lunedì 22 dicembre 2014

I Malavoglia (Giovanni Verga) - Incipit e explicit

Incipit 

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n'erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev'essere. Veramente nel libro della parrocchia, si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua, e delle tegole al sole.

Explicit

Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero, e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch'ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d'imposte, e dei passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a formicolare dei lumi. Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano, e la Puddara che annunziava l'alba, come l'aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto, e a pensare a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a farsi bianco, e i Tre Re ad impallidire, e le case spuntavano ad una ad una nelle vie scure, cogli usci chiusi, che si conoscevano tutte, e solo davanti alla bottega di Pizzuto c'era il lumicino, e Rocco Spatu colle mani nelle tasche che tossiva e sputacchiava. "Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta" pensò 'Ntoni "e si accoccolerà sull'uscio a cominciare la sua giornata anche lui." Tornò a guardare il mare, che s'era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro, riprese la sua sporta e disse: "Ora è tempo d'andarsene, perché fra poco comincerà a passar gente. Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu.

lunedì 15 dicembre 2014

ANNA KARENINA ( Lev Tolstoj ) - Incipit & Explicit

Incipit 

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che non c'era senso nella loro convivenza, e che della gente incontratasi per caso in una qualsiasi locanda sarebbe stata più legata fra di sé che non loro, membri della famiglia e domestici degli Oblonskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era già il terzo giorno che non rincasava. I bambini correvano per la casa abbandonati a loro stessi; la governante inglese si era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto ad un'amica chiedendo che le cercasse un posto; il cuoco se n'era già andato via il giorno prima durante il pranzo; sguattera e cocchiere avevano chiesto di essere liquidati.


Explicit

Mi arrabbierò sempre alla stessa maniera contro Ivan il cocchiere, sempre alla stessa maniera discuterò, esprimerò a sproposito le mie idee, ci sarà lo stesso muro fra il tempio dell'anima mia e quello degli altri, e perfino mia moglie accuserò sempre alla stessa maniera del mio spavento e ne proverò rimorso; sempre alla stessa maniera, non capirò con la ragione perché prego e intanto pregherò, ma la mia vita adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quello che mi può accadere, ogni suo attimo, non solo non è più senza senso, come prima, ma ha un indubitabile senso di bene, che io ho il potere di trasfondere in essa!

Il vecchio e il mare (Ernest Hemingway) - Incipit e explicit

INCIPIT

He was an old man who fished alone in a skiff in the Gulf Stream and he had gone eighty-four days now without taking a fish. In the first forty days a boy had been with him. But after forty days without a fish the boy’s parents had told him that the old man was now definitely and finally salao, which is the worst form of unlucky, and the boy had gone at their orders in another boat which caught three good fish the first week. It made the boy sad to see the old man come in each day with his skiff empty and he always went down to help him carry either the coiled lines or the gaff and harpoon and the sail that was furled around the mast. The sail was patched with flour sacks and, furled, it looked like the flag of permanent defeat. 

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

EXPLICIT

In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.

martedì 2 dicembre 2014

Il giorno della civetta (Leonardo Sciascia) - Incipit e explicit

INCIPIT

L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L'ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all'autista "un momento" e aprì lo sportello mentre l'autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò. 


EXPLICIT

Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. 'In Sicilia le nevicate sono rare' pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
"Mi ci romperò la testa" disse a voce alta. 

domenica 9 novembre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE SESTA (Le trasposizioni cinematografiche)

Ultima post del nostro ciclo dedicato a Stieg Larsson. Oggi, 9 novembre 2014, ricorrono i dieci anni dalla scomparsa di uno dei più eccelsi narratori di inizio millennio, purtroppo volato via troppo presto. I suoi tre romanzi hanno descritto la società svedese in modo sorprendente e innovativo; le riflessioni presenti nella trilogia partono dal male assoluto del nazismo scivolando nell'esplorazione del lato oscuro presente in tutti gli uomini. Le sue critiche alla società contemporanea sono state precise e mai banali, addirittura profetiche quando hanno anticipato le storture del mondo finanziario, rivelatesi poi apertamente con la crisi del 2008. Ma soprattutto è riuscito a creare dei personaggi intriganti, affatto scontati, certo allegorici, ma mai lontani dalla realtà. 

Per chi volesse rileggere l'intero ciclo della nostra analisi clicchi qui.  


