martedì 1 dicembre 2015

Ninna Nanna, Chuck Palahniuk

 “Lullaby”, Chuck Palahniuk, 2002

Carl Streator è un uomo solitario, ha quarant'anni, è vedovo e fa il giornalista. Mentre lavora a un reportage sulla “sindrome della morte improvvisa del neonato” scopre qualcosa di terribile: la presenza, in tutti i luoghi dove sono morti i bambini, del libro "Poesie e filastrocche da tutto il mondo", immancabilmente aperto su una nenia africana usata per dare la "dolce morte". Il canto si rivela un'arma micidiale, basta leggerlo a voce alta, o anche solo recitarlo a mente "dirigendolo" verso qualcuno, e costui finirà per tirare le cuoia. 
Carl diventa, più o meno involontariamente, un serial killer, e si associa ad un'agente immobiliare (Helen Boyle) per distruggere tutte le copie esistenti del libro. In questa missione sono coinvolti anche la segretaria di Helen (Mona, aspirante strega) e il suo ragazzo (Ostrica, ecoterrorista truffaldino).


Lo stile è  quello tipico dell’autore: secco, deciso, diretto, contrario ad ogni reticenza e ritrosia letteraria. L’autore è figlio della neoavanguardia più radicale. I suoi sbalzi linguistici, tuttavia, non sono propri di un moderno barocchismo teso ad affossare la trama e le idee a vantaggio della forma. Sono i temi ad influenzare lo stile e non viceversa: per farsi spazio nel mondo caotico e drammaticamente in crisi nel quale viviamo non c’è altra strada se non la frammentarietà, il rapsodismo e l’utilizzo di un linguaggio volutamente “basso”. Ma non bisogna considerarlo immotivatamente volgare. Palahniuk chiama le cose col loro nome, descrive la realtà per quella che è, o meglio, per quella che appare agli occhi dei suoi personaggi, privi di ogni facile consolazione, costantemente illusi e delusi e per questo arrabbiati e diretti.
Per tutto ciò possiamo definire il suo stile classicamente moderno: moderno perché è proprio della nostra contemporaneità; classico perché è divenuto ormai il suo solito canone e una punto di partenza per tutti gli scrittori della stessa generazione.

La trama. Sinceramente non è la parte migliore dell'opera. L’inizio era promettente: un protagonista che altro non è se non “l’inetto” dei giorni nostri; la donna aggressiva; due comprimari come emblemi di concezioni ideologiche molto in voga oggi. La storia della Ninna Nanna prometteva sviluppi intriganti.
Ma..
A un certo punto la storia ha preso il sopravvento. L’autore ha dilazionato i suoi “sfoghi” in una fabula piuttosto stucchevole. La ricerca dei libri va avanti per troppe pagine senza mai progredire. I rapporti tra i personaggi si evolvono in maniera troppo confusa (oltre il “caos organizzato” tipico di Fight Club), le vicende finali sfociano quasi nella storiella Fantasy. Magie e contro magie, scontri tra poteri, possessioni, tentativi di resuscitare morti. Insomma, ci sono delle metafore sotto tutto ciò e molti passaggi sono tutto sommato divertenti, ma si è andati oltre il finale di del più fortunato precedente già citato

Palahniuk ci piace molto di più quando affronta problemi reali con il suo solito sguardo disincantato.
Si interroga sulla natura del giornalismo attraverso la domanda che viene posta alla fine del corso: scegliere tra etica e lavoro, tra correttezza e ambizione. Una domanda che possiamo estendere a quasi tutti i mestieri, a quasi tutte le nostre scelte.
Ci è piaciuto molto nella sue arringhe contro la “rumorosità” della gente di oggi. Li chiama suonodipendenti, silenziofobi, svagodimendenti: non possono (possiamo) fare a meno di essere circondati da musica, parole, televisione accesa, radio, internet; non possiamo mostrarci “solitari”, ma dobbiamo continuamente aggiornare il nostro profilo Fb (così forse avrebbe scritto oggi) con le foto delle nostre uscite, per dimostrare - prima di tutto a noi stessi - che ci siamo divertiti.
Il libero arbitrio è scomparso. Palahniuk ricorda che nella filosofia greca (e nella civiltà) non esisteva una sfera privata. Tutto avveniva pubblicamente e doveva essere mosso da interessi pubblici. Persino i pensieri erano “direzionati” direttamente dagli dei.
 Oggi la pubblicità, le false mode, la tv, la massa, ci dicono cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, ma siamo troppo ipocriti per ammettere questo condizionamento.
L’autore, con la creazione di un libro-assassino, allegorizza l’evoluzione che sta attraversando il mondo della conoscenza: filtrata, controllata, censurata in nome di chissà quale idea, oppure amplificata, sproporzionata. Oggi siamo sommersi da informazioni praticamente inutili. E allora Palahniuk profetizza un mondo futuro in cui i sordi e gli ignoranti avranno il controllo.
In diversi passaggi affronta il concetto moderno di Grande Fratello: oggi non ci deve essere più soltanto controllo sulle parole, sulle azioni, sui media, non ci deve essere solo "limitazione". Chi prima ci controllava ha scoperto che è più facile farlo manovrandoci, inducendo in noi falsi bisogni: il Grande Fratello di oggi canta e balla. Ci governano inducendoci confusione e falsi bisogni.
Felice anche la metafora di Ostrica, fanatico dell’ambientalismo, che arriverebbe a distruggere il mondo pur di salvarlo. Riuscita anche quella di Mona, credulona isterica, che si aggrappa a tutto pur di non restare ancora nella squallida realtà in cui vive (viviamo).

Un libro da leggere, andando a fondo, oltre le parole e la storia.

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