lunedì 2 dicembre 2013

REGIME

Peter Gomez, Marco Travaglio, 2004

 Il libro si apre con una citazione di Licio Gelli, Maestro venerabile della loggia massonica deviata-eversiva P2, quella in cui entrarono Berlusconi, Costanzo, Vittorio Emanuele di Savoia, Sindona, Calvi, Cicchitto e tanti altri. Il passaggio è tratto dal noto, “piano di rinascita democratica”:

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non può, in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovrà essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente. Ai giornalisti acquisti dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti.
In un secondo tempo occorrerà:
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna

 
L’introduzione spiega la necessità di un libro simile proprio in quel momento (era il 2004) quando il governo Berlusconi stava per concludersi e probabilmente (così in effetti avvenne) perdere le elezioni del 2006: proprio allora era il momento di colpire, svelando le trame di un potere che ha fallito, ma che non si rassegnò a sparire dalla scena. Il libro è ancora attuale, perché Berlusconi è tornato ancora al potere, le censure sono continuate, le coperture anche, dunque c’è bisogno di armarsi con la conoscenza dei fatti passati per saper affrontare quelli di oggi. 

La prima censura (“antropologica”) riguarda Massimo Fini, giornalista indipendente, collaboratore anche di testate di destra: in sostanza il programma Cyrano potè andare in onda, ma senza di lui…perché? Perché la sua personalità libera non era gradita a un personaggio politico molto influente. La Rai prese nota ed eseguì.

Luttazzi fu vittima della censura “armata”. Satyricon era un programma basato sulle interviste dallo stile americano, ed una sera il presentatore scelse di dialogare con Marco Travaglio, autore de L’odore dei soldi: “mafia, stragi, lo «stalliere» mafioso, i soldi di dubbia origine, la nascita di Forza Italia” tutto venne commentato ed analizzato. Berlusconi e i suoi subito si scagliatono contro il programma, l’ordine dei giornalisti non difese Travaglio, D’Alema parlò di “autogol della sinistra”, molti giornali si allinearono con queste posizioni candidamente scandalizzate dal semplice racconto di fatti.  Il tg5 scese in campo a favore dell’onore di Dell’Utri, la Mondadori posticipò il libro di Luttazzi, omonimo del programma; un susseguirsi di eventi fino al 18 aprile 2002, giorno del famoso editto bulgaro del caro Silvio Berlusconi.
Seguì una denuncia per Luttazzi e Travaglio, poi assolti perché “i fatti raccontati corrispondono al vero”.
L’anno seguente Luttazzi svanì dalla Rai, il suo nome sparì dall’archivio dei personaggi televisivi della tv di stato negli ultimi 50 anni, nelle teche della Tv pubblica la puntata con Travaglio è priva della suddetta intervista “come i volti dei gerarchi sovietici epurati e cancellati via via dalle foto con Stalin”.
Luttazzi non è tra i miei comici preferiti e le recenti vicende relative ai suoi presunti plagi mi hanno allontanato ancora un po’ da lui. Ma almeno aveva uno stile indipendente in Tv, ed in quella puntata con Travaglio ebbe il coraggio di andare in onda senza pensare alle conseguenze o forse pensandoci, ma ritenendo moralmente giusto andare avanti lo stesso.
Coraggio, una parola che altri personaggi, magari più colti e raffinati, hanno rimosso.