Dalla carta alla pellicola: luci ed ombre

La  trilogia svedese

Ci occuperemo ora delle tre pellicole scandinave ed in seguito del remake americano.
Il primo dei tre film nordici è indubbiamente il migliore ed il più fedele all'opera scritta, mentre gli altri due si concedono modifiche e deviazioni a tratti esagerate.
Per quanto riguarda Uomini che odiano la donne le differenze dal libro sono: una minore profondità del protagonista Mikael che risulta poco caratterizzato, vista la soppressione della ex-moglie e della figlia, di alcune relazioni, oltre che di molti suoi comportamenti tipici, senza contare che il tempo affidatogli per la risoluzione del caso è dimezzato rispetto al libro; Anita viene coinvolta in situazioni diverse da quelle del libro e addirittura la sia fa morire per un cancro al seno. Accenniamo solo alle numerose anomalie della famiglia Vanger, talvolta sono stati cambiati gradi e rapporti di parentela e non c'è alcun riferimento all'entrata della famiglia nel Cda di Millennium. Nel film Lisbeth subisce un'aggressione in metropolitana da parte di alcuni teppisti e così incorre nella rottura del suo pc, mentre nel libro tale danno era avvenuto per un fortuito incidente.
La differenza principale, per me inaccettabile, è nell’incontro tra Lisbeth e Mikael: nel libro Froede confessa al giornalista di aver fatto svolgere delle indagini su di lui prima di assumerlo e Mikael, decisamente infastidito, chiede di leggere il rapporto. In seguito, colpito dalla precisione del testo, pretende un incontro con l’investigatrice che tanto bene lo aveva spiato e descritto. Nel film, invece, Lisbeth manda a Mikael dei suggerimenti sul suo caso tramite e-mail, rendendosi così rintracciabile: ma ciò non è da lei, esce totalmente fuori dai canoni psicologici e di comportamento con cui Larsson l’ha creata!
Gli altri due capitoli della saga presentano rimaneggiamenti in tantissimi punti, ne elenco solo alcuni sennò dovrei riscrivere l’intera trilogia: c’è solo una minima descrizione dei viaggi di Lisbeth intorno al mondo e manca totalmente la sequenza dell’uragano con successiva lotta contro il finto medico; c’è una sfasatura temporale tra la visita di Lisbeth al suo tutore e la scelta di quest’ultimo di ucciderla contattando altri suoi “nemici” scoperti per caso; ancora una volta i rapporti tra i personaggi sono tratteggiati freddamente, come se Palmgren o Armanskj non avessero una loro evoluzione e come se Mimmi fosse davvero una sorta di prostituta come poi verrà falsamente accusata; il coinvolgimento di Paolo Roberto è molto semplificato ed inoltre il combattimento tra lui ed il gigante biondo ha esiti diversi rispetto al libro; Mikael scopre la nuova abitazione di Lisbeth grazie a Mimmi, mentre nel libro era entrato in possesso delle chiavi dopo un incontro fortuito con la giovane hacker, proprio nel momento in cui stava per essere rapita dai membri del moto club (inoltre, quando suona l’allarme di casa Lisbeth, nel film è lei che decide di bloccarlo mentre nel libro sarà Mikael a indovinare il codice segreto, con grande sorpresa della ragazza); nel finale del secondo libro la giovane mormora “Kalle Dannatissimo Blomkvist” nel momento in cui viene trovata agonizzante, ma nella pellicola questa frase non c’è; nel secondo film  la Sezione è tratteggiata in modo piuttosto ingarbugliato e non si esplicita bene il contrasto tra vecchi e giovani membri; le indagini dei “Cavalieri della tavola balorda” sono arronzate e sommarie, anche i giornalisti di Millennium (chissà perché ridotti di numero rispetto al libro) non sembrano attivarsi così tanto come in realtà hanno fatto su carta; le aggressioni subite da Erika risultano totalmente immotivate dato che si è soppresso il suo cambio di redazione, con successivi contrasti tra lei ed i nuovi colleghi e l’entrata in scena di uno stolker; inoltre nel film la donna mostra aggressività nei confronti di Mikael, mentre nel libro prevale più che altro il senso di colpa sia prima che dopo l’abbandono di Millennium; la preparazione della difesa di Lisbeth ed il relativo processo sono schematizzati al massimo, al punto che non si coglie bene quanto sia stato importante  il lavoro di Mikael e del Reparto per la tutela della Costituzione (del quale fa parte la sua nuova fiamma, Monica, ma naturalmente il regista ha dimenticato quest’altra conquista di Mikael). Nel film pare quasi che Annika riesca nella sua difesa grazie solo a fortuna ed improvvisazione. 
C’è da contare, inoltre, che tutta la vicenda viene spostata avanti nel tempo, stravolgendo anche l’età di Lisbeth…ma perché?!  Il finale, per concludere, è privo di senso. Sembra che Lisbeth e Mikael  promettano di rivedersi così come farebbero due compagni di scuola incontratisi per caso dopo anni, ossia con disinteresse nascosto dietro ipocrite frasi di circostanza.
