà dell'Ottocento oramai il mondo aveva già sperimentato gli orrori di numerose guerre, stragi, atrocità. Secondo alcuni sognatori i contrasti avrebbero potuto essere estinti grazie ad una lingua mondiale, un unico codice comunicativo che impedisse fraintendimenti ed annullasse le distanze. Tra il 1872 ed il 1887 il dottor Ludwik Lejzer Zamenhof creò l'Esperanto, una lingua che già nel nome portava un messaggio di speranza (lo stesso Zamenhof tentò anche di creare un'unica religione umana). L'Esperanto è una lingua semplice da imparare (è priva di eccezioni, ad ogni lettera corrisponde un solo fonema, la formazione delle parole si base sul metodo agglutinante), ed inoltre il suo ideatore sottolineò la necessità che essa venisse sempre appresa come lingua seconda, così da evitare differenziazioni locali. Dal punto di vista tipologico l'Esperanto potrebbe essere considerata una lingua indoeuropea, ma ovviamente il suo lessico è formato da termine provenienti da quasi tutte le famiglie linguistiche. Fino ai primi decenni del Novecento la lingua ebbe numerose adesione ed attenzioni internazionali, tuttavia le dittature hitleriana e staliniana cominciarono a frenarne la diffusione, ostacolata nel secondo dopoguerra dal predominio dell'inglese imposto dalla supremazia americana.
Al giorno d'oggi, grazie ad internet, i parlanti dell'Esperanto sono in continuo aumento, mentre anche organizzazioni umanitarie ed internazionali stanno cominciando ad utilizzarlo nei propri incontri e ad accelerarne la diffusione. 

6) IL LESSICO INGLESE E' FORMATO IN GRAN PARTE DA TERMINI LATINI
L'inglese è una lingua indoeuropea appartenente alla sottofamiglia delle lingue germaniche; come abbiamo già visto in precedenza essa è la lingua più diffusa al mondo. Ad agevolare questo primato, almeno per quanto riguarda l'Europa ed il Sud America, vi è anche una peculiarità propria del lessico anglofono: almeno il 50% del termini derivano dalla lingua latina, grazie soprattutto all'influenza del francese. Quest'ultima lingua si diffuse in Gran Bretagna in seguito alla dominazione normanna (dal 1066), mentre nei secoli successivi riuscì ad imporsi come lingua colta internazionale, non a caso era studiata dalle élite russe, italiane (si pensi a Brunetto Latini ed a Marco Polo), ed appunto anglofone. Grazie a questa caratteristica l'inglese ha numerose coppie di sinonimi appartenenti alle famiglie germaniche e latine, come ad esempio pork/pig, focus/fire e così via. Da ciò crediamo che ne tragga vantaggio anche la posizione di coloro i quali sostengono la necessità di continuare a studiare la lingua latina (non solo alle superiori) mentre le tendenze attuali vanno verso un progressivo decremento orario.
Il latino, infatti, oltre che appartenere al nostro patrimonio culturale, accresce la profondità linguistica propria dei parlanti italiani e, come abbiamo appena visto, può anche fungere da "introduzione" all'apprendimento del lessico inglese. 

7) QUALE LINGUA PER COMUNICARE CON GLI ALIENI?
La domanda può sembrare oziosa e fondamentalmente inutile, ma con l'inizio della corsa verso lo spazio si iniziò a discutere anche sul modo attraverso il quale comunicare con una eventuale civiltà extraterrestre. La Placca collocata sulla sonda Pioneer 10 aveva una serie di simboli e codici, tra i quali ricordiamo il disegno dell'uomo e della donna e il numero 1 proprio del sistema binario. La sonda Voyager Golden Record era un disco per grammofono all'interno della quale era stato registrato un messaggio in 55 lingue diverse (dal latino al mandarino, dall'accadico all'ebraico), oltre a 90 minuti di musica proveniente da diverse culture e tantissimi suoni naturali. Ad entrambi i progetti lavorò Carl Sagan, autore del noto romanzo Contact da cui è stato tratto anche un film; nel suo romanzo l'astronomo presuppone che la matematica sia l'unico possibile linguaggio universale, seguendo anche una nota massima di Galilei. Nel film Incontri ravvicinati del terzo tipo viene scelta la musica come medium interstellare di comunicazione.
Visto che il carbonio è alla base della vita terrestre (e secondo alcuni anche di tutte le possibili forme di vita), bisognerebbe comunicare servendosi di esso, magari attraverso un alfabeto basato sui suoi isotopi e allotropi.

