venerdì 27 dicembre 2013

SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE: Viaggio nella nostra legge fondamentale, tra valori condivisi e speranze deluse

Tutti i cittadini italiani sanno che la Costituzione rappresenta una garanzia per i diritti individuali e collettivi.
Alcuni sono in grado di snocciolare le caratteristiche tecniche della Costituzione: scritta, per far si che non ci siano controversie; rigida, dato che le leggi non devono contraddirla e per modificarla l'iter è lungo e complesso; lunga, infatti non si limita a delle disposizioni generali, ma affronta molte diverse questione del vivere civile; votata, poiché fu sottoposta a votazione dall'Assemblea costituente a sua volta eletta dal popolo; compromissoria, perché parteciparono alla sua stesura forze politiche anche in netto contrasto tra loro; democratica, perché in ogni sua parte rende manifesta la sovranità del popolo; programmatica, perché fin da subito essa valse come modello sul quale le forze parlamentari avrebbero dovuto creare le leggi.
In pochi, temo, conoscono effettivamente gli articoli da cui è composta, e questa ignoranza compromette il ruolo di tutela e garanzia che essa rappresenta per il popolo.

La rubrica "Sana e robusta Costituzione" sarà un viaggio all'interno della nostra legge fondamentale, alla scoperta dei valori condivisi che sussistono in essa e grazie ai quali l'Italia poté trasformarsi in democrazia dopo venti anni di dittatura fascista.
Inoltre, però, affronteremo anche lo scomodo aspetto delle speranze deluse; aspettative democratiche andante infrante, talvolta per l'eccessiva prudenza che ebbero i padri costituenti, ma soprattutto per l'inadeguatezza e la complicità dei nostri rappresentanti politici, dal dopoguerra fino ad oggi.

Non sarà dunque un cammino in discesa, ma affronteremo tutte le questioni legate agli articoli più importanti della Costituzione, cercando di essere il più completi possibile.
Ogni post si soffermerà sui singoli articoli attraverso quattro passaggi:

1) L'articolo sarà trascritto nella sua interezza;
2) Le parole più importanti saranno analizzate e verrà motivata la loro presenza all'interno dell'articolo;
3) Valuteremo quanti punti di ogni singolo articolo sono stati ignorati o disattesi da governi e parlamenti;
4) Cercheremo di fornire dei collegamenti extra-testuali, suggerendo libri, film, canzoni, quadri ed altre forme d'arte che hanno come tema quello dell'articolo.

Seguitici in questo cammino salutare, dunque, perché solo allenandoci alla democrazia ed al dialogo e soltanto facendo sentire la nostra voce quando vengono ignorati i nostri diritti, potremo mantenere il nostro stato in "sana e robusta Costituzione".

giovedì 26 dicembre 2013

PRECARIA-MENTE: RIFLESSIONI DI UN INSEGNANTE IN BILICO

scuola sapere cultura umanità inestà libertà anima libri-cinema-cultura-società.blogspot.itDopo tredici anni di scuola (come studente), cinque di università, abilitazione, tirocinio e quattro anni di insegnamento, ho deciso di diffondere i miei pensieri e le mie impressioni sul sistema d’istruzione italiano.
Ho vissuto i paradossi più incredibili, incontrato le persone più strane, ne ho sentite di tante e viste di tutti i colori, quindi ho ritenuto opportuno mettere per iscritto queste mie esperienze, per poter riportare un po’ d’ordine nella mia testa e narrare ciò che c’è di buono e di cattivo in un settore, ahimè, non proprio in ottima salute.
Le criticità del sistema scolastico sono tante, tuttavia credo sia giusto iniziare questo percorso chiarendo subito che una delle debolezze più grandi non si trova all'interno della scuola, ma fuori. 
Sto parlando del menefreghismo di cui sono colpevoli molti italiani.
Considero un vero problema, infatti, quelle persone che si lamentano della scuola, ma che poi si disinteressano completamente dei meccanismi propri del sistema formativo.
Facciamo una metafora: sentite degli scricchiolii nella vostra casa; vi disperate per paura che il danno sia enorme o irreparabile; degli esperti di ingegneria vi spiegano le cause e propongono varie soluzioni; voi ve ne fregate; la casa crolla; date la colpa al “sistema”, agli ingegneri o ai muratori che hanno tirato su l’edificio. Diciamola tutta, chi si comporterebbe così verrebbe considerato immediatamente uno stolto.
Bene, con la scuola funziona proprio in questo modo.
La maggior parte delle persone si lamenta per le carenze del sistema scolastico, prendendo spunto magari dal nipote che ha mancato una doppia, però poi nessuno si interessa del modo in cui gli insegnanti vengono formati, selezionati, giudicati; nessuno  va oltre lo scandalizzarsi per i tagli che stanno massacrando il sistema pubblico d’istruzione; nessuno va a fondo dello sfascio delle scuole pubbliche a vantaggio delle paritarie; nessuno fa davvero qualcosa per ovviare allo svilimento che sa subendo la figura del docente.
precaria mente riflessioni di un insegnante in bilico libri-cinema-cultura-società.blogspot.it Nel corso delle mia rubrica analizzerò le varie questioni, ora vorrei soffermarmi brevemente sull'ultima elencata.
Gli insegnanti, ormai, sono considerati meno di zero. Metto le cose in chiaro con una precisazione: secondo me buona parte dovrebbe effettivamente cambiare mestiere. Tuttavia, quelli che si salvano e svolgono con dedizione e competenza il proprio compito vivono ormai in una società che li considera come il nulla. Presidi supponenti ed incompetenti, alunni indisciplinati, genitori interessati soltanto a giustificare i propri figli ed a far sì che portino a casa il titolo, istituzioni assenti o nemiche.

Noi docenti non vi convinciamo?
 Ok, però dovete sforzarvi, spremere le meningi ed informarvi su come siamo stati selezionati e formati, sulla fine che fanno i meritevoli e gli onesti.
Per darvi un primo assaggio, leggete qui con attenzione: 
L'insegnante invisibile. Piccola storia del TFA

Il sugo del mio invito/messaggio a questo punto sarà abbastanza chiaro: criticate la scuola, vi sprono, fatelo; però con cognizione di causa. Informatevi sulla struttura dei corsi di laurea, sul sistema di abilitazione, sui concorsi e la loro storia, sul modo in cui sono articolate le graduatorie e fasce, sul sistema dei punteggi, sulla formazione disciplinare e pedagogica. Ascoltate, prima di condannare.
Non volete fare tutto ciò? Allora, vi prego, restate muti, e soprattutto non lamentatevi quando i danni del sistema scolastico poi si riverseranno su voi stessi.  

martedì 24 dicembre 2013

"BUON NATALE" IN TUTTE LE LINGUE

Su svariati siti è presente questo elenco, utile per chi abbia amici di altre nazioni e voglia far loro gli auguri come si deve. Speriamo che tutte le traduzioni siano giuste, in caso contrario suggeriteci le correzioni!

p.s. per alcune lingue c'è anche il "buon anno"

Afrikaans: Gesëende Kersfees
Albanese:Gezur Krislinjden
Arabo:
 Idah Saidan Wa Sanah Jadidah
Armeno:
 Shenoraavor Nor Dari yev Pari Gaghand
Azerbaijan:
 Tezze Iliniz Yahsi Olsun
Bahasa (Malesia):
 Selamat Hari Natal
Basco:
 Zorionak eta Urte Berri On!
Bengali:
 Shuvo Naba Barsha
Boemo:
 Vesele Vanoce
Bretone:
 Nedeleg laouen na bloavezh mat
Bulgaro:
 Tchestita Koleda; Tchestito Rojdestvo Hristovo
Catalano:
 Bon Nadal i un Bon Any Nou!
Ceco:
 Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Novy Rok
Choctaw (Nativi americani, Oklahoma):
 Yukpa, Nitak Hollo Chito
Cinese (Cantonese):
 Gun Tso Sun Tan'Gung Haw Sun
Cinese (Mandarino): 
Kung His Hsin Nien bing Chu Shen Tan
Cingalese: Subha nath thalak Vewa. Subha Aluth Awrudhak Vewa
Coreano:
 Sung Tan Chuk Ha
Croato:
 Sretan Bozic
Danese:
 Glædelig Jul
Eschimese:
 (inupik) Jutdlime pivdluarit ukiortame pivdluaritlo!
Esperanto:
 Gajan Kristnaskon
Estone:
 Ruumsaid juulup|hi
Farsi:
 Cristmas-e-shoma mobarak bashad
Fiammingo:
 Zalig Kerstfeest en Gelukkig nieuw jaar
Filippino:
 Maligayan Pasko!
Finlandese:
 Hyvaa joulua 