Rileggendo questo mio riassunto sembra quasi che voglia dare un giudizio totalmente negativo alla produzione europea, ma in realtà non è così. Riconosco che le ambientazioni sono ricostruite bene (d’altro canto sarebbe il minimo visto che è stato girato nei luoghi descritti da Larsson), così come i passaggi temporali tra una sequenza e l’altra rispondono ai cronotropi del romanzo. Alcune scene sono state girate con accuratezza e in modo conforme al libro, come ad esempio lo stupro di Lisbeth, il dialogo tra Martin e Mikael, la sequenza in cui Dag cerca di convincere la redazione di Millennium a collaborare con lui, l’interrogatorio di Lisbeth al giornalista che le darà la traccia decisiva per rintracciare il padre. Proprio  l’incontro tra la giovane e quest’ultimo è ben fatto ed i dialoghi ripropongono ottimamente il rapporto così come descritto dall’autore. Anche la scena finale del terzo film riassume bene la lotta della giovane contro Zala ed il gigante biondo (che però fugge via in maniera apparentemente immotivata, ma certo è difficile su pellicola rendere chiara la sua paura infantile per mostri e presenze inquietanti). Mi era piaciuta l’interpretazione della attore che indossava i panni di Paolo Roberto, poi ho scoperto che si trattava proprio del pugile in questione ed allora tutto mi è parso più chiaro. Infine, c’è da notare come il combattimento tra Lisbeth ed il fratellastro sia stato riproposto con precisione massima dei particolari.
Terminiamo con gli attori. NoomiRapace e Michael Nyqvist (da notare l’assonanza con il personaggio interpretato) erano pressoché sconosciuti al pubblico mondiale, avendo girato solo qualcosina in Svezia, ma la trilogia li ha lanciati verso Hollywood. Sono convinto che interpretano bene la loro parte: lui un po’ trasognato ma determinato, lei dura e psicolabile, anche nei piccoli gesti mi danno l’idea di muoversi come i loro corrispettivi cartacei. Finanche i personaggi secondari svolgono bene il loro compito, a partire da Erika, passando per Martin fino ad arrivare al suicida Gullberg (forse soltanto l’attore che interpreta Zala manca un po’ di personalità, comportandosi troppo da “vecchio matto”, senza colpire gli spettatori con l’aura da ex spia).
Tuttavia, c’è qualcosa di totalmente sbagliato nel cast, a mio giudizio, ma questo “errore” non dipende dagli attori, semmai da chi li ha scelti: sembrano tutti diversi fisicamente e molto più vecchi rispetto ai loro corrispettivi nel romanzo! Mi rivolgo alle donne, vi attira il Mikael proposto sullo schermo? A me non dà proprio l’impressione di un uomo maturo ma affascinante. Per non parlare di Erika, descritta nel romanzo come una donna sensuale, che si vede interpretata nel film da un’attrice (Lena Endre) per la quale, citando una pellicola di Verdone, ci vorrebbe il plutonio per eccitarsi, altro che viagra. Il gigante biondo non è affatto così grosso, e anche lui sembra piuttosto in là con gli anni. Per non parlare di Bjurman e Palmgren, il primo ha l’aspetto del vecchio porco ok, ma non è descritto così nel libro, mentre il secondo è praticamente un Matusalemme. Paolo Roberto invece è perfetto, ah già, è proprio lui! Mimmi, infine, sembra una escort di mezza età..
Il problema maggiore, purtroppo, è rappresentato da Noomi Rapace: brava, ottima nell’interpretazione, ma con il fisico sbagliato. Per darvi un’idea, è lei la zingara nel secondo film di Sherlock Holmes (la serie con R. D. Junior): voi davvero immaginate che l’attrice di Lisbeth possa essere riutilizzata per un ruolo in cui deve spiccare anche se non soprattutto per avvenenza? Inoltre, è molto più grande di come viene descritta nel libro, si ricordi che sovente Larsson afferma che la confondevano con una ragazzina.
 Forse questa “vecchiezza” generale è frutto di una diversa “percezione dell’età” da parte degli svedesi rispetto a noi mediterranei, non lo so, può essere, ma a me ha colpito negativamente. Inoltre, anche le ambientazioni (intendo gli interni) lasciano a desiderare. La redazione di Millennium sembra uno scantinato dove si preparano i petardi di fine anno abusivamente; la “magnifica” seconda casa di Lisbeth non mi pare proprio tale; la dimora di Henrik Vanger è opprimente più che maestosa; la sala stampa ed il tribunale sono stati scelti indubbiamente per ragioni di risparmio più che per attenersi al romanzo. Tutti gli edifici sembrano residui post-industriali, alimentando il senso di disfacimento che abbiamo rilevato negli attori.
Il primo film è stato girato da Niels Arden Oplev, gli altri due da Daniel Alfredson.
Il regista del primo film ha così commentato l’uscita nelle sale della pellicola americana:  “Why would they remake something when they can just go see the original?”.
Perché, mio caro Niels, lo si può rifare meglio.