8) SIAMO TUTTI BARBARI DI QUALCUN ALTRO
Da dove deriva il termine "barbaro"? Contrariamente a ciò che si pensa il termine è onomatopeico, infatti era così che i greci  designavano gli stranieri ("bárbaros"), compresi i romani, che "balbettavano" tentando di parlare la loro lingua, dunque riproducevano ironicamente la goffa parlata ripetendo due volte la sillaba "bar-bar". Successivamente, i romani (quindi degli ex barbari) designarono come barbarus coloro che non parlavano correttamente il latino e che si basavano su un sistema rozzo di leggi e tradizioni; in pratica quasi tutti gli "stranieri", ed in effetti la parola divenne sinonimo di quest'ultima. Il termine era presente anche in altre lingue indoeuropee, come nel sanscrito "barbarah", sempre con il significato di balbuziente; a dire il vero i grammatici indiani scrivevano "varvarah" con il significato di "ruvido" - "lana grezza", quindi nel suo diffondersi l'espressione avrebbe subito il fenomeni del betacismo. Durante l'Alto Medioevo il termine divenne sinonimo di "non cristiano". 

9) LA PRIMA LINGUA DELL'UMANITÀ
Gli studiosi hanno cercato da sempre di trovare la lingua primigenia dell'umanità, parlata da tutti gli abitanti della terra prima che si differenziasse il panorama linguistico. Nella Bibbia il mito della Torre di Babele rimanda proprio a questa idea, anche se poi giustifica la successiva differenziazione in modo decisamente irreale. Per Dante Alighieri, così come per altri letterati del passato, questa prima lingua era l'ebraico e in particolare nel De Vulgari Eloquentia afferma che la prima parola ed essere pronunciata fu "El"-"Dio", per bocca di Adamo. Nella stessa opera l'Alighieri afferma che tale lingua sopravvisse alla Torre, per poi differenziarsi nelle varie parlate, tra cui il latino; nel Paradiso, tuttavia, correggerà il tiro sostenendo la tesi secondo la quale anch'essa si perse in seguito all'affronto della Torre. monogenetica è soltanto una alternativa, dato che numerosi linguisti non ritengono probabile l'esistenza di un unico linguaggio originario. In questo post abbiamo parlato anche dei leggendari esperimenti che sarebbero stati fatti per scoprire questa protolingua.
Studi più recenti hanno puntato sul metodo comparativo, ma senza giungere a risultati soddisfacenti, ed inoltre giova ricordare che la teoria

10) LE PAROLE PIÙ LUNGHE
La parola più lunga della lingua italiana non è "precipitevolissimevolmente" (tra l'altro una licenza poetica),  bensì  "psiconeuroendocrinoimmunologia"  [trenta lettere] ossia la scienza che si occupa dell'influenza sul sistema nervoso da parte di quelli biologici e viceversa. Per quanto riguarda la classifica mondiale abbiamo trovato due diversi vincitori: il primo termine è inglese ed indica il nome completo della titina, una proteina complessa (non v'è dubbio che lo sia), qui di seguito il video di un povero uomo che ha letto tutte le sue 189819 lettere; secondo wikipedia, invece, il primo premio spetta a "Sparvagnsaktiebolagsskensmutsskjutarefackforeningspersonalbeklandnadsmagasinsforradsforvaltaren(direttore del magazzino approvvigionamento uniformi per il personale dei pulitori dei binari della compagnia tranviaria) con le sue 95 lettere. Chi di voi conosca il nome del vero vincitore ce lo faccia sapere! 

domenica 12 novembre 2017

DIVINA COMMEDIA (Dante Alighieri) - Inizio e conclusione

INCIPIT

[Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de' vizi e de' meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la prima parte la quale si chiama Inferno, nel qual l'auttore fa proemio a tutta l'opera.]



Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant' è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
[---]

EXPLICIT

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ’poco’. 123

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi! 126

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta, 129

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo. 132

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige, 135

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova; 138

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne. 141

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa, 144

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

mercoledì 25 ottobre 2017

ANNA FRANK ALLO STADIO: UNA BATTAGLIA PERSA IN PARTENZA

La storia è nota e, ormai, ampiamente conosciuta.
Dei personaggi (vedete voi come definirli) hanno applicato con un fotomontaggio la maglia di una squadra avversaria alla famosa foto di Anna Frank, con la volontà, secondo il loro pseudopensiero, di offendere i "nemici".
Subito è partito il consueto carosello di indignazione e sgomento. Esponenti della stessa società sportiva, dirigenti del mondo calcistico, rappresentanti istituzionali e via così, tutti prodighi nello sfogliare il solito vocabolario d'occasione: "inaccettabile, indignati, scioccante, vergognoso, ferma condanna"; mettete queste parole a caso in una frase, aggiungetene delle altre e avrete fatto un ottimo lavoro da addetti stampa.
Sono seguite le reazioni. Qualcuna decisamente bislacca, come quella di incollare la maglia delle altre squadre di A alla suddetta foto, o come la renziana proposta di scendere in campo con la Stella di David al posto dello sponsor (tatuarsi un numero sul braccio no?), altre quasi obbligate, come quella del presidente della Lazio che ha promesso di organizzare visite guidate ad Auschwitz per giovani tifosi.
Anche le istituzioni hanno deciso di agire: nel prossimo turno di campionato, su tutti i campi da gioco, sarà letto un brano del Diario di Anna Frank e ai bambini che di solito accompagnano i calciatori sul terreno sarà fatto dono di questo libro, oltre che di Se questo è un uomo di Primo Levi.
Bene, ottimo, perfetto. Ma pensare anche a come evitare che simili avvenimenti accadano?
E non sto parlando di perquisizioni, telecamere, controlli. Tutto ciò non è prevenzione, perché il solo pensare di commettere qualcosa del genere è già un fallimento.
Scrivendo da insegnante, il mio spazio d'azione è ben delimitato nel tempo e nello spazio.
Il mio campo da gioco è l'aula e il novantesimo minuto scatta con la campanella.
I rappresentanti delle istituzioni che oggi si indignano e versano lacrime amare, cosa hanno stabilito (e cosa stanno stabilendo) per fornire ai docenti strumenti adeguati per EDUCARE e FORMARE i giovani, cosicché non si arrivi poi a tali obbrobri?
"Nulla", direte voi.
"Ma magari", vi rispondo io; sarebbe stato meglio non avessero fatto niente.
Invece hanno deciso di spuntare ancor più le già deboli armi dell'istruzione.
Pensiamo una attimo alle scuole medie; come stroncare subito sul nascere possibili comportamenti sbagliati? Con una nota, certo, ma ormai vale quasi come una medaglia. Convocando i genitori, ovvio, ma, se e quando si presentano, ormai è il docente a doversi preoccupare. E allora potremmo avanzare ammonizioni, sospensioni...Fino ad arrivare alla bocciatura.
Ebbene, oggi quest'ultima non esiste praticamente più, almeno per quanto riguarda i motivi disciplinari. Non che dovesse essere usata per forza, ma almeno faceva da spauracchio.
By Gaúcho (Own work) via Wikimedia Commons
Il vecchio 5 in condotta è stato sepolto e sostituito da un "giudizio sintetico" che non produce più effetti certi e determinati. Certo, in caso di "gravi infrazioni disciplinari" è ancora possibile fermare qualcuno, ma l'assoluto relativismo di tale concetto sembra fatto apposta per scoraggiare la severità e per avallare i ricorsi.
E se invece il problema non fosse comportamentale?
Ebbene, anche in questo caso la bocciatura (che deve essere sempre e comunque solo un'estrema arma finale), è ormai quasi impossibile. Il consiglio di classe deve supermotivare il provvedimento, deve provare di aver aggiornato in modo costante i genitori sull'andamento scolastico del figlio (tra incontri, consegna pagelle e registro elettronico può mai sfuggir loro davvero qualcosa?) e deve dimostrare di aver tentato strategie di recupero adeguate.
Insomma, se il pargolo non vuole leggere Anna Frank, oppure se fa di tutto affinché il docente non riesca a leggere e commentare il libro con la classe, è praticamente impossibile fare qualcosa per salvarlo (già, perché punire, spesso, vuol dire proprio salvare una mente).
Quando poi, dopo qualche anno, ce lo ritroveremo negli stadi o altrove a dar sfogo al peggio di sé, allora, ebbene, si legga pur qualche rigo in mezzo ad un campo circondato da migliaia di spettatori distratti, si metta in moto qualche iniziativa col presunto scopo di voler educare persone che ormai, purtroppo, sono cresciute già belle e imbarbarite. Si cerchi di trasformare il campo di calcio in un'aula, giusto per cinque minuti, tanto le aule sono già state trasformate in delle curve.
Insomma, si portino avanti le solite sceneggiate, giusto come operazioni di facciata.
Anche se la faccia, ormai, l'avremo già persa tutti.