Francese:
 Joyeux Noel
Frisone:
 Noflike Krystdagen en in protte Lok en Seine yn it Nije Jier!
Gaelico (Scozia):
 Nollaig chridheil huibh
Gaelico:
 Nollaig chridheil agus Bliadhna mhath ùr!
Gallese:
 Nadolig Llawen
Giapponese:
 Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto
Greco:
 Kala Christouyenna!
Hamish Dutch
 (Pennsylvania): En frehlicher Grischtdaag un en hallich Nei Yaahr!
Hausa:
 Barka da Kirsimatikuma Barka da Sabuwar Shekara!
Hawaaiano:
 Mele Kalikimaka
Hindi:
 Shub Naya Baras
Indonesiano:
 Selamat Hari Natal
Inglese:
 Merry Christmas
Iracheno:
 Idah Saidan Wa Sanah Jadidah
Irochese:
 Ojenyunyat Sungwiyadeson honungradon nagwutut. Ojenyunyat osrasay.
Islandese:
 Gledileg Jol
Isola di Man:
 Nollick ghennal as blein vie noa
Latino:
 Natale hilare et Annum Faustum!
Latviano:
 Prieci'gus Ziemsve'tkus un Laimi'gu Jauno Gadu!
Lituano:
 Linksmu Kaledu
Macedone:
 Sreken Bozhik
Maltese:
 LL Milied Lt-tajjeb
Maori:
 Meri Kirihimete
Navajo:
 Merry Keshmish
Norvegese:
 God Jul, or Gledelig Jul
Occitano:
 Pulit nadal e bona annado
Olandese:
 Vrolijk Kerstfeest en een Gelukkig Nieuwjaar! oppure Zalig Kerstfeast
Papua Nuova Guinea:
 Bikpela hamamas blong dispela Krismas na Nupela yia i go long yu
Polacco:
 Wesolych Swiat Bozego Narodzenia or Boze Narodzenie
Portoghese (Brasile):
 Boas Festas e Feliz Ano Novo
Portoghese: 
Feliz Natal
Rapa-Nui (Isola di Pasqua):
 Mata-Ki-Te-Rangi. Te-Pito-O-Te-Henua
Rumeno:
 Sarbatori vesele


Russo:
 Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom
Samoa:
 La Maunia Le Kilisimasi Ma Le Tausaga Fou
Sardo:
 Bonu nadale e prosperu annu nou
Serbo:
 Hristos se rodi
Slovacco:
 Sretan Bozic oppure Vesele vianoce
Sloveno:
 Vesele Bozicne. Screcno Novo Leto
Spagnolo:
 Feliz Navidad


Svedese:
 God Jul and (Och) Ett Gott Nytt År
Tailandese:
 Sawadee Pee Mai
Tedesco:
 Fröhliche Weihnachten
Turco:
 Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun
Ucraino:
 Srozhdestvom Kristovym 

Ungherese: Kellemes Karacsonyi unnepeket
Urdu:
 Naya Saal Mubarak Ho
Vietnamita:
 Chung Mung Giang Sinh
Yoruba:
 E ku odun, e ku iye'dun!


venerdì 20 dicembre 2013

10 BUFALE LETTERARIE

Frasi celebri mai pronunciate, icone religiose mai nominate, errori di attribuzione, invenzioni o approssimazioni, fantasie sessuali, origini dimenticate e falsi; in una parola: bufale letterarie.
Alcune sono nate dall'ignoranza del lettori e dal semplice accontentarsi di una conoscenza approssimativa; altre continuano a sopravvivere grazie alla moderna consuetudine di fingersi esperti di tutto, senza che in realtà si conosca bene davvero nulla.
Abbiamo già parlato dei 10 finti lettori, ora diamo un sguardo a 10 bufale letterarie!





1) "ELEMENTARE, WATSON"
Le celeberrima frase di Sherlock Holmes è in realtà un falso letterario. Nell'idea comune il noto investigatore ripeterebbe questa sentenza fino allo sfinimento, ma in verità l'esatta espressione "Elementare, Watson" è totalmente assente dalla bibliografia del detective. In alcune traduzioni italiane, all'inizio del sesto capitolo de Il segno dei quattro (1890), l'espressione è stata utilizzata in modo arbitrario, dato che nell'originale è presente soltanto "Certamente, Watson". Nella stessa opera Conan Doyle fa pronunciare al suo indagatore la frase "E' elementare", già usata in Uno studio in rosso e ripresa successivamente nel racconto L'uomo deforme. Il tormentone ebbe inizio con uno dei primi adattamenti teatrali, realizzato da William Gillette in collaborazione con Sir Arthur, e si consolidò nel passaggio dalla scena al grande schermo.


2) IL FRUTTO PROIBITO DELLA BIBBIA
 Secondo una diffusissima opinione il "frutto proibito" presente nella Genesi sarebbe una rossa e succosa mela; niente di più errato. Nella Bibbia viene citato un generico "albero della conoscenza del bene e del male". L'identificazione del frutto con la mela è attribuibile ad un errore di traduzione risalente al Medioevo; il termine latino "malum" indicava sia la "mela" che il "male", ed ecco spiegata l'errata credenza diffusa soprattutto in Europa. Una carta influenza l'avrà avuta anche il precedente mito della "mela della discordia", pomo dato in premio da Paride ad Afrodite in cambio dell'amore di Elena; anche in questo caso abbiamo un legame tra umano e divino, senza dimenticare il ruolo nefasto di Elena, figura tentatrice al pari di Eva. L'idea della mela vista come "frutto del male" sarà ripreso anche dall'arte e dalla letteratura, come ad esempio nella favola dei fratelli Grimm Biancaneve e i sette nani.
Il frutto è stato anche identificato con il fico, l'uva ed il cedro.


3) LA POESIA LENTAMENTE MUORE
La poesia Lentamente muore viene spesso attribuita al grande poeta Pablo Neruda, premio Nobel nel 1971; in realtà è stata scritta dalla poetessa brasiliana Martha Medeiros nel 2000 e pubblicata sul quotidiano di Porto Alegre Zero Hora. Su internet l'errore è ampiamente diffuso, ma personalmente ho visto il testo della lirica affisso sulla bacheca di una facoltà universitaria di Lingue e Letterature straniere, anche qui attribuita a Neruda. Il 24 gennaio 2008 il senatore Mastella lesse la poesia durante il teso dibattito precedente al voto di fiducia sul governo Prodi II; anche in questo caso la poesia fu attribuita all'autore cileno.


4) LA TRISTEZZA DI LEOPARDI
Il pessimismo leopardiano è cosa nota, non solo agli studenti, ed il povero Giacomo è diventato ormai quasi un emblema dell'uomo triste. Certo, la sfiducia nella natura e nell'uomo, l'idea presente nello Zibaldone secondo la quale "tutto è male" ed il rifiuto di aderire a qualsiasi ideologia consolatoria confermano questa immagine desolata del poeta recanatese. Tuttavia, c'è anche un Leopardi umorista, satirico ed ironico, messo in secondo piano, se non proprio sconosciuto. Ci riferiamo alle Operette Morali, ad esempio, nelle quali vi è una certa amara ironia tesa a smascherare le ipocrisie dell'uomo moderno; alla Palinodia. Al marchese Gino Capponi, presa in giro della fiducia positivista ottocentesca, aspra satira anti-progressista, portata avanti attraverso una mirabile tecnica antifrastica; la stessa verve è riservata anche agli spiritualisti, denigrati nella satira I nuovi credenti. I Paralipomeni della Batracomiomachia vedono come protagonisti topi, rane e granchi, metafore deformi degli ingenui liberali, dei goffi borbonici e degli austriaci reazionari; le forze progressiste e conservatrici sono condannate entrambe, ridicolizzate per le proprie ideologie e per la vana battaglia politica, dato che alla fine il potere resta in mano sempre agli stessi.
Ricordiamo, infine, che ne I pensieri Leopardi scrisse "Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire". 