La prima pellicola americana

La prima mossa vincente della produzione è stata quella di affidare la regia del film a David Fincher, esperto di trame complesse ed elaborate non prive di scene d’azione (The Game, Seven) e già dimostratosi ottimo nella resa cinematografica di romanzi di successo (Fight Club). La pellicola è stata girata in maniera precisa e accurata ed è subito evidente che l’intenzione era quella di mantenersi il più possibile vicini alla trama del libro.
Nel suo complesso, quindi, la fabula è rispettata, mentre l’intreccio presenta delle modifiche rispetto al testo, ma Fincher ha tentato ti supplire alle mancanze inserendo qui e lì dei piccoli segni, dei minimi gesti dei personaggi, all’apparenza inutili, ma in realtà necessari a riassumere pagine e pagine di romanzo. Ad un certo punto, ad esempio, un poliziotto chiede a Lisbeth se lei abbia mangiato a sufficienza e la giovane risponde piccata di non essere anoressica ma di godere di un ottimo metabolismo: in realtà l’agente ha posto la domanda per tutelare la ragazza dalle foto splatter che si accinge a mostrarle. In dieci secondi il regista ha riassunto l’odio della giovane per chi la mette in soggezione relativamente alla sua corporatura e la sua propensione allo scontro. Verso la fine del film Lisbeth passa a trovare Mikael fuori dalla redazione di Millennium per restituirgli il prestito grazie al quale ha accumulato due miliardi di euro, quindi, non appena incontra l’uomo, gli porge la sigaretta che stava fumando fino a pochi secondi prima, gesto intimo che si erano scambiati parecchie volte durante l’indagine ad Hedelstad. Ma ora Mikael lancia una occhiata all’interno della redazione e scorge Erika (da sempre contraria al suo vizio del fumo) che li sta guardando con sospetto, quindi il giornalista declina l’offerta della ragazza e noi spettatori, in questi pochi movimenti, abbiamo colto tantissimo delle dinamiche tra i tre personaggi che in un libro si potrebbero “dilatare” con maggiore facilità.
 In effetti è questo che bisogna fare quando si porta un testo sullo schermo: certo, non è possibile utilizzare lo scritto originale come unica sceneggiatura, tuttavia non si deve alterare quello che è lo “spirito” dell’opera, non bisogna modificare troppo la storia o i personaggi e soprattutto si deve fare in modo che il messaggio, espresso nella maggior parte dei casi dal finale, sia lo stesso che l’autore del romanzo ha consegnato ai suoi lettori (e anche in questo caso le ultime scene ricalcano alla perfezione il libro).
 In definitiva credo che Fincher sia riuscito nell’intento, anche se le differenze con l’opera di Larsson ci sono e non vanno trascurate.
Inevitabilmente mancano i flashback sulle biografie dei protagonisti, per cui il regista ha dovuto cercare altre vie necessarie alla qualificazione degli stessi. Prendiamo ad esempio la scena in cui Lisbeth, aggredita in metropolitana, reagisce allo scippatore con tenacia di ferro ma non riesce a salvare dalla distruzione il suo prezioso pc: nel libro il computer si rompe per un banale incidente, ma con la scena del tentato furto il regista ha inserito il particolare dell'aggressione in metropolitana (anche se lì era una molestia) effettivamente subito dalla ragazza anni prima ed inoltre ha riassunto in pochi secondi cento pagine di libro necessarie a spiegare il carattere indomabile della giovane. C'è da dire che i rapporti tra i personaggi talvolta sono poco approfonditi, si muovono in maniera schematizzata soprattutto nei contatti che intercorrono tra protagonisti e secondari, ma forse gli altri due film approfondiranno meglio queste relazioni. Non capisco perché è stata esclusa la figura della madre di Lisbeth dato che all’interno del libro è lei che la ragazza va a trovare in clinica e non il vecchio tutore malato. Costui nel libro è creduto morto fino al ritorno della giovane in Svezia, scomparendo per tutta la restante parte della narrazione. Anche Mikael è caratterizzato bene da semplici ma profonde accortezze: il suo nutrirsi esclusivamente di tramezzini e caffè (abbiamo visto in precedenza come ciò sia necessario a qualificarlo come “persona” nel libro); la sicurezza sfrontata con la quale affronta i colleghi dopo la sentenza che lo ha condannato per diffamazione (in quei pochi gesti il regista ci ha riassunto lo posizione dell’uomo nei confronti dei giornalisti venduti); la delicatezza con la quale si introduce nella vita di Lisbeth e la sua totale mancanza di moralismo bigotto per i comportamenti della ragazza (nel testo Larsson la descrive continuamente sorpresa per come viene trattata con rispetto da Mikael, soprattutto nelle prime fasi, quando lei lascia emergere tutti i suoi difetti relazionali). Mikael, dunque, è ben caratterizzato, ma alcune sfumature sono ignorate: la storia con Cecilia la reputo necessaria per far comprendere il suo carattere dongiovannesco impenitente, ignoro perché sia stata rimossa pure da questo film. Inserendola si capirebbe meglio la facilità con cui l’uomo riallaccia la relazione con Erika sebbene ne abbia intrapresa una con Lisbeth (pare quasi che Mikael ritenga naturale avere relazioni contemporanee); talvolta