mercoledì 4 ottobre 2017

6 MOTIVI PER NON PERDERSI LA TERZA STAGIONE DI NARCOS

                                                             NO SPOILER! 
          CHI HA VISTO SOLO LE PRIME DUE STAGIONI LEGGA TRANQUILLO

Ormai è trascorso più di un mese dalla pubblicazione di Narcos 3, nuova stagione della fortunata serie creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro per Netflix; nonostante ciò c'è ancora qualcuno che, suo malgrado, non se l'è scolata tutta in due giorni (perché si fa così, vero?).

Se le prime due stagioni erano ruotate del tutto sulla figura carismatica di Pablo Escobar, questa nuova si concentra sul cartello di Calì, con una visione decisamente più corale.
Nonostante ciò, il livello qualitativo non è affatto diminuito, anzi, possiamo affermare che rispetto alla seconda stagione è stato fatto qualche passo in avanti!
Non ci credete?
Ok, allora prima leggete i sei motivi per non perdersela e poi guardatela tutta d'un fiato.


1) CORALITÀ DEI PUNTI DI VISTA

Lo abbiamo detto prima, lo ripetiamo. Concentrarsi su un unico personaggio o su diversi non è una scelta giusta o sbagliata a prescindere, dipende da come lo si fa. La prima stagione era stata perfetta nel suo avere Pablo come centro gravitazionale. La seconda, invece, ha lasciato qualche perplessità, dimostrando la stanchezza di una buona idea portata avanti fin troppo.
Ecco allora il colpo geniale nella terza: non un solo boss, ma ben quattro; un investigatore (Peña), ma circondato da altri "buoni", o presunti tali; varie donne, tutte con la loro dimensione (meno asettiche della stagione precedente); comprimari mai scontati.
Una polifonia perfetta.

2) COLPI DI SCENA A RAFFICA

La prima stagione ci aveva abituato a stare sempre in allerta, pronti a guardarci le spalle per evitare una pallottola in testa. La seconda è stata maggiormente riflessiva, quasi filosofica, ma decisamente meno adrenalinica. La terza ha equilibrato perfettamente i due momenti, ma non lasciandoci mai scendere dalla giostra: ogni episodio inizia con qualcosa di intenso, a metà circa c'è una svolta, alla fine resta sempre una sospensione.
Non adatta ai deboli di cuore.

3) VIVA LA FICTION

Le prime due stagioni sono state a metà tra finzione e documentario. Pur senza rinunciare alle invenzioni, talvolta erano dei veri e propri piccoli corsi di aggiornamento sulla storia colombiana, sulla politica americana e così via. Forse, questa scelta, in alcune occasioni si era spinta un tantino troppo in là, finendo per distorcere la storia pur di inserirla nella trama.
Nella terza stagione c'è molto più artificio: situazioni in bilico, salvataggi rocamboleschi, doppio e triplogiochisti, escamotage artificiosi...
Gli sceneggiatori hanno inventato tanto e bene, per fortuna. 

4) LA STORIA RESTA MAESTRA

Il punto precedente, però, non implica che la storia sia svanita, che la realtà dei fatti sia stata messa in secondo piano. Lo sfondo è reale, i personaggi (e le loro peculiarità) sono tutte documentate, così come gli avvenimenti più importanti che muovono la trama.
La storia c'è e non si inventa, ma per tutto il resto, per ciò che effettivamente è difficile da ricostruire, l'inventiva ha mosso bene le pedine in campo, senza mai andare al di là del tavolo di gioco della realtà.