5) LA FOLLIA DI LUCREZIO
Trattasi di bufala d'annata. Secondo una tradizione iniziata da San Girolamo, Lucrezio sarebbe impazzito dopo aver bevuto un filtro d'amore e solo nei momenti di lucidità avrebbe scritto i suoi libri, per poi suicidarsi poco più che quarantenne. La maggior parte dei critici considera totalmente priva di valore questa tradizione, mentre altri, ancora oggi, sostengono che l'autore del De Rerum Natura soffrisse del cosiddetto disturbo bipolare, sebbene le prove a sostegno di tale teoria siano praticamente inesistenti.
Girolamo, probabilmente, ha tentato di consegnare alla storia un'idea distorta di Lucrezio, pensando si screditare in questo modo l'ateismo e l'epicureismo presenti nella sua opera; lo stesso valga per l'ipotesi del suicidio. I critici sopracitati, invece, si servono del presunto disturbo da cui sarebbe stato affetto Lucrezio per giustificare la differenza di vedute con Epicuro, dato che il primo sembra essere privo di ottimismo e più incline alla drammaticità, come testimonia il tragico finale del De rerum natura, sebbene l'opera venga diffusamente considerata incompiuta.

6) LA COSTOLA DI D'ANNUNZIO
La leggenda è nota (ed apprezzata) soprattutto in ambito scolastico: D'Annunzio si sarebbe fatto asportare due costole (o una, a seconda delle versione) per poter poi essere in grado di praticare dell'autoerotismo orale. L'origine della bufala è da ricercare nella vita gaudente e spensierata del poeta, famoso per le numerose e spericolate storie d'amore,spesso non limitate ad un'unica donna per volta. La storia della costola, tuttavia, non ha alcuna fonte, magari è stata fatta un po' di confusione, forse voluta,  con un incidente che costò diversi danni ossei al poeta. Si consideri anche la difficoltà e la pericolosità dell'intervento per la chirurgia dell'epoca; sarebbe stato assurdo sottoporvisi per un vizio.
Su D'Annunzio le dicerie sono tantissime, alcune riguardano la corpofagia, altre il sesso con animali, insomma, un miscela piuttosto contorta. Ripetiamo, sulla storia della costola non vi è alcuna fonte scritta, ma soltanto dicerie trasmesse per via orale (permetteteci la battuta).

7) L'EDONISMO ORAZIANO
Considerare Quinto Orazio Flacco un edonista, in virtù del suo noto motto "carpe diem", è un'affermazione sostanzialmente errata, o almeno richiederebbe alcune precisazioni. L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).

8) LE ORIGINI DELLA FIABA CENERENTOLA
La favola di Cenerentola è conosciuta ormai in tutto il mondo, tuttavia la maggior parte delle persone ignora le antiche origini letterarie della storia.
Molti sono convinti che sia un'invenzione della Disney, come se tutto fosse nato con l'omonimo film del 1950.
Un buon numero di persone sa che nei primi decenni dell'800 i Fratelli Grimm pubblicarono tantissime favole, tra le quali proprio Cenerentola; in questa versione la scarpetta è d'oro, non di cristallo.
Un gruppetto più sparuto di appassionati è consapevole che i Grimm si ispirarono ad un racconto di Charles Perrault, scrittore francese attivo nella seconda metà del '600; nella sua versione, fonte principale delle Disney, la scarpetta è appunto di cristallo.
Pochi eletti sanno che l'autore francese si ispirò allo scrittore napoletano Giambattista Basile, autore della raccolta Lo cunto de li cunti (1634-36); l'opera contiene cinquanta splendide favole narrate da dieci donne diverse, tra cui spicca La gatta Cenerentola, fiaba decisamente più realistica e cruda rispetto alle versioni sopracitate (la giovane arriva addirittura ad assassinare la matrigna).
Qui si fermano le fonti letterarie certe, ma la tradizione è indubbiamente più antica del periodo Barocco. Alcuni studiosi hanno trovato dei precedenti nella cultura cinese, spiegando così l'ammirazione per il piccolo piede della ragazza (in Cina è ancora una caratteristica "nobile") e la sicurezza del principe che crede ci sia una donna soltanto capace di poter indossare la scarpina, dato che in questa versione verrebbe sottolineato il fatto che la ragazza abbia i piedi più piccoli del regno.
Altri filologi fanno risalire l'origine della storia alla tradizione egizia, rimandando alle vicende della schiava Rodopi. Questa fiaba viene citata anche da Erodoto e Strabone, ed in effetti ha tantissimi punti in comune con Cenerentola. La leggenda vuole che Esopo abbia udito la storia dalla stessa schiava, dando così origine al mito.

9) I DIARI DI MUSSOLINI
Da circa trent'anni girano per il mondo dei presunti Diari di Benito Mussolini, considerati ormai falsi dalla stragrande maggioranza degli studiosi.
Nel 1980 il Times di Londra li rifiutò dopo un'attenta analisi; all'inizio degli anni '90 furono giudicati falsi dalla casa d'aste Sotheby's e dall'editore Carlo Feltrinelli, per essere poi bocciati dalla critica. Nel 2007 un'approfondita indagine filologica e storica dell'Espresso ne sancì il definitivo status di "falso". In quello stesso anno Marcello Dell'Utri aveva affermato di aver ricevuto i Diari dai figli di un partigiano, sottolineandone l'autenticità. Nel 2010 l'allora premier Silvio Berlusconi, amico del Dell'Utri, citò addirittura una frase dei falsi Diari durante un vertice dell'Ocse.
Nonostante i numerosi pareri negativi la Bompiani pubblicò i 30 Diari con l'astuto titolo "I diari di Mussolini (veri o presunti)" e nel 2011 il quotidiano Libero li distribuì gratuitamente. Nello stesso anno lo storico Mimmo Franzinelli pubblicò lo studio Autopsia di un falso: i "Diari" di Mussolini e la manipolazione della storia.

10) L'AUTOBIOGRAFIA DI NIETZSCHE 
Nel 1951 venne pubblicato un libro sconvolgente, dal titolo Mia sorella ed io. Secondo gli editori si trattava di uno scritto autobiografico redatto da Nietzsche verso il 1890, mentre il filosofo era rinchiuso nel manicomio di Turingia. L'opera, se vera, sarebbe una confessione diretta del rapporto incestuoso intrattenuto con la sorella; lo stile è affine a quello di Nietzsche, ed alcuni particolari privati fanno si che ancora oggi alcuni critici ritengano il libro originale.
La maggioranza degli studiosi, tuttavia, lo considerano senza alcun dubbio un apocrifo, in virtù di varie prove:  nell'introduzione dell'opera si fa il nome del traduttore inglese, tuttavia la figlia di costui ha sempre negato il coinvolgimento del padre; la casa editrice che pubblicò l'opera era stata già condannata per falsi e distribuzione illegale di opere protette dal diritto d'autore; il libro fa riferimento ad avvenimenti posteriori al '90; lo stile appare decisamente troppo "moderno" e scandalistico; le conoscenza filosofiche dell'autore appaiono troppo approssimative.


martedì 17 dicembre 2013

Scrittori in crisi: contratti a "rischio zero" senza anticipi.

Se negli Usa gli anticipi mozzafiato per gli scrittori emergenti raggiungono picchi massimi da record (come per i 2 milioni di euro incassati per "City on Fire" Garth Risk Hallbergche sarà pubblicato in Italia da Mondadori l'anno prossimo...), in Italia la situazione è completamente diversa. Un'inchiesta di Affaritaliani.it ha evidenziato un calo degli anticipi dovuto anche alla crisi del mercato libraio. Gli editori, infatti, preferiscono non rischiare e promettere compensi all'autore solo dopo aver venduto un tot di copie assicurandosi dunque una cospicua entrata. Mauro Baudino su La stampa ha sottolineato la stipulazione di un nuovo contratto a "rischio zero" che riguarda una delle case editrici più famose e rinomate d'Italia, ovvero la Mondadori. Segnale che evidenzia non soltanto la crisi delle piccole case editrici che non vogliono rischiare di buttare copie invendute, ma perfino di un marchio di tale livello e prestigio.
Come Baudino spiega fino ad ora gli autori ricevevano un piccolo anticipo dovuto ai diritti d'autore che non veniva restituito se le vendite non andavano nel verso giusto.D'ora in avanti sembra che questo anticipo non sarà più versato. Si chiama, come già detto, "rischio condiviso" in modo che sia le case editrici che l'autore condividano il rischio di un investimento libraio fallimentare. In verità questo modus operandi riguarderà, come al solito, soltanto gli scrittori emergenti, italiani e di nicchia. Dunque per i grandi nomi il cui successo è assicurato ci sarà sempre la quota iniziale, qualche migliaia di euro alla stipulazione del contratto.

giovedì 5 dicembre 2013

Gli italiani e la lettura

Il sito Visiwa ha riassunto con questo simpatico grafico il rapporto tra gli italiani e la lettura. I dati confermano la tendenza degli ultimi anni, con quasi la metà della popolazione che ammette di leggere a stento un solo libro l'anno (a nostro parere spesso e volentieri nemmeno quello). 
Le donne si confermano ancora una volta più lettrici degli uomini, mentre Milano si attesta come la città con la popolazione più lettrice. Il supporto elettronico è in continua ascesa, anche per merito dei prezzi più contenuti rispetto al cartaceo.
Al primo posto nella classifica dei libri più venduti nel 2012 si è piazzato Cinquanta sfumature di grigio, non proprio il primato che ci saremmo augurati. Possiamo consolarci con un dato positivo, la percentuale dei bambini/ragazzi (6-17) che ha letto almeno un libro nel tempo libero è salita di 7 punti. 