si calca un po' troppo la mano sulla sua goffaggine, seppure è certo che Larsson abbia voluto effettivamente invertire spesso e volentieri i ruoli maschio-femmina tra Lisbeth e Mikael. Nel romanzo, ad esempio, è lui ad accorgersi che i nomi delle ragazze assassinate sono tutti ebraici (con grande sconforto di Lisbeth che odia essere scavalcata nelle intuizioni) mentre nel film quasi tutti i progressi li porta avanti la giovane, facendo così apparire lei troppo geniale e lui eccessivamente imbranato. Il libro nasconde meglio la colpevolezza di Martin, ed ecco perché Larsson si può permettere di insinuare tra le pagine la sua insistenza (motivata appunto dalla paura di essere scoperto) nel consigliare a Mikael di abbandonare il caso e l'isola, ma nel film, invece, dove una singola battuta apparirebbe molto più sospetta, Martin è il primo a difendere il giornalista e a battersi perché termini il lavoro. Così facendo Fincher tenta di nascondere le sue vere intenzioni agli spettatori.
Altri piccoli particolari divergenti riguardano la successione cronologica dei fatti non sempre corrispondente al libro, il cadavere del gatto che nel film è disposto a svastica (?!), la mancata condanna penale di Mikael a tre mesi di carcere (certo non facile da inserire in un film dalla durata di due ore e trentotto), la redazione della rivista stavolta è troppo sfarzosa ed eccessivamente affollata; Mikael non si rende conto che la “complice” di Wennestrom è in realtà la stessa Lisbeth; ed infine, con incredibile distanza dal libro, la ragazza gli racconta del suo attentato nei confronti del padre, mentre nel libro Mikael lo scoprirà da sé e soltanto molto tempo dopo (quindi gli altri due remake dovranno per forza contenere ulteriori modifiche rispetto ai testi).
Altri particolari sono relativamente trascurabili, ma una cosa che proprio non ho potuto sopportare è stata quella piccola musichetta di sottofondo che accompagna alcune scene. Certe volte abbassa il livello del film così tanto che pare si tratti di uno sceneggiato televisivo a basso costo (certo, questo esula dalle differenze tra libro e film, ma dovevo dirlo!).
 Robin Wright si che è una bella donna ed inoltre interpreta il suo ruolo alla perfezione, in tutte le sfumature richieste, anche se compare meno di quanto Erika in realtà agisca nel romanzo. Stellan Scarsgard ha davvero la faccia del cattivo, oltre al fatto di essere di origine svedese e, incredibilmente, di essere cresciuto nei luoghi in cui è ambientata la storia. Ma a dominare la scena è Rooney Mara, descritta giustamente come “ipnotica” in una recensione, mentre altrove è stata sottolineata la sua bravura nel riassumere la complessa vicenda del personaggio con un semplice gesto. Si muove come Lisbeth, le sue occhiate sono la fedele riproduzione di quelle assenti o rabbiose che Larsson dissemina nella sua opera, il suo “sorriso storto” è come ce lo si attenderebbe (ma in ciò era stata brava anche la Rapace). Dotata di una conformazione fisica incredibilmente identica a quella del personaggio letterario e completamente a suo agio nell’indossare i panni di Lisbeth (compresi tutti i piercing che si è fatta incidere realmente) ha fatto corrispondere una grande bravura a queste qualità naturali, tanto da essere candidata all’Oscar e da aver ricevuto innumerevoli altri riconoscimenti come attrice rivelazione dell’anno.
Ho visto prima il film e solo dopo letto il libro, ma non riuscivo ad immaginare Lisbeth diversamente da lei. Alcune delle altre candidate per il ruolo sono incommentabili, a cominciare dalla Johansson ( forse non è altissima, ma il seno glielo avrebbero tagliato?). 
Il film ha ricevuto diverse critiche positive, ma alcune anche negative, tra le quali mi ha colpito quella di un certo Smith sul N.Y. post, il quale, dopo aver definito il film “spazzatura” ha scritto “ demonstrates merely that masses will thrill to an unaffecting, badly written, psychologically shallow and deeply unlikely pulp story so long as you allow them to feel sanctified by the occasional meaningless reference to feminism or Nazis.” O non ha letto il libro, oppure non ha idea di cosa significhi rappresentare un’idea. Se il suo riferimento era indirizzato contro il film e a difesa dell’opera di Larsson allora non si rende conto di come sia difficile rendere sullo schermo tali tematiche, ma forse non ha neppure fatto caso alla scena in cui Mikael incontra il vecchio zio di Harriet, orgogliosamente nazista, e quest’ultimo gli dice “Nascondere il passato come loro, sotto una sottile impiallacciatura, come un tavolo dell’Ikea? Sono il più onesto di tutti io qui.” Mikael domanda “In famiglia?” E il vecchio risponde “In Svezia…”, ma avrebbe anche potuto dire “in Europa”, data la fretta con cui dimentichiamo gli insegnamenti della storia (per cui anche “negli Usa” andava bene). Piccole frasi come queste e tanto altro non credo banalizzino il tema. Se invece la sua critica è rivolta alla rappresentazione della violenza nel libro e su come vengono trattati i temi importanti allora rimando alle prime pagine (in particolare alla sezione sullo stile) della mia analisi per una risposta.