5) ATTORI DEL PROPRIO SUCCESSO 

Tutto magnifico, tutto splendido: regia, fotografia, sceneggiatura, musiche, ok. Ma se poi gli attori non fossero così bravi andrebbe sprecato ogni patrimonio.
E invece si sono dimostrati ancora una volta perfetti.
Pedro Pascal (Peña) ha ereditato il centro della scena, e la tiene alla grande, tra sguardi desolati e scatti improvvisi. I quattro boss sono una delizia, tra chi rimanda a Pablo, chi vuole dominare, chi scalare e chi solo non perdere il proprio potere; non uno degli attori che sia apparso fuori luogo per un solo attimo. Le donne, lo abbiamo già detto, sono maggiormente sfumate rispetto almeno alla stagione precedente, e ciò lo si deve anche ad attrici di ottima caratura (chi ha visto Kerry Bishé in Scrubs rimarrà positivamente sorpreso da questo nuovo ruolo). 
Matias Varela ha una faccia che sembra essere stata forgiata apposta per esprimere il saliscendi di emozioni proprie del suo personaggio.

6) BUONI E CATTIVI

A proposito di Salcedo, il personaggio interpretato da Varela. Fin da subito capirete che è un buono, che si trova a lavorare con dei narcos chissà perchè. Ma... ebbene sì, anche lui ha dei "ma". Così come li ha sempre avuti Peña, fin dalla prima stagione, in bilico tra lotta all'illegalità e il finirci dentro. Allo stesso modo anche le grandi personalità (ambasciatori, politici, generali) sono sempre ad un passo dal rivelarsi per ciò che non dovrebbero mai essere.
Sfumare i personaggi non è certo una novità, ma farlo per tutti ed in modo così particolare di certo sì.




giovedì 28 settembre 2017

CONTRO IL DE GUSTIBUS

In tempi di osannata mediocrità e di banalità al potere, dobbiamo cedere ancora al de gustibus?

Per carità, ognuno è libero di leggere, guardare, ammirare, osannare ciò che vuole. 
Ma non si pretenda un silenzio complice dinnanzi all'amore per ciò che non è cultura. 

Per carità, è lecito lasciarsi andare alla passione per creazioni finalizzate al puro sghignazzamento disinteressato, o magari al piagnisteo futile. 
Ma non si pretenda di chiamarla arte. 

Esiste l’arte ed esiste ciò che non lo è:

La Divina Commedia è arte; i libricini sull'amore spicciolo coi lucchetti no.

Il Padrino è arte; Giovannona Coscialunga no.

La Guernica è arte; il disegno di una casa che ho fatto in prima elementare no.

Le foto di Cartier-Bresson sono arte; quelle che faccio al mio gattino no.


Certo, esiste anche una zona grigia, ma i casi non sono così tanti.  

Se qualcuno non coglie l’abissale differenza tra gli estremi sopracitati sappia che non basta lo spazio di un commento su Fb per spiegarla (la stessa pretesa è sintomo di ignoranza). 
Esistono libri, documentari, riviste specializzate e tanto altro. Esiste una storia, una tradizione, ma anche un'anti-tradizione.
Se voi non capite evitate di piangere e di sbattere i piedini per terra, pretendendo di non essere derisi, ma colmate le vostre mancanze. 

Studiate, dunque, poi potrete discutere. 

venerdì 22 settembre 2017

FILM AMERICANI IMPERDIBILI, MA CON POCHI PREMI, DEL NUOVO MILLENNIO

Come capire se un film ha avuto successo? Si guarda al riscontro del pubblico, ai premi, alle recensioni della critica? Non c'è un parametro standard, non si può giudicare unicamente in base ai numeri o al palmares. Bisogna andare oltre, lasciandosi trasportare dalla curiosità ed aprendo la mente anche a tutto ciò che, apparentemente, è passato senza lasciare un segno indelebile.
Ecco una serie di film americani che hanno vinto poco o nulla, ma vi assicuriamo meritano di essere visti.