Consigliamo ancora il sito http://visiwa.net/ davvero molto carino.

lunedì 2 dicembre 2013

REGIME

Peter Gomez, Marco Travaglio, 2004

 Il libro si apre con una citazione di Licio Gelli, Maestro venerabile della loggia massonica deviata-eversiva P2, quella in cui entrarono Berlusconi, Costanzo, Vittorio Emanuele di Savoia, Sindona, Calvi, Cicchitto e tanti altri. Il passaggio è tratto dal noto, “piano di rinascita democratica”:

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non può, in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovrà essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente. Ai giornalisti acquisti dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti.
In un secondo tempo occorrerà:
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna

 
L’introduzione spiega la necessità di un libro simile proprio in quel momento (era il 2004) quando il governo Berlusconi stava per concludersi e probabilmente (così in effetti avvenne) perdere le elezioni del 2006: proprio allora era il momento di colpire, svelando le trame di un potere che ha fallito, ma che non si rassegnò a sparire dalla scena. Il libro è ancora attuale, perché Berlusconi è tornato ancora al potere, le censure sono continuate, le coperture anche, dunque c’è bisogno di armarsi con la conoscenza dei fatti passati per saper affrontare quelli di oggi. 

La prima censura (“antropologica”) riguarda Massimo Fini, giornalista indipendente, collaboratore anche di testate di destra: in sostanza il programma Cyrano potè andare in onda, ma senza di lui…perché? Perché la sua personalità libera non era gradita a un personaggio politico molto influente. La Rai prese nota ed eseguì.

Luttazzi fu vittima della censura “armata”. Satyricon era un programma basato sulle interviste dallo stile americano, ed una sera il presentatore scelse di dialogare con Marco Travaglio, autore de L’odore dei soldi: “mafia, stragi, lo «stalliere» mafioso, i soldi di dubbia origine, la nascita di Forza Italia” tutto venne commentato ed analizzato. Berlusconi e i suoi subito si scagliatono contro il programma, l’ordine dei giornalisti non difese Travaglio, D’Alema parlò di “autogol della sinistra”, molti giornali si allinearono con queste posizioni candidamente scandalizzate dal semplice racconto di fatti.  Il tg5 scese in campo a favore dell’onore di Dell’Utri, la Mondadori posticipò il libro di Luttazzi, omonimo del programma; un susseguirsi di eventi fino al 18 aprile 2002, giorno del famoso editto bulgaro del caro Silvio Berlusconi.
Seguì una denuncia per Luttazzi e Travaglio, poi assolti perché “i fatti raccontati corrispondono al vero”.
L’anno seguente Luttazzi svanì dalla Rai, il suo nome sparì dall’archivio dei personaggi televisivi della tv di stato negli ultimi 50 anni, nelle teche della Tv pubblica la puntata con Travaglio è priva della suddetta intervista “come i volti dei gerarchi sovietici epurati e cancellati via via dalle foto con Stalin”.
Luttazzi non è tra i miei comici preferiti e le recenti vicende relative ai suoi presunti plagi mi hanno allontanato ancora un po’ da lui. Ma almeno aveva uno stile indipendente in Tv, ed in quella puntata con Travaglio ebbe il coraggio di andare in onda senza pensare alle conseguenze o forse pensandoci, ma ritenendo moralmente giusto andare avanti lo stesso.
Coraggio, una parola che altri personaggi, magari più colti e raffinati, hanno rimosso.


Censura “criminosa”.
Biagi. Una colonna del giornalismo italiano. Alla Rai dal ’61, nel ’45 dalla Radio Quinta Armata annunciò la liberazione di Bologna, poi a capo del Tg, fu anche l’ideatore dell’approfondimento televisivo come lo conosciamo oggi ed autore, a partire dal 23 gennaio 1995, de Il fatto.
 Ricordo questo programma come un torrente silenzioso, una fiume che, sottovoce, con calma e pacatezza, era capace di sconvolgere le piane della nostra tv. La clausola finale dava il tocco di classe ad una trasmissione di cui non ho mai intravisto, successivamente, neppure una pallida copia.
Il 10 maggio 2001, prima delle elezioni poi vinte da Berlusconi, Biagi intervistò il premio Oscar e futuro candidato al Nobel Roberto Benigni. Con la sua solita dilagante schiettezza il comico toscano attaccò la debolezza della sinistra e, soprattutto, la personalità dubbia di Silvio B., ma sempre con ironia e garbo, mai con l’invettiva attraverso la quale lo stesso futuro presidente del consiglio definì “coglioni” coloro che avrebbero votato la sinistra.
E via con il solito coro da indignati di mestiere, giornalisti saputelli (Ferrara), funzionari Rai timorati di Dio ecc. ecc. Dopo la vittoria politica arrivò l’editto bulgaro: spostamento di orario per Biagi, trasferito poi sulla terza rete, cancellato dalla Rai ( ma non ditelo a Sgarbi che è convinto ancora si sia trattato di “riqualificazione”).
Sic transit gloria mundi.
Biagi, anni dopo, celebrerà il suo ritorno in tv con queste parole:

 Buonasera, scusate se sono un po' commosso e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. C'eravamo persi di vista, c'era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita. 

Una storia da conoscere, perché gli omicidi dei giornalisti scomodi non si fanno solo con la pistola.


Santoro, altra vittima della censura “bulgara”.
Ideatore di Samarcanda (primo talk show a coinvolgere piazza, esperti e politici) passò poi a Il rosso e il nero e Temporale. Lavorò anche per Mediaset, ma dovette andarsene dopo le troppe inchieste su Dell’Utri; tornato alla rete pubblica con un contratto a tempo indeterminato, avrà diritto ad un programma annuale di approfondimento, da settembre a maggio.
Il raggio verde fu il primo di questi, in onda dal 2000. Subì da subito attacchi e scaramucce da parte del centro-destra, ma tirò avanti con la solita tenacia, fino alla puntata del 14 marzo, nella quale ci si interrogava sullo scandalo “Satyricon”: i rapporti tra Mangano e la mafia, Dell’Utri e Mangano, Dell’Utri e la mafia, Berlusconi e la mafia, analizzati anche tramite l’ultima intervista di Borsellino, scottante per i fondatori di Forza Italia.
Silvio chiamò in diretta e tentò una vana difesa, poi partirono le classiche accuse che i suoi fedelissimi sarebbero stati costretti a ripetere nei giorni seguenti. Santoro insistè con altre tre puntate sull’argomento, l’ultima vide tra gli ospiti Dell’Utri che non ne azzeccò una: ammise addirittura di essere sceso in campo per pararsi il sedere. Il giorno dopo continuarono gli attacchi, non solo da destra, in un clima di tensione che culminò nella puntata dell’4 maggio, nella quale dovettero comparire i due candidati premier, ma Berlusconi cambiò idea dopo un lungo tira e molla. Santoro espose nell’editoriale tutte le domande che gli avrebbe posto, poi concluse l’anno con la trasmissione dell’11 maggio, dove Rutelli fu preda del fuoco dei giornalisti di destra, mentre Berlusconi monologava con Costanzo su Mediaset.
Dopo le elezioni il premier cominciò a far danni, dunque Santoro continuò ad incalzarlo con trasmissioni che, però, vedevano la presenza alla pari di rappresentanti dei due schieramenti. Seguiranno il diktat bulgaro, i canti partigiani, i girotondi, l’opposizione inesistente (si guardi Rutelli ora dove bazzica), le sospensioni e le denuncie. Santoro, nel 2005, vincerà la causa contro la Rai e tornerà a condurre un programma di prima serata (Annozero), con Prodi al governo.
Oggi conduce un simile programma su La7, a mio giudizio meno riuscito dei precedenti, tuttavia considero la sua carriera un rarissimo esempio di televisione di inchiesta e di denuncia, di non sottomissione al potere, di satira vera, di libertà di parola (compresi i “ma va là” di Ghedini).