 p.s. Rip Stieg









martedì 4 novembre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE QUINTA (Il messaggio degli ultimi due romanzi)

Quinta puntata del nostro ciclo di post dedicato a Stieg Larsson in vista dei dieci anni dalla sua morte. Nella prima parte abbiamo parlato della vita dell'autore, dei misteri sulla saga, del genere a cui appartiene la trilogia e dello stile; nella seconda ci siamo soffermati sulla vicenda del primo romanzo e sui personaggi della saga; nella terza abbiamo analizzato le allegorie presenti nel primo romanzo; nella quarta sono state riassunte le trame degli ultimi due libri e presentati gli schieramenti. Ora ci dedicheremo all'analisi di questi due tomi, sottolineando le critiche dell'autore ad alcuni aspetti della nostra società e delle istituzioni moderne. 

Incrinare le certezze:i confini della libertà

Ho deciso di intitolare così il paragrafo relativo ai temi trattati negli ultimi due libri perché sono convinto che Larsson abbia voluto portare avanti delle profonde critiche non solo alle storture della società lì dove ce le attendiamo maggiormente (come ad esempio nel primo libro in cui incolpa la crudele finanza e la violenza sulle donne), ma anche negli aspetti meno attesi.  Infatti la sua riflessione si immerge, e sarebbe proseguita, in profondità, andando a scalfire le stesse strutture che dovrebbero proteggerci e tutelarci, come ad esempio i giornali ed i servizi si sicurezza o ancora la polizia. Mi concentrerò su questi punti, tralasciando la critica allo sfruttamento della prostituzione non perché meno importante, affatto, ma perché anche questa è una forma di violenza sulle donne e ne abbiamo già parlato in precedenza, inoltre questa tematica è affrontata così direttamente dall'autore che preferisco sondare quelle maggiormente in penombra.
Ho appena scritto che l'analisi di Larsson si stava spingendo sempre più avanti. Chissà fin dove sarebbe arrivato se avesse potuto portare a termine i suoi dieci romanzi, chissà quanto ancora si poteva scendere o salire, per scovare del marcio.
Per citare Il Padrino parte III:

“Più in alto si sale, più il fetore aumenta”.

Per ognuno di queste istituzioni deviate, tuttavia, Larsson ha avuto l'abilità di creare sempre un polo positivo, evitando così di giudicare una categoria intera, ma puntando il dito contro i singoli traditori delle istituzioni.
Cominciamo dalla stampa, dato che abbiamo evidenziato le critiche al quarto potere già in Uomini che odiano le donne. Dopo aver rilevato le impronte di Lisbeth sull'arma del delitto la polizia accusa formalmente la ragazza, descrivendola pericolosa e folle in numerosi colloqui con i media. Quest'ultimi, invece di ricevere criticamente i comunicati dalle forze dell'ordine, finiscono per ripetere pedissequamente le illazioni ed addirittura peggiorano l'immagine della ragazza. Ecco il titolo che Paolo Roberto legge appena atterrato in Svezia:

SUPERPSICOPATICA RICERCATA PER TRIPLICE OMICIDIO [II; p. 420]

L'aggettivo iniziale totalmente gratuito ed esagerato fa il palio con molti quotidiani della nostra Italia, inclini a gettare in prima pagina un titolone ad effetto contando sulla pigrizia dei lettori, raramente propensi ad andare a fondo nell'articolo.
Anche Mimmi diventa una vittima di tale campagna mediatica, sia per la sua frequentazione con Lisbeth, ma soprattutto per le sue attitudini sessuali grazie alle quali diventa un facile bersaglio per la morbosità popolare:

LA POLIZIA INDAGA SU UNA BANDA DI SATANISTE LESBICHE
Nel 1996 il gruppo esaltava la Chiesa […] L'amica di Lisbeth Salander scrive di sesso lesbico. La trentunenne è molto conosciuta nei locali del centro di Stoccolma. Non ha fatto nessun mistero della sua abitudine di rimorchiare donne e di dominare le sue partner.[II; p. 430]

Tra le forze che operano contro Lisbeth ci sono alcuni che decidono di contattare direttamente i giornalisti pronti a svendere la loro integrità, non limitandosi a condizionare il circuito mediatico. Tony Scala è il cronista incaricato di calcare la mano sulla ragazza ed anche Erika dovrà faticare parecchio per frenare le illazioni all'interno della sua nuova redazione.
Il ruolo positivo del giornalismo è rappresentato da Millennium: ovviamente c'è Mikael, ma, come abbiamo detto, anche Erika fa del suo meglio e tutti i collaboratori accettano di rivoluzionare il proprio lavoro, sacrificando tempo ed energie, per salvare la ragazza, arrivando anche a mettere a rischio la propria vita. D'altronde il caso era iniziato proprio così, con un giornalista e la sua fidanzata uccisi perché stavano scavando troppo. Anche noi in Italia abbiamo una discreta lista di giornalisti uccisi perché non accettavano di piegarsi, o perché andati troppo a fondo, dove legalità ed illegalità si mescolano ed il potere trama, (Pasolini, Siani, Cristina, De Mauro, Spampinato, Francese, Fava, Impastato, Alpi, Hrovatin, Palmisano, Baldoni). Insomma, questi nomi, che vi pregherei di approfondire, si sono comportati da “giornalisti-giornalisti” per citare il film Fortapche