2000 Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?), fratelli Coen

E' stato in gara per molti premi durante il 2001, portandone a casa pochissimi. 0 Oscar su 2 nomination, 1/2 ai Golden Globe (premiato Clooney), 0/5 ai Bafta, 0/5 Satellite Award e via così.
Tre evasi fuggono attraverso un percorso epicamente americano, in un viaggio ispirato all'Odissea. Tra numerosi riferimenti a pellicole classiche degli States, una colonna sonora che rievoca il passato a stelle e strisce, un colore seppia d'annata e attori di livello (Clooney, Turturro, Goodman), vi innamorerete di questa pellicola .

 2001 - Training Day,  Antoine Fuqua.

Questo film ha ricevuto premi praticamente solo per l'interpretazione magnifica di Denzel Washington, ma anche Ethan Hawke non fu da meno. Storia di un addestramento paradossale alla vita, prima ancora che alla narcotici, anche in questo caso abbiamo a che fare con un viaggio, un peregrinare tra strani personaggi, situazioni intricate, bene e male che si sfiorano e si intrecciano lasciando alla fine nessuno davvero innocente.
Tiferete per per il terribile Alonzo? Oh, sì che lo farete.

2002 La 25ª ora (25th Hour), 2002, Spike Lee

Chiedete agli adoratori di Spike qual è il suo miglior film. Tanti vi risponderanno subito che si tratta proprio di questo, uno dei meno premiati. Tratto dal romanzo di D. Benioff, con ottimi E. Norton, P. S. Hoffman e R. Dawson, la pellicola racconta l'ultimo giorno di libertà di Monty, condannato al carcere per colpa chissà di chi, forse proprio uno dei suoi cari. Lo seguiamo nei suoi rapporti non sempre sinceri con gli amici, nei tormenti con la donna amata, fino alla riflessione finale del padre che apre spazio ad una ipotetica nuova vita.
Da sottolineare il monologo del protagonista, cosciente per un attimo di non poter incolpare nessuno se non se stesso per il proprio destino.

2003 Matrix Revolutions (The Matrix Revolutions), Andy e Larry Wachowski

Ok, il primo doveva essere anche l'ultimo. Certo, due pellicole in un anno sono senza dubbio un'operazione commerciale. Ovvio, dove c'è troppa azione non sempre troviamo qualità. Però la terza pellicola della serie è particolare. Dopo il magnifico primo e il forse fin troppo movimentato Reloaded, in questo caso prevale la narrazione, la riflessione e la metaforicità: l'essenza dell'amore, il sacrifico come ultima strada, la singolarità di ogni individuo nella massificazione, il potere della mente oltre quello del corpo e così via. Se avete amato il primo e se seguite con attenzione tutta la trilogia, non potrete che apprezzare quest'ultimo.

2004 - Closer, Mike Nichols

Il film ha ricevuto qualche premio, ma praticamente tutti per l'ottimo quartetto  Jude LawNatalie PortmanJulia Roberts e Clive Owen, mentre avrebbe meritato qualcosa in più per regia, sceneggiatura, montaggio, colonna sonora. Ripreso da un'opera teatrale, ed infatti risaltano decisamente i dialoghi, è una storia di tradimenti, ipocrisie, ritorni, sfuggenti momenti di felicità. Vi farà restare incollati per cercare una risposta, capire il perché, comprendere la verità che si nasconde dietro tante parole e menzogne.

2005 - Match Point, Woody Allen

Secondo qualcuno con il nuovo millennio il caro, vecchio Woody avrebbe perso colpi, ma noi non ne siamo così certi. Match point è un ottima prova di ciò. Anche in questo caso ci troviamo d'innanzi quasi ad una rappresentazione teatrale, con tanto di musica d'accompagnamento operistico e morti che tornano ad infestare i vivi. Una magnifica riflessione sul destino, sugli incontri ed il caso, sulla colpa, sulla scelta, sulla scalata sociale; il tutto messo in rapporto con l'amore, deturpato in nome di altri valori. Jonathan Rhys-Meyers  e Scarlett Johansson sono perfetti con i loro sguardi trasognanti, trasformati poi in altro, decisamente in altro. 