Freccero fu vittima della censura “masochista”, perché era ed è un grande ideatore di programmi, ma la Rai preferì martellarsi i piedi pur di tenerlo fuori.
Ex consulente di Berlusconi, lavorò anche alla Mondadori, prima di essere cacciato come vittima sacrificale per l’accettazione di Cesare nel palazzo del potere (i suoi programmi spesso si occupavano di DC e Vaticano).
Nel 2001 riuscì a documentare, tramite una sua troupe, i fatti del G8. Anatema.
Due anni di esclusione vicina al mobbing, poi di nuovo dentro come Presidente di Rai- sat, direttore di Rai 4 ( i suoi programmi avevano avuto troppo successo per non scegliere lui come guida della rivoluzione digitale) , ma successivamente venne rimosso anche dalla direzione.

Sabina Guzzanti e la censura “trasversale”.
La prima puntata di RaiOt si occupò delle televisioni e, quindi, quasi sinonimicamente, di Berlusconi. La legge Mammì che rese lecita una violazione, Rete4 che avrebbe dovuto lasciare il suo segnale, ma non lo fece, la sinistra che non si mosse, tutto mandato in onda senza censura e reticenze.
La reazione? Censura.
Programma tagliato perché “non è il momento storico adatto” (?!); per la “strage di Nassirya”; per battute anti-semite (non vere). Si cercò di mascherare il tutto con una “sospensione” eterna, con professoroni che accusavano la trasmissione di non far ridere (come se ci volesse la patente) e di non colpire tutti a 360 gradi (come se la satira fosse l’influenza), oltre che d’aver procurato una denuncia dalla Mediaset ( archiviata per la solita questione della “verità”, maledetta verità).
Il  “Varietà di protesta” della Guzzanti vide la presenza di 30 mila spettatori per un palazzetto di 4 mila, come se l’impenetrabilità dei corpi fosse stata dimenticata in nome della libertà. Le tv estere si scagliarono contro l’informazione italiana e la censura, la Cnn la intervistò e l’Italia fece lo solita magra figura.
Nel mentre il programma restò sospeso, ma nessuno volle staccare la spina, addirittura le vennero fatte registrare la altre puntate come garanzia di una futura trasmissione che non arriverò mai, se non su internet con grande successo.

Paolo Rossi e altri censura “preventiva”.
Incredibilmente non viene censurato il comico Rossi, ma il politico Pericle, per delle frasi da costui ovviamente non  indirizzate contro qualche politico dei secoli futuri.

De Bortoli fu vittima di censura “impunitaria”. La polemica nacque  dopo che il Corriere della Sera pubblicò articoli aventi come oggetto il conflitto di interessi. Eppure la storica testata è sempre stata equidistante, addirittura favorevole a Berlusconi-premier nel 2001, ma da un po’ di tempo giravano troppi giornalisti che volevano far luce anche sul caso Previti e le lettere di Ghedini non si fecero attendere, nel tentativo di separare il direttore dalla sua redazione.
La denuncia al Corriere rimase come una spada di Damocle per quattro mesi, piombata infine nel dicembre 2002.
Gli scontri tra un giornale indipendente e un premier indolente culminarono con le dimissioni del primo nel maggio del 2003, colpevole di “delitto di cronaca”, anche se De Bortoli parlò di motivi personali.
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La seconda parte del libro analizza il tentativo di Berlusconi di portare sotto il suo controllo il maggior numero possibile di organi giornalistici, come avvenne col Tg1 ( vedi Mimun e poi Minzolini).
Fu utile anche l’amicizia con Vespa (a pagina 324 si legge del suo compenso, 5 miliardi meno 30 lire, perché oltre questa cifra si sarebbe dovuti passare dal voto del Cda), o il lancio di nuove “vespette” come Anna La Rosa.
Anche la radio non si salvò (con la direzione di Radio anch’io da parte di Stefano Mensurati, vicino ad AN e Gasparri, che porterà il programma ai minimi storici).

Il capitolo 12 prende in esame le occasioni mancate: Mieli e La7.
Il primo fu sull’orlo di diventare presidente Rai, ma la sua apertura al ritorno di Santoro e Biagi gli costò l’opposizione dei parlamentari di centro destra, gli attacchi dei giornali della stessa fazione; la Padania lo accusò anche a causa delle sue origini ebraiche, e si cianciò anche sul compenso, finché non arrivò l’agognata rinuncia
La7 fu un sogno, il miraggio di una terza voce oltre la Rai e Mediaset,ormai quasi un solo coro.
La presidenza Colaninno (Telecom) - Pelliccioli( Seat-Pagine gialle) diede garanzie di solidità, la direzione delle news (Lerner) era una sicurezza, i presentatori (Fazio,Volo,Littizzetto) erano di razza, lo sport assicurato con la Coppa Italia.
«Se non ci ammazzano nella culla, non ci ferma nessuno» disse Gad Lerner preannunciando l’infanticidio.
Nell’estate del 2001 la rete passò a Tronchetti Provera con tutta la Telecom e si decise di trasformarlo in un canale all-news (tipo CNN): liquidato Fazio poco prima che andasse in onda; via anche la Littizzetto; abbandonata persino la Coppa Italia; Lerner non ci stette a condurre una nave che imbarcava acqua e mollò anche lui; persino Volo e Platinette lasciano.
Ecco i “nuovi” nomi: Costanzo come consulente, Gregoretti (sorella della produttrice della De Filippi) come vicedirettore, Cairo (segretario di Berlusconi dopo Dell’Utri) che si occupava della pubblicità ed attualmente ne è il proprietario.
Tronchetti Provera aveva già fatto amicizia col Cavaliere acquisendo ad un prezzo spropositato l’Edilnord (impresa edile indagata); comprando le Pagine Utili (un fiasco) dalla Fininvest salvo poi rinunciare per intervento dell’Antitrust, non senza aver prima versato una penale; sponsorizzando il Milan, proprio lui, allora vicepresidente dell’Inter. Silvio dimostrò la sua riconoscenza con la neutralità all’Opa della Pirelli sulla Telecom ed aiutandolo a inserirsi nel mercato della comunicazione turca dove Provera incontrava problemi.
 Nonostante ciò non venne mai dato il colpo di grazie alla nuova emittente, la si tenne tranquillamente a bada in attesa di sviluppi futuri. Con l’indebolirsi di B. e la rottura di quest’ultimo con Cairo la televisione ha ripreso vigore, ospitando addirittura Santoro.
Curiosamente anche un servizio delle Iene (Pellizzari) che tentava di alzare il tappeto di questa vicenda non andò mai in onda…

Chiude il libro una postfazione di Beppe Grillo. Il comico-leader scrive dei suoi tempi alla Rai con la censura bonacciona della Dc, niente se paragonata alla brutalità di quella di oggi (da Craxi in poi). Spiega anche l’ovvia differenza tra ironia sulla persona (che Berlusconi accetta tranquillamente, perché innocua) e quella sui fatti (inammissibile). Continua, parlando dell’unico effetto positivo della censura: ha permesso di sviluppare la fantasia di chi la vuole aggirare. Conclude con la promessa di volere utilizzare internet, di saltare la mediazione dei politici, di coinvolgere le masse, perché difficilmente si possono censurare milioni di persone.
Alla faccia di chi pensa che il V-day e il blog siano stati il frutto di una scelta estemporanea e impulsiva. Scrissi questo stesso articolo 3 anni fa (ovviamente ora l’ho modificato in parte) e c’è da dire che Grillo aveva colto le pulsioni della gente, da grande bestia da palcoscenico, seppure chi scrive resta molto scettico sulla strada intrapresa dal suo Movimento, a nostro giudizio decisamente annacquato rispetto al Beppe di qualche anno fa. 