Anche la polizia non viene descritta totalmente buona o totalmente cattiva, ma al suo interno si crea una spaccatura e si intuisce una critica di fondo alla concessione di ampi poteri per coloro che devono sì mantenere l'ordine, ma non per questo è necessario che scavalchino i nostri diritti. C'è chi pratica soprusi per una devianza innata, come avviene per l'irascibile ispettore Faste, schierato fin da subito contro Lisbeth. L’uomo manifesta tutta la sua misoginia anche nei confronti della collega Sonia, ma la profonda crudeltà viene fuori nell'interrogatorio di Mimmi, da cui l'ispettore è segretamente attratto, ed infatti non riesce ad esprimere se non  rabbia o frustrazione per una donna che non ama stare con gli uomini e gli tiene anche testa, declassando la sua virilità. Ecco come l'autore ci riporta in maniera indiretta i suoi pensieri:

Hans Faste aveva assistito all'interrogatorio con un senso crescente di irritazione, ma era riuscito a tenere la bocca chiusa. Pensava che Bublanski fosse veramente troppo morbido con la “cinese” […] Era palese che Faste si sentiva provocato da una donna bella, intelligente e lesbica dichiarata. [II; pp. 426,433]

Altri tutori dell'ordine, invece, peccano per stupidità più che per cattiveria, come il procuratore Ekstrom, fedele soltanto alla sua carriera e per questo descritto gongolante, con toni vagamente comici, durante la prima conferenza stampa:

Si sentiva come a casa, sistemò gli occhiali e mise su un cipiglio serioso molto consono alla situazione. Lasciò che i fotografi scattassero a raffica per un momento […] constatò soddisfatto che le troupe di tutti e tre i telegiornali più importanti erano presenti […] (II; pp. 346-347).

Anche il commissario Paulsson di Uppsala appartiene all'ordine di quelli più inceppati che crudeli, infatti arresterà Mikael mentre costui tentava di consegnargli l'arma con cui aveva immobilizzato il gigante biondo. Negli stessi momenti il commissario, non curante degli avvertimenti del giornalista, manda solo due suoi agenti contro l’energumeno dalla forza spaventosa, condannandoli praticamente a morte.
Il polo positivo delle forze dell'ordine è incarnato dagli altri componenti della squadra d’indagine: Bublanski, Modig, Holmberg e Svensson, non sono buoni perché dotati di particolare pietà o dolcezza, ma semplicemente perché fanno il loro lavoro e dunque non esitano ad indagare su Lisbeth quando sembra essere colpevole, ma non avranno barriere ideologiche o remore eccessive una volta che Mikael li convincerà del contrario; alla fine si occuperanno di salvare lo stesso giornalista dall'assassinio e arresteranno Teleborian, svolgendo integerrimi il loro lavoro.
Proprio lo psichiatra ci permette di introdurre la terza critica dell'autore nei confronti delle alte sfere e dei loro poteri. Larsson mette in discussione il diritto della società di giudicare una persona in base ai suoi comportamenti privati. Questa stortura è vagliata in modo sottile, ma al contempo con profonda abilità.
L'analisi della questione attraversa in pratica tutta la trilogia: con che diritto uno Stato può decidere se “interdire” o meno una persona? Il giudizio psicanalitico è oggettivo e sicuro? E qui non stiamo parlando di folli pluriomicidi o di persone che hanno attentato alla sicurezza nazionale. Nel racconto Lisbeth viene ricoverata subendo una punizione, oltre che per evitare che porti all'esterno la verità su Zala. Il suo quadro psicanalitico è falsato volontariamente, si fa di tutto per rovinare l'adolescenza di una bambina in nome di chissà quale bene superiore. Ma non si può non ammettere che la ragazza soffra davvero di disturbi ed “incapacità” sociali. Tutto ciò merita di essere giudicato da un tribunale? Chi ci obbliga a vivere “felici e contenti” se non lo vogliamo? Isolarsi vuol dire essere pericolosi? Cosa vuol dire non essere normale? Chi lo è? Larsson tratta il tema con un'iperbole, crea una storia in cui una giovane viene condannata sulla base dei suoi silenzi, senza che ella abbia mostrato apertamente nessuna devianza particolare e senza che abbia mai fatto del male per “pazzia”. Da piccola semplicemente reagiva ai soprusi dei bulli, da grande ha pestato un molestatore in metropolitana, le sue scelte sessuali non possono essere considerate come segni di devianza (e su questo punto, purtroppo, non tutti sono d'accordo anche nella realtà), la sua decisione di vivere isolata dal mondo non deve spingere la società ad attaccarla. Come se fosse obbligatorio per noi comportarci tutti allo stesso modo, come se tutti dovessimo accettare le banalità del mondo con il sorriso sulle labbra, senza permetterci di criticare il conformismo.