Censura “criminosa”.
Biagi. Una colonna del giornalismo italiano. Alla Rai dal ’61, nel ’45 dalla Radio Quinta Armata annunciò la liberazione di Bologna, poi a capo del Tg, fu anche l’ideatore dell’approfondimento televisivo come lo conosciamo oggi ed autore, a partire dal 23 gennaio 1995, de Il fatto.
 Ricordo questo programma come un torrente silenzioso, una fiume che, sottovoce, con calma e pacatezza, era capace di sconvolgere le piane della nostra tv. La clausola finale dava il tocco di classe ad una trasmissione di cui non ho mai intravisto, successivamente, neppure una pallida copia.
Il 10 maggio 2001, prima delle elezioni poi vinte da Berlusconi, Biagi intervistò il premio Oscar e futuro candidato al Nobel Roberto Benigni. Con la sua solita dilagante schiettezza il comico toscano attaccò la debolezza della sinistra e, soprattutto, la personalità dubbia di Silvio B., ma sempre con ironia e garbo, mai con l’invettiva attraverso la quale lo stesso futuro presidente del consiglio definì “coglioni” coloro che avrebbero votato la sinistra.
E via con il solito coro da indignati di mestiere, giornalisti saputelli (Ferrara), funzionari Rai timorati di Dio ecc. ecc. Dopo la vittoria politica arrivò l’editto bulgaro: spostamento di orario per Biagi, trasferito poi sulla terza rete, cancellato dalla Rai ( ma non ditelo a Sgarbi che è convinto ancora si sia trattato di “riqualificazione”).
Sic transit gloria mundi.
Biagi, anni dopo, celebrerà il suo ritorno in tv con queste parole:

 Buonasera, scusate se sono un po' commosso e magari si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. C'eravamo persi di vista, c'era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita. 

Una storia da conoscere, perché gli omicidi dei giornalisti scomodi non si fanno solo con la pistola.


Santoro, altra vittima della censura “bulgara”.
Ideatore di Samarcanda (primo talk show a coinvolgere piazza, esperti e politici) passò poi a Il rosso e il nero e Temporale. Lavorò anche per Mediaset, ma dovette andarsene dopo le troppe inchieste su Dell’Utri; tornato alla rete pubblica con un contratto a tempo indeterminato, avrà diritto ad un programma annuale di approfondimento, da settembre a maggio.
Il raggio verde fu il primo di questi, in onda dal 2000. Subì da subito attacchi e scaramucce da parte del centro-destra, ma tirò avanti con la solita tenacia, fino alla puntata del 14 marzo, nella quale ci si interrogava sullo scandalo “Satyricon”: i rapporti tra Mangano e la mafia, Dell’Utri e Mangano, Dell’Utri e la mafia, Berlusconi e la mafia, analizzati anche tramite l’ultima intervista di Borsellino, scottante per i fondatori di Forza Italia.
Silvio chiamò in diretta e tentò una vana difesa, poi partirono le classiche accuse che i suoi fedelissimi sarebbero stati costretti a ripetere nei giorni seguenti. Santoro insistè con altre tre puntate sull’argomento, l’ultima vide tra gli ospiti Dell’Utri che non ne azzeccò una: ammise addirittura di essere sceso in campo per pararsi il sedere. Il giorno dopo continuarono gli attacchi, non solo da destra, in un clima di tensione che culminò nella puntata dell’4 maggio, nella quale dovettero comparire i due candidati premier, ma Berlusconi cambiò idea dopo un lungo tira e molla. Santoro espose nell’editoriale tutte le domande che gli avrebbe posto, poi concluse l’anno con la trasmissione dell’11 maggio, dove Rutelli fu preda del fuoco dei giornalisti di destra, mentre Berlusconi monologava con Costanzo su Mediaset.
Dopo le elezioni il premier cominciò a far danni, dunque Santoro continuò ad incalzarlo con trasmissioni che, però, vedevano la presenza alla pari di rappresentanti dei due schieramenti. Seguiranno il diktat bulgaro, i canti partigiani, i girotondi, l’opposizione inesistente (si guardi Rutelli ora dove bazzica), le sospensioni e le denuncie. Santoro, nel 2005, vincerà la causa contro la Rai e tornerà a condurre un programma di prima serata (Annozero), con Prodi al governo.
Oggi conduce un simile programma su La7, a mio giudizio meno riuscito dei precedenti, tuttavia considero la sua carriera un rarissimo esempio di televisione di inchiesta e di denuncia, di non sottomissione al potere, di satira vera, di libertà di parola (compresi i “ma va là” di Ghedini).