2006 - 300, Zack Snyder

So cosa state pensando: "è violento, tamarro, incasinato, non accurato dal punto di vista storico...", ma ha segnato l'inizio di un genere. I fumetti non erano stati mai resi in modo così preciso e fedele, dalle inquadrature che partono dalle vignette, passando per il montaggio serrato fino alla fotografia cupa. La colonna sonora riproduce il caos della guerra, le urla, i pensieri disperati. Se non amate gli eccessi (ma in questo caso studiati e motivati) e se non appartenente alla generazione cresciuta con fumetti e videogame magari non apprezzerete, ma in questo modo vi state tagliando fuori da un filone sempre più in crescita.

2007 - Onora il padre e la madre (Before the Devil Knows You're Dead), Lumet.

Qualche premio, ma poca roba in confronto al cast Ethan HawkePhilip Seymour Hoffman e Albert Finney e al valore del film. Due diverse disperazioni che convergono in una drammatica rapina, con una violenza che non nasce dal caso, ma è quasi insita nei destini familiari e personali dei due fratelli. Il paradiso è una meta impossibile per chi ha vissuto solo nell'inferno terreste, contrariamente a quello che promettono i messaggi di salvezza. Ultimo capolavoro di Lumet, morto qualche anno dopo.

2008 - Cloverfield, Matt Reeves

Prima abbiamo parlato di 300 come l'iniziatore di un genere, ora è il momento di esaltare un film che ha segnato il rilancio di un filone in apparenza già esaurito. Sentendo parlare di mostri, caos, riprese amatoriali e un filmato ritrovato, penserete subito a The Blair Witch Project ed in effetti avete centrato l'obiettivo. Solo che Cloverfield non è uno dei tanti, ma IL film per eccellenza che basa la sua storia su riprese amatoriali. L'attesa, l'adrenalina, l'ignoto, la sensazione di essere lì, la voglia di spegnere tutto. I dubbi che restano al termine della pellicola e la sua prosecuzione oltre lo schermo, nei meandri della rete, sono certamente anche delle trovate di marketing, ma ben integrate nella narrazione. Rispetto alla storia sulla strega qui c'è di più, come trama e come svolgimento: guardare per credere.

2009 - District 9, Neill Blomkamp

Ancora un genere totalmente incompreso. Qui abbiamo una magnifica storia di fantascienza, intrigante e surreale. Il tutto, però, è reso ancora più lodevole dalle tematiche che si celano oltre la metafora: razzismo, intolleranza, controllo globale, potere dei media. Gli alieni visti non come invasori, ma quali clandestini isolati e dominati, dà un tocco di vera classe, tipo La sentinella di Clarke. Se effetti speciali e campagna mediatica (in questo caso con un blog a favore dei "non umani") sono affiancati da una grande sceneggiatura ed un'ottima regia, allora ben vengano. Incassi notevoli, nomination a raffica, ma pochissimi premi.

2010 - Shutter Island, Martin Scorsese

Spesso i film tratti dai libri finiscono per risultare sommari e deformanti. Non è questo il caso, ma purtroppo in pochi l'hanno capito. Una grande storia sul tema della colpa, o meglio sul senso di colpa. Un notevole cast ( Leonardo DiCaprioMark RuffaloBen KingsleyMichelle Williams) e una magnifica regia, ma tanto lo sappiamo che Scorsese ha vinto la metà di quanto avrebbe meritato. Inizia tutto con la ricerca di una donna fuggita dal manicomio nel quale era rinchiusa, con alla sua ricerca un team medico ambiguo e due detective venuti dalla terra ferma. Il finale, fino all'ultima battuta, vi stupirà.

2011 - Millennium - Uomini che odiano le donne (The Girl with the Dragon Tattoo), David Fincher.

L'avvincente trilogia di Larsson era già stata trasportata sullo schermo da un produzione svedese, ma sinceramente non con grandi risultati. Fincher è una garanzia, ed anche stavolta non ha deluso, nonostante un solo Oscar (montaggio) e i numerosi apprezzamenti, ma senza grandi premi, per Rooney Mara. I personaggi sono tratteggiati alla perfezione, le scene riproducono fedelmente il libro, la trama gli si avvicina il più possibile e la colonna sonora accompagna con grinta. Se avete amato il libro adorerete la pellicola, e se non conoscete nulla dei romanzi allora vi farà venire voglia di leggerli. Si attendono gli altri due, i quali dovrebbero vedere presto la luce nonostante il cammino sia piuttosto travagliato.