Nei cinque anni in cui aveva frequentato le Evil Fingers, le ragazze erano cambiate, Il colore del capelli era diventato più normale e i vestiti venivano sempre più spesso dai grandi magazzini H&M che non dai negozi di abiti usati. Studiavano o lavoravano e una di loro era diventata mamma. Lisbeth aveva la sensazione di essere l'unica che non fosse cambiata di una virgola, il che si poteva anche interpretare come una constatazione che non aveva fatto nessun progresso. (I, p. 287)

I presunti valori, difesi così strenuamente dai conservatori di ieri e oggi, non sono altro che maschere con le quali nascondere la vertigine umana dinnanzi alla consapevolezza della propria piccolezza, della mancanza di una verità, del relativismo che impregna la realtà. Anche Teleborian, il rappresentante ed il giudice della “normalità”, è un represso: sfrutta la sua posizione per molestare minori in difficoltà, mentre fuori ostenta perbenismo e moralità. Quanti dei nostri integerrimi rappresentanti della virtù sono schiavi di simili orrori nel loro privato? Lisbeth è costretta alla prigionia per una trama da giallo, ma sotto c'è anche una profonda motivazione sociale, come se tutti noi “normali” non potessimo accettare di guardare negli occhi chi mette in discussione le nostre sicurezze soltanto con il suo modo di vestirsi, con un piercing o con un tatuaggio.
A Teleborian si contrappongono eroi positivi: Plague e tutti i membri della città degli hacker, probabilmente altri “deviati” come Lisbeth. Ma anche persone rispettabili come il dottor Jonasson, che si lascia convincere da Mikael ad infrangere le regole per aiutare una ragazza che ha sofferto troppo e nega a Teleborian la possibilità di interrogarla prima del processo. Jonasson è un eroe non solo perché fa il suo lavoro al meglio ed rispettando tutte le regole, ma anche perché sa quando infrangerle, quando è giusto andare oltre, capisce che il diritto della persona viene prima di quello del cittadino. L'altro eroe è Palmgren, deciso a difendere la giovane non per qualche tornaconto, ma soltanto perché non ritiene giusto ciò che lei ha subito; da avvocato serve la giustizia e si prende cura di lei anche oltre il proprio dovere.
Ed eccoci arrivati all'ultimo punto della nostra analisi. Nel primo libro abbiamo notato come Larsson si sia preso cura di evidenziare le storture dell'economia, denunciare la violenza sulle donne, affondare lo sguardo critico nelle radici sociali e storiche del male. Nel secondo e terzo libro cosa resta da criticare dopo la stampa che non sorveglia, la polizia che non indaga, gli esperti che ci condannano? Resta il potere supremo che dovrebbe occuparsi di tutti noi: lo Stato. L'istituzione democratica è demolita prendendo di mira il suo settore più occulto e nascosto, spesso sfuggente agli stessi governanti, esterno ai tre poteri, invisibile ai cittadini: i servizi segreti. Ideati per la difesa della libertà hanno scelto di deviare dal cammino e si sono ingarbugliati su loro stessi, confondendo la missione di tutela con l'ossessione per il nemico, soprattutto quello interno. Scovare traditori, doppiogiochisti, spie delle spie, in un crescendo di follia che di certo è alla base delle più grandi tragedie “senza colpevoli” anche nella nostra Italia.
Ma restiamo al romanzo. Larsson ci descrive la Sezione come una istituzione nata già con la fissa per il nemico. Il suo ideatore la definì “l'ultima difesa” (III, p. 132). La sindrome da accerchiamento fa si che la squadra selezionata si isoli a tal punto da essere consapevolmente dimenticata per poter indagare su tutto e tutti:

A quarant'anni Gullberg si trovò di conseguenza in una situazione nella quale non doveva rendere conto ad anima viva e poteva fare indagini su chiunque. (III, 134).

La Sezione opererà per anni senza informare membri del governo o del parlamento, perché tutti erano potenziali sospettati. I membri del servizio super segreto si asserragliano in una vita di chiusura e diffidenza, pronti a controllare chiunque appaia troppo “strano”. Lo stesso Palme (primo ministro svedese realmente assassinato) viene indagato perché sospettato di essere al soldo dei comunisti. Gullberg è come Giovanni Drogo ne Il deserto dei Tartari, dedito ad un lavoro che infiacchisce la mente nell'eterna attesa di un nemico. Ed è affascinante notare la comune “felicità” che i due personaggi letterari provano nella loro morte. Gullberg certo di servire la patria con un ultimo gesto eroico, Drogo si spegne convinto di aver compreso il segreto della vita: non temere la morte, ma andare avanti con la propria missione fino alla fine, anche se non si conosce il nemico. Ma ecco lì spuntare la devianza: Drogo, in fondo, non ha nessuna missione così come Gullberg (e gli altri “sezionisti”) si trovano paradossalmente ad agire contro la loro funzione. Invece di difendere il paese dalle spie straniere finiscono per difendere una spia russa distruggendo la vita di una innocente ragazza. Continueranno in questa ossessione come i soldati giapponesi che rimasero asserragliati per anni in isolotti del Pacifico, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in attesa dell'invasione americana.
Per fortuna non ci sono solo elementi come Gullberg e soci all'interno dei servizi segreti. Monica Figueroa ed il