Freccero fu vittima della censura “masochista”, perché era ed è un grande ideatore di programmi, ma la Rai preferì martellarsi i piedi pur di tenerlo fuori.
Ex consulente di Berlusconi, lavorò anche alla Mondadori, prima di essere cacciato come vittima sacrificale per l’accettazione di Cesare nel palazzo del potere (i suoi programmi spesso si occupavano di DC e Vaticano).
Nel 2001 riuscì a documentare, tramite una sua troupe, i fatti del G8. Anatema.
Due anni di esclusione vicina al mobbing, poi di nuovo dentro come Presidente di Rai- sat, direttore di Rai 4 ( i suoi programmi avevano avuto troppo successo per non scegliere lui come guida della rivoluzione digitale) , ma successivamente venne rimosso anche dalla direzione.

Sabina Guzzanti e la censura “trasversale”.
La prima puntata di RaiOt si occupò delle televisioni e, quindi, quasi sinonimicamente, di Berlusconi. La legge Mammì che rese lecita una violazione, Rete4 che avrebbe dovuto lasciare il suo segnale, ma non lo fece, la sinistra che non si mosse, tutto mandato in onda senza censura e reticenze.
La reazione? Censura.
Programma tagliato perché “non è il momento storico adatto” (?!); per la “strage di Nassirya”; per battute anti-semite (non vere). Si cercò di mascherare il tutto con una “sospensione” eterna, con professoroni che accusavano la trasmissione di non far ridere (come se ci volesse la patente) e di non colpire tutti a 360 gradi (come se la satira fosse l’influenza), oltre che d’aver procurato una denuncia dalla Mediaset ( archiviata per la solita questione della “verità”, maledetta verità).
Il  “Varietà di protesta” della Guzzanti vide la presenza di 30 mila spettatori per un palazzetto di 4 mila, come se l’impenetrabilità dei corpi fosse stata dimenticata in nome della libertà. Le tv estere si scagliarono contro l’informazione italiana e la censura, la Cnn la intervistò e l’Italia fece lo solita magra figura.
Nel mentre il programma restò sospeso, ma nessuno volle staccare la spina, addirittura le vennero fatte registrare la altre puntate come garanzia di una futura trasmissione che non arriverò mai, se non su internet con grande successo.

Paolo Rossi e altri censura “preventiva”.
Incredibilmente non viene censurato il comico Rossi, ma il politico Pericle, per delle frasi da costui ovviamente non  indirizzate contro qualche politico dei secoli futuri.

De Bortoli fu vittima di censura “impunitaria”. La polemica nacque  dopo che il Corriere della Sera pubblicò articoli aventi come oggetto il conflitto di interessi. Eppure la storica testata è sempre stata equidistante, addirittura favorevole a Berlusconi-premier nel 2001, ma da un po’ di tempo giravano troppi giornalisti che volevano far luce anche sul caso Previti e le lettere di Ghedini non si fecero attendere, nel tentativo di separare il direttore dalla sua redazione.
La denuncia al Corriere rimase come una spada di Damocle per quattro mesi, piombata infine nel dicembre 2002.
Gli scontri tra un giornale indipendente e un premier indolente culminarono con le dimissioni del primo nel maggio del 2003, colpevole di “delitto di cronaca”, anche se De Bortoli parlò di motivi personali.
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La seconda parte del libro analizza il tentativo di Berlusconi di portare sotto il suo controllo il maggior numero possibile di organi giornalistici, come avvenne col Tg1 ( vedi Mimun e poi Minzolini).
Fu utile anche l’amicizia con Vespa (a pagina 324 si legge del suo compenso, 5 miliardi meno 30 lire, perché oltre questa cifra si sarebbe dovuti passare dal voto del Cda), o il lancio di nuove “vespette” come Anna La Rosa.
Anche la radio non si salvò (con la direzione di Radio anch’io da parte di Stefano Mensurati, vicino ad AN e Gasparri, che porterà il programma ai minimi storici).