2012 - Flight, Robert Zemeckis

Un pilota di linea ubriaco e strafatto riesce a portare a terra in modo incredibile l'aereo in panne, limitando al minimo il numero delle vittime. Pian piano, però,  sarà proprio la coscienza a mettere in difficoltà il presunto "eroe", oltre che le rivelazioni sulla sua vita scombinata. Un grandissimo Denzel Washington, contornato perfettamente da Kelly Reilly e John Goodman (il personaggio di quest'ultimo meriterebbe un film tutto per sé). Inizia come un drammone sui soliti aerei in difficoltà, ma poi regia e sceneggiatura sviscerano sapientemente la personalità sofferente di un uomo abituato a vivere grazie alle sue menzogne.

2013 - The Wolf of Wall Street, Martin Scorsese

Rieccoci alla sfigata coppia Scorsese/DiCaprio. Questa pellicola ha avuto un notevole successo di pubblico, e certamente qualche difettuccio qui e lì, come l'eccesso di attenzione per la fase ascendente con poco spazio per la riflessione e la crisi, giustificano in parte la scarsità di premi. Ma solo in parte, perché, sinceramente, 0 Oscar su 5 è un'umiliazione che non meritava. Il protagonista è così matto che non potrete non amarlo, certe scene così assurde che dubiterete siano state fedelmente ispirate da una storia vera, il finale degno di nota per gli spunti di riflessione che lascia. Tre ore di energia che vi faranno venir voglia di giocare in borsa, a meno che non ne cogliate il messaggio vero e profondo.

2014 - Vizio di forma (Inherent Vice), Paul Thomas Anderson

Tratto dal romanzo di T. Pynchon, un'altro film che, al di là di qualche premio indipendente, ha accumulato solo nomination. Da un'investigazione portata avanti per evitare l'internamento di un miliardario si passa ad un processo che non mette sotto accusa solo il protagonista, ma un'intera società. Crisi individuale e collettiva, una storia che parte dal giallo, ma abbraccia tematiche più ampie e complesse. Una regia lirica, una storia che esula dal semplice narrare, ma vuole alludere ben altro, disponendosi su diversi piani di lettura.

2015 - Youth - La giovinezza (Youth), Paolo Sorrentino.


Lo consideriamo "americano" per attori e lingua, non per provenienza del regista e per la produzione, ovviamente.
Passato decisamente sotto silenzio, in realtà, a nostro giudizio, merita molto di più rispetto a La grande bellezza. Il cast si commenta da solo ( Michael CaineRachel WeiszHarvey KeitelPaul Dano e Jane Fonda), la storia invece è profonda e necessita più visioni per essere apprezzata completamente. La riflessione sulla "giovinezza", così simile alla "Senilità" sveviana, traccia il bilancio di più vite oscillanti in un Hotel svizzero, con numerosi echi letterari, uno tra tutti La montagna incantata di Mann. Lasciarsi schiacciare dai ricordi o lasciarsi prendere dalla leggerezza, almeno un'ultima volta? Questa pellicola è da gustare fino in fondo. Ok, non sono certo mancati i premi, ma a livello internazionale, paradossalmente, il confronto con l'opera precedente di Sorrentino (o almeno con il suo successo) ha nociuto alquanto.

2016 - Captain America: Civil War, Anthony e Joe Russo.

Calma, calma, non cercate di mandarci troppi insulti e non flammate. Il film ha tutti i limiti evidenti del genere e della ricerca esasperata dello spettacolo, ma anche diversi pregi rispetto al solito. Il legame d'amicizia, la lotta tra accettazione delle regole e libertà, i limiti del potere e di chi ha la forza, le scelte che i singoli devono prendere in mezzo ad un caos più ampio. Tematiche decisamente più mature ed impegnate - pur con i limiti propri di chi mira più al successo di pubblico che di critica - le quali forse avrebbero meritato qualche riconoscimento in più, non tanto per la pellicola in sé, ma anche per pretendere qualcosa in più da chi si appresta a girare film del genere.