Il testo termina con una citazione che però risulta valida solo se le persone si informano, se la smettono di farsi “formare” e condizionare dai fantocci parlanti che sguazzano nel tubo catodico. La frase conclusiva ha un senso se guardiamo la televisione con spirito critico, solo se leggiamo più giornali, se navighiamo per tutta la rete, girando anche al di fuori dei circuiti ufficiali, perché c’è ben altro oltre lo sport ed i reality show. Ha un senso se si attualizza e storicizza, perché affronta una questione passata, ma, ahimè, ancora viva. Ha un senso se i “tutti” di cui parla decidono di non lasciarsi ingannare, usando invece la loro volontà come un potere indistruttibile.

Potrete ingannare tutti per un po’,
potrete ingannare qualcuno per sempre,
ma non potrete ingannare tutti per sempre.


Abramo Lincoln

venerdì 29 novembre 2013

GOMORRA

Gomorra, Roberto Saviano, 2006

Questa non è una storia che vi divertirà, non è una di quelle da leggere quando volete spegnere un po’ il cervello o passare qualche ora senza pensieri; non è un’opera di fantasia, ma la pura verità che può infastidire solo chi non vuole sentirla.

Comprendere cosa significa l'atroce, non negare l'esistenza, affrontare spregiudicatamente la realtà.
[Hannah Arendt]
Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergogna [Niccolo' Macchiavelli]
 Il mondo è tuo [Scarface]

Le citazioni iniziali introducono il tema dell’opera: la Arendt invita ad accettare la realtà senza negare nulla; Machiavelli riassume l’homo homini lupus, principio ormai sacrosanto in una società che non ammette il fallimento; una intercettazione telefonica serve a capire chi sono “loro” e quanta poca considerazione abbiamo della gente comune; una frase tratta da Scarface, per farci comprendere il delirio di onnipotenza in cui si cullano queste persone.
L’inizio è come un pugno nello stomaco: morti scaricati da un container come se fossero merce avariata. Solo un colpo così forte può svegliare dal sonno chi vive in questi luoghi o evitare che si addormentino anche coloro che sono lontani e  pensano di  trovarsi in un altro mondo, distanti anni luce da Gomorra.

IL PORTO Il capitolo  racconta come tutto ci passi sotto gli occhi, ogni giorno della nostra vita, senza che ce ne accorgiamo, senza che vogliamo accorgercene davvero. Merci, vite, traffici, tutto  con un ordine spaventoso perché quasi inconsueto per la maggior parte di noi napoletani. Seguono dati, numeri, chili, persone, nomi, tutto tremendamente reale e preciso, così reale da sembrare cinematografico, fittizio. La zona portuale diventa sempre di più un dormitorio-magazzino, perdendo il suo fascino e la sua attrattiva, stritolata dall'ideologia dell’utile e della produzione a basso costo, uccidendo così non solo la propria bellezza, ma anche le speranze di tutti i lavoratori onesti. 
“Sta nascendo la guerra dei prezzi, terribilmente spietata. Le percentuali di sconto degli agenti, dei grossisti, e dei commercianti, determinano la vita e la morte di ognuno di questi soggetti economici. Ma non basta. La merce prodotta a basso costo dovrà essere venduta su un mercato dove sempre più persone accedono con stipendi precari, risparmi minimi, attenzione maniacale ai centesimi. L'invenduto aumenta e allora le merci, originali, false, semifalse, parzialmente vere, arrivano in silenzio. Senza lasciare traccia. Con meno visibilità delle sigarette, poiché non avranno una distribuzione parallela. Come se non fossero mai state trasportate, come se spuntassero dai campi e qualche mano anonima le avesse raccolte. Se il danaro non puzza la merce invece profuma. Ma non del mare attraversato, non riporta l'odore delle mani che l'hanno prodotta, né butta il grasso delle braccia meccaniche che l'hanno assemblata. La merce sa di quello che sa. Questo odore non ha origine che sul bancone del negoziante, non ha fine che nella casa dell'acquirente”.

Il capitolo ANGELINA JOLIE ci conduce leggermente in periferia, quella sconfinata periferia partenopea che è tutta una città continua. Non ci accorgiamo di passare da un comune all’altro e anche le indicazioni fumose ci fanno immaginare di girare sempre intorno o di essere prigionieri di un labirinto che per alcuni è un paradiso, per altri una condanna. In questo mondo i monumenti si costruiscono ai morti sul lavoro della delinquenza, gli eroi di alcuni sono quelli che uccidono gli eroi di altri, come praticamente è accaduto sempre nella storia. Un mondo stritolato da una lotta per la vita e da un determinismo quasi  avallato dalle istituzione che altro sperano se non che si uccidano tutti tra loro, e pazienza se qualche innocente ci finisce sotto. Nell’omelia per un giovane rapinatore ucciso il prete così conclude:

"Per quante responsabilità possiamo attribuire a Emanuele, restano i suoi quindici anni. I figli delle famiglie che nascono in altri luoghi d'Italia a quell'età vanno in piscina, a fare scuola di ballo. Qui non è così. Il Padreterno terrà conto del fatto che l'errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbastanza per lavorare, decidere di rapinare, uccidere ed essere uccisi, sono anche abbastanza per prendere responsabilità di tali cose".

Poi tirò forte col naso l'aria viziata della chiesa: "Ma quindici anni sono così pochi che ci fanno vedere meglio cosa c'è dietro, e ci obbligano a distribuire la responsabilità. Quindici anni è un'età che bussa alla coscienza di chi ciancia di legalità, lavoro, impegno. Non bussa con le nocche, ma con le unghie".

L’autore-viaggiatore ci indica il cammino percorso dal boom italiano, dalla sua moda famigerata, conducendoci nel mondo delle piccole e medie imprese sommerse, un capitale gigantesco, capace di azzerare le finanziarie più serrate, di portare all’estremo i teoremi dell’economia moderna: liberalismo, semplificazione e flessibilità vivono qui da sempre, senza bisogno di negoziazione sindacale.
Ma non deve essere considerata una storia collettiva, quasi impersonale: ecco Pasquale, sarto di bravura leggendaria, ma oscura, sommersa, ignota a chi indossa i suoi abiti da Oscar; l’essere sconosciuti è il prezzo che gli individui pagano a questo mondo spietato che altrimenti li renderebbe anche alla affamati. Pasquale insegna anche l’arte tessile ai cinesi, disposti a pagare a caro prezzo per le lezioni di un sarto tanto abile, ma deve costantemente guardarsi le spalle, perché diffondere la conoscenza alla concorrenza può costare la vita. Pasquale finirà a trasportare camion, stanco e con le mani consumate, conservando la foto di Angelina Jolie  che indossa l’abito fatto da lui, a metà strada tra un santino da onorare e un memento che lo trattenga dal sognare troppo.  

SISTEMA è il sinonimo di Camorra, anzi, è il giusto significante di ciò che la compone: materie prime, guardiani, capi, falsi prodotti simili agli originali, reti internazionali di vendita. Tutto ignorato, se non proprio tollerato, dai grandi marchi, timorosi di perdere mercato e manodopera in caso di denuncia. Un numero di “impiegati” che supera qualsiasi altro sistema criminale ed anche legale, una miriade di città e quartieri coinvolti, un galleria di personaggi dai soprannomi più disparati: Sandokan, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o milionario e così via. Un sistema non monolitico, bensì flessibile e mutevole, più difficile da analizzare da parte dei magistrati, ma anche meno disciplinato.

LA GUERRA DI SECONDIGLIANO è scoppiata all’incrinarsi di questo sistema. Lo stato si è subito reso conto di non poter arginare la crisi, così come non era stato capace di mantenere la pace. Droga che gira invisibile, sentinelle che ti perquisiscono come le guardie, e poi i Visitors: tossicodipendenti all’ultimo stadio, quelli che si vedono ogni giorno e che scansiamo anche con lo sguardo, sicuri che hanno scelto loro di ridursi così, morendo come cavie da laboratorio per testare i nuovi sballi ed evitare che ci resti secco qualcuno della Napoli bene.
Il mondo solo con la guerra si accorse di questo angolo di inferno, la polizia compì grandi imprese solo quando stava per crollare, tutti si scandalizzarono per i giovani usati come carne da macello. Tuttavia, in precedenza, nessuno si era opposto al taglio dei fondi per le scuole, o ai piani edilizi fatti apposta per isolare interi quartieri piuttosto che inglobarli nella civiltà. Scampia era diventata così un fortino adatto allo spaccio, sopperendo alla mancanza di lavoro con un welfare sommerso. Quando tutto salta però, scoppia una guerra senza quartiere, e nessuno può dirsi sicuro o immune. Anche i ragazzini sono coinvolti, quasi bambini, addestrati a non avere paura con una “prova della morte” di stampo quasi iniziatico: sparati al petto, protetti da un giubbotto antiproiettile, per non spaventarsi poi durante la vera azione.