Il capitolo 12 prende in esame le occasioni mancate: Mieli e La7.
Il primo fu sull’orlo di diventare presidente Rai, ma la sua apertura al ritorno di Santoro e Biagi gli costò l’opposizione dei parlamentari di centro destra, gli attacchi dei giornali della stessa fazione; la Padania lo accusò anche a causa delle sue origini ebraiche, e si cianciò anche sul compenso, finché non arrivò l’agognata rinuncia
La7 fu un sogno, il miraggio di una terza voce oltre la Rai e Mediaset,ormai quasi un solo coro.
La presidenza Colaninno (Telecom) - Pelliccioli( Seat-Pagine gialle) diede garanzie di solidità, la direzione delle news (Lerner) era una sicurezza, i presentatori (Fazio,Volo,Littizzetto) erano di razza, lo sport assicurato con la Coppa Italia.
«Se non ci ammazzano nella culla, non ci ferma nessuno» disse Gad Lerner preannunciando l’infanticidio.
Nell’estate del 2001 la rete passò a Tronchetti Provera con tutta la Telecom e si decise di trasformarlo in un canale all-news (tipo CNN): liquidato Fazio poco prima che andasse in onda; via anche la Littizzetto; abbandonata persino la Coppa Italia; Lerner non ci stette a condurre una nave che imbarcava acqua e mollò anche lui; persino Volo e Platinette lasciano.
Ecco i “nuovi” nomi: Costanzo come consulente, Gregoretti (sorella della produttrice della De Filippi) come vicedirettore, Cairo (segretario di Berlusconi dopo Dell’Utri) che si occupava della pubblicità ed attualmente ne è il proprietario.
Tronchetti Provera aveva già fatto amicizia col Cavaliere acquisendo ad un prezzo spropositato l’Edilnord (impresa edile indagata); comprando le Pagine Utili (un fiasco) dalla Fininvest salvo poi rinunciare per intervento dell’Antitrust, non senza aver prima versato una penale; sponsorizzando il Milan, proprio lui, allora vicepresidente dell’Inter. Silvio dimostrò la sua riconoscenza con la neutralità all’Opa della Pirelli sulla Telecom ed aiutandolo a inserirsi nel mercato della comunicazione turca dove Provera incontrava problemi.
 Nonostante ciò non venne mai dato il colpo di grazie alla nuova emittente, la si tenne tranquillamente a bada in attesa di sviluppi futuri. Con l’indebolirsi di B. e la rottura di quest’ultimo con Cairo la televisione ha ripreso vigore, ospitando addirittura Santoro.
Curiosamente anche un servizio delle Iene (Pellizzari) che tentava di alzare il tappeto di questa vicenda non andò mai in onda…

Chiude il libro una postfazione di Beppe Grillo. Il comico-leader scrive dei suoi tempi alla Rai con la censura bonacciona della Dc, niente se paragonata alla brutalità di quella di oggi (da Craxi in poi). Spiega anche l’ovvia differenza tra ironia sulla persona (che Berlusconi accetta tranquillamente, perché innocua) e quella sui fatti (inammissibile). Continua, parlando dell’unico effetto positivo della censura: ha permesso di sviluppare la fantasia di chi la vuole aggirare. Conclude con la promessa di volere utilizzare internet, di saltare la mediazione dei politici, di coinvolgere le masse, perché difficilmente si possono censurare milioni di persone.
Alla faccia di chi pensa che il V-day e il blog siano stati il frutto di una scelta estemporanea e impulsiva. Scrissi questo stesso articolo 3 anni fa (ovviamente ora l’ho modificato in parte) e c’è da dire che Grillo aveva colto le pulsioni della gente, da grande bestia da palcoscenico, seppure chi scrive resta molto scettico sulla strada intrapresa dal suo Movimento, a nostro giudizio decisamente annacquato rispetto al Beppe di qualche anno fa. 

Il testo termina con una citazione che però risulta valida solo se le persone si informano, se la smettono di farsi “formare” e condizionare dai fantocci parlanti che sguazzano nel tubo catodico. La frase conclusiva ha un senso se guardiamo la televisione con spirito critico, solo se leggiamo più giornali, se navighiamo per tutta la rete, girando anche al di fuori dei circuiti ufficiali, perché c’è ben altro oltre lo sport ed i reality show. Ha un senso se si attualizza e storicizza, perché affronta una questione passata, ma, ahimè, ancora viva. Ha un senso se i “tutti” di cui parla decidono di non lasciarsi ingannare, usando invece la loro volontà come un potere indistruttibile.

Potrete ingannare tutti per un po’,
potrete ingannare qualcuno per sempre,
ma non potrete ingannare tutti per sempre.


Abramo Lincoln

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