Le donne camorriste amano vestirsi alla Kill Bill
 Le DONNE non sono tenute fuori dal sistema, come avveniva un tempo, ma arrivano ad assumere ruoli dirigenziali. Le donne reggono la cassa e sono stipendiate mensilmente quando i mariti vengono arrestati; la “mesata” viene consegnata a mano dai “sottomarini”, corrieri discreti e silenziosi, con l’esperto Don Ciro.  Le donne devono guardarsi perennemente da chi frequentano per non finire coinvolte in vendette trasversali, senza però disonorare mai la memoria del marito, morto o agli arresti. Le donne dei clan hanno vestiti, auto, musiche che le identificano e che le giovanissime cercano di emulare per essere rispettate, prendendo spunto dalla tradizione locale, ma anche dal cinema hollywoodiano.   
Anche in questo caso lo scrittore passa dall’universale al particolare, sia per parlare delle camorriste, sia delle vittime innocenti, come Annalisa Durante, uccisa per sbaglio in un agguato ai danni di Salvatore Giuliano (già il nome è tutto un programma). Nel raccontare questa storia Saviano è magnifico perché non ha nessuna traccia di buonismo, nessuna pietà spicciola. Ci descrive in maniera diretta le ambizioni di queste piccole donne, i loro comportamenti dinnanzi ad un’amica morta, colpevole solo di essere nata qui. Il funerale non ammette speranze, i cittadini si ribellano solo adesso, solo dinnanzi ad un clan in rovina che ha provocato la morte di una ragazzina di quattordici anni. Ma in realtà nessuno vuole cambiare nulla, la morte della giovane Annalisa viene considerata una fatalità, quasi una morte naturale, dalle persone di Forcella, mentre anche i politici fanno la loro passerella consueta ed inutile, nel doloroso giorno del funerale.

KALASHNIKOV è il nome di un’arma micidiale, una dispensatrice di morte democratica perché non costosa e facile da usare, diventata così l’arma maggiormente circolante nel mondo ed in Campania. Nel raccontare la storia di un suo amico, che ha intrapreso il viaggio per conoscere l’ideatore del fucile, Saviano ci racconta un po’ della propria vita, del difficile rapporto col padre: l’istruzione impartitagli era finalizzata a diventare un uomo e non uno “stronzo con la pistola” o uno “stronzo con la laurea”, ma un vero uomo con entrambe.
Dopo la storia dell’AK-47 segue un riassunto del rapporto camorra-guerre, degli scambi tra queste due entità, del fatto che i camorristi sono consci che esportare armi è un’attività ottima. Il tutto mi ricorda un po’ il film con Alberto Sordi Finchè c’è guerra c’è speranza, storia di un commerciante d’armi che nasconde il suo lavoro ai familiari, i quali, tuttavia, non sapranno rinunciare alla ricchezza del suo sporco mestiere una volta scoperto.

CEMENTO ARMATO è il capitolo che sposta la narrazione nel casertano. L’autore descrive il sistema dei Casalesi, clan dominante in quella provincia, soprattutto per merito dell’edilizia. I casalesi sono stati capaci di resistere alla tentazione di soppiantare lo Stato, come invece ha cercato di fare la Mafia; loro sono un clan che si definisce di “imprenditori” convinti davvero di non fare nulla di sbagliato. Questa associazione delinquenziale è arrivata in tutta Europa con una velocità incredibile, tanto quanto il silenzio con cui fu celebrata la sentenza del processo Spartacus, come se si trattasse solo di una storia locale. In realtà i legami tra casalesi e stato, casalesi e finanza, casalesi e nord Italia, provano che non si tratta di una “cosa nostra”, ma di una questione globale. Per parlarne, quindi, ci vuole coraggio, perché si rischia di restare isolati, ma, come diceva Montale, solo gli isolati parlano. Ed allora Saviano, come altri giornalisti e scrittori, prima e dopo di lui, sceglie di parlare:
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d'economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: "È falso" all'orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Ecco  la prima parte di una dichiarazione d’intenti che si chiude così:

Io so qual è la vera Costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.

Parole pronunciate sulla tomba di Pasolini, altro uomo che sapeva, altro intellettuale capace di guardare al di là dell’apparenza.

DON PEPPINO DIANA è stato un prete determinato a scardinare questo sistema malato: il giusto tempo da dedicare alle funzioni religiose e tanto da passare per strada, tra la gente, a lottare per ogni singola anima nemmeno fosse il giorno del giudizio. Non utilizzò armi da fuoco o bianche, ma affilò la parola. Con essa trascinò la gente in strada, fece traballare la potenza dei boss, mise in dubbio davanti a tutti la loro ipocrita fede in Dio. Si preoccupò di accogliere e proteggere gli immigrati perché non diventassero manodopera da clan, invitò a denunciare il sistema, organizzò le prime manifestazioni anti-clan,  Per questo fu ucciso. E, come spiega Saviano, essere uccisi è solo il primo passo di una strategia che persegue un obiettivo più profondo: mettere in crisi l’immagine di una persona che ha cercato di riportare la legalità.
Da un’arringa di Cipriano (amico di infanzia di Don Peppino)scritta con le stesso prete prima della morte e destinata ad essere letta al suo funerale, l’autore prenderà il titolo del suo libro:

Non permettiamo uomini che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere! […] E’ giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra

HOLLYWOOD è il modello delle recenti leve camorristiche. La latitanza mantiene il suo fascino, ma nell’epoca della comunicazione anche i camorristi voglio apparire, mostrare la volontà di potenza come se fossero delle star. Walter Schiavone, fratello di Sandokan, si fece costruire una casa modello Scarface, forse per una sentimento identificativo con il protagonista del film. Ma il cinema produce anche effetti surreali (dopo i film di Tarantino molti sicari sparano con la pistola inclinata, le donne si vestono alla Kill bill) e tragici (la storia di due ragazzi violenti e la loro fine scontata, epopea dilatata nel film di Matteo Garrone).
Non si comprende se sono i registi ad ispirarsi ai criminali reali o il contrario, si è entrati in un circuito in cui tutto si confonde, arte e anti-vita si scambiano i ruoli.

ABERDEEN, MONDRAGONE è uno strano percorso venutosi a creare alla fine degli anni novanta, attraverso il quale i giovani della zona potevano emigrare nel Regno Unito e cercare un futuro migliore. In questa città scozzese i clan avevano creato una loro colonia senza nessuna traccia di delinquenza, senza bisogno della forza, ma reinvestendo i proventi delle imprese illecite compiute in Italia. Qui si può finalmente essere valutai per ciò che si è, senza pregiudizi, senza concorrenza sleale, senza doversi piegare: il sogno che nasce dall’incubo.
Ma una traccia di questa perfezione sinistra si respira anche qui in Campania, con intere zone interdette al commercio della droga, con bordelli domiziani dove l’Aids non è mai entrato. Il boss Augusto la Torre aveva creato un fetta di paradiso nell’inferno, prima del suo ambiguo pentimento. Non bastano delle mura e il sole a scacchi per fermare il potere di questa gente, si deve agire anche a livello immateriale, sulle coscienze, riportando la giustizia sociale qui da noi senza il bisogno di doverla cercare all’estero. Ringraziare queste persone per i loro favori non conviene mai, né moralmente e neppure umanamente.

La TERRA DEI FUOCHI è il nome che Legambiente diede ad una zona compresa tra le provincie di Napoli e Caserta, dove spesso sembra di vivere in un territorio indiano, a causa delle nuvole di fumo. Chi ha scritto questo post vive in questa zona, all’ultimo piano di un palazzo abbastanza alto, e spesso al tramonto scorge all’orizzonte oscuri segnali: quintali di rifiuti ardono per non essere sotterrati; di notte senti solo la puzza, non vedi niente, e speri che il vento porti la malattie da un’altra parte.
La “monnezza” è così tanta che l’hanno stipata nei campi coltivati, triturata e mescolata al cemento dei palazzi, nelle buche naturali e artificiali. Quanta spazzatura producono questi terroni, si pensa. E invece qui ci sono tantissimi rifiuti provenienti della provincia della Milano signorile, della ecologica Toscana, del produttivo Nord-Est. Non ci dovrà essere nessuna pietà per queste aziende (del nord e del sud) e per chi le ha protette, i loro nomi dovranno essere resi noti ed i marchi infangati così come hanno fatto loro con questa terra. Certo, può essere che alcuni produttori e imprenditori del nord non sapessero di fare qualcosa d’illecito (ma ho i miei dubbi), tuttavia, in zone nelle quali solitamente un meridionale è accolto con sospetto, non si facevano troppe domande, il costo dimezzato per lo smaltimento dei rifiuti era troppo allettante, e di certo i milioni e milioni di euro risparmiati hanno permesso ad una parte d’Italia di proliferare, ancora una volta ai danni del meridione.
 Questo traffico ha creato la figura professionale degli “stakeholder”, mediatori che fanno sparire i residui da smaltire in qualunque modo, in qualsiasi luogo. Allora lo Stato pensò di risolvere il problema con gli inceneritori, ma i cittadini, ormai diffidenti, capirono anni prima che la camorra ci sarebbe potuta infliltrare dentro, compresero che le ecoballe erano soltanto “balle” perché contenevano di tutto, mentre i governanti firmavano decreti speciali per farle bruciare a prescindere.
Per anni il problema è stato denunciato, senza che tuttavia le autorità abbiamo mostrato la giusta reazione o indignazione. Il fenomeno è venuto alla ribalta già agli inizi degli anni ’90, tuttavia è rimasto sepolto, come i rifiuti, sotto un cumulo di omertà e complicità. Un autotrasportatore sfigurato da un fusto aperto vicino al viso fu ricoverato in ospedale in gravi condizioni: era il 1991. Ben inteso, io me la prendo anche con quei miei conterranei che hanno venduto le terre agli sversatori, ma ovviamente non tutti erano a conoscenza della destinazione d’uso. Dunque i giornalisti ed tuttologi che salgono in cattedra contro le plebi ignoranti e malavitose del sud, sappiano che qui c’è gente che ha denunciato vanamente per anni, stroncata da minacce, indifferenza istituzionale ed isolamento. Ex onorevoli senza onore non sanno, forse, che le deposizioni del pentito Carmine Schiavone risalgono al ’97? Perché mai furono segretate? Ormai, in questi giorni, fior di giornalisti si stanno occupando del problema, un po’ per moda, non vi è dubbio, ma ora come ora non possiamo permetterci il lusso di scegliere da chi farci aiutare; oggi tutti i “megafoni” sono ben accetti, tuttavia un giorno bisognerà fare i nomi di chi sapeva ed ha taciuto, di chi si è voltato dall’altra parte e di tutti i responsabili in ogni forma e misura.

Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d'Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all'interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all'osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d'affermazione dei clan, le loro cinetiche d'estrazione, i loro investimenti significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l'esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.
Avevo i piedi immersi nel pantano. L'acqua era salita sino alle cosce. Sentivo i talloni sprofondare. Davanti ai miei occhi galleggiava un enorme frigo. Mi ci lanciai sopra, lo avvinghiai stringendolo forte con le braccia e lasciandomi trasportare. Mi venne in mente l'ultima scena di Papillon, il film con Steve McQueen tratto dal romanzo di Henri Charrière. Anch'io, come Papillon, sembravo galleggiare su un sacco colmo di noci di cocco, sfruttando le maree per fuggire dalla Cayenna. Era un pensiero ridicolo, ma in alcuni momenti non c'è altro da fare che assecondare i tuoi deliri come qualcosa che non scegli, come qualcosa che subisci e basta. Avevo voglia di urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: "Maledetti bastardi, sono ancora vivo!" 
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Ho letto e sentito le critiche più diverse a Gomorra anche da chi non aveva assolutamente letto il libro: i detrattori settentrionali sono di solito persone che vengono qui a trascorrere le vacanze, in effetti una settimana all’anno a Napoli e provincia è piacevole, ed in effetti l’apparenza va salvata, perché così i turisti possono risiedere dove vogliono i clan, prendere il sole nei loro lidi, mangiare nei loro ristoranti. E allora ci si convince che quelle di Saviano siano balle, tutte.
I critici meridionali sono persone che per andare a lavoro o all’università si chiudono nella macchina, il sabato sera si trincerano in locali per bene, praticamente per loro è come vivere altrove: Saviano, per costoro, è un infame, perché ha parlato male di un paradiso, ha dato l’impressione che Napoli sia tutta da buttare. Questa accusa mi ha sempre fatto particolarmente incazzare: in Gomorra la vera Campania è espressa eccome: spesso vengono esaltate le capacità delle persone, le potenzialità del territorio, le bellezze del paesaggio; l’autore però racconta di come tutto ciò sia stato schiacciato dal malaffare.
Positività e negatività non son presenti in maniera uguale? Ma perché, forse nelle guide turistiche della zona leggete della camorra? Per quale oscura legge di compensazione bisogna sempre parlare della due cose assieme o in ugual misura? Saviano ha scelto di mostrarci un lato noto in superficie, ma di cui si è sempre ignorato il magma nascosto, e se Napoli ne esce male non è colpa di chi la descrive così, ma di chi l’ha ridotta in questo stato.
Un paradiso abitato da diavoli” come affermò Benedetto Croce.
C’è poi chi, in generale, è convinto che la questione non lo riguardi: state attenti, vi riguarda tutti.
Perché questi “sistemi”  hanno corrotto come un cancro il corpo del nostro meridione, si sono insediati in tutti gli organi, infettando ovunque, ma le radiografie non bastano, le cura tradizionali non servono, ogni attimo della vostra vita entrate in contatto con queste mucose infette senza accorgervene. Come una metastasi inarrestabile sta espandendosi in tutta Italia, inglobandone l’economia pulita e la morale già traballante.
C’è chi lo accusa di aver copiato da giornalisti ed autori attivi sul territorio da tempo, messi in ombra da Gomorra. Io credo, invece, che ora tutti questi coraggiosi scrittori saranno ascoltati con più attenzione, protetti dalle minacce ed apprezzati anche oltre Campania, proprio grazie all’opera di Roberto Saviano.
Poi ci sono le critiche complici di chi è dentro questo sistema e vuole mettere in dubbio le parole dell’autore per bruciare le speranze di chi crede in lui, per allontanare l’interesse di chi sta cercando di capire e svegliarsi dal sonno. E’ una strategia vecchia, in passato usata dai mafiosi contro i magistrati più tosti, basata sulla tecnica di gettare il sospetto, isolare e se non basta uccidere. Si perché Saviano vive sotto scorta da anni, nonostante politici e giornalisti sottomessi lo accusino di aver esagerato nel libro e essersi creato un alone di pericolo inesistente. Questi personaggi sono più pericolosi dei camorristi perché vogliono ridurci alla cecità e sordità, vogliono farci apparire al mondo come la regione della pizza e mandolino, come un’oasi felice dove chi alza la testa è per forza un buffone o un bugiardo. Buffoni e bugiardi sono loro.

Passando alle accuse squisitamente letterarie devo confessare che prima di leggere Gomorra ne avevo una idea completamente distorta: mi avevano fatto capire che trattasse l’argomento in modo referenziale, distaccato, quasi l’opera si fosse creata da sola; ho scorto invece un grande carica emotiva, una scelta estrema nel linguaggio e nella forma, una struttura articolata e affatto esclusivamente oggettiva.
Spesso la narrazione si interrompe e partono gli sfoghi dell’autore, le sue considerazioni, la sua umanità sconvolta dal mondo in cui è cresciuto. Una sintassi finalmente libera e non banale, un lessico crudo ma anche piacevole, un parola capace di incidere nelle coscienze e persistere: insomma siamo di fronte ad un opera di alta letteratura civile, ma anche esistenziale. Un raro successo della recente cultura italiana con oltre 10 milioni di copie vendute, 52 traduzioni, premi a raffica (Viareggio, Siani, Elsa Morante, Premio nazionale Enzo Biagi).
A confermarne la carica artistica c’è l’evidente appartenenza al genere del romanzo-saggio (anche se più intimo del normale) e l’appello del novembre 2008 in difesa di Saviano e della sua opera, firmato da Nobel quali Fo, Grass, Pamuk oltre a scrittori come Palahniuk e Saramango.

Scindere la forza del libro dalla sua valenza artistica è impossibile e scorretto, perché chiunque può scrivere, ma solo pochi possono farlo in maniera così penetrante. Se è vero che “dire altamente alte cose, è un farle in gran parte” (Alfieri), allora Roberto Saviano ha già fatto tanto, tantissimo, ma adesso tocca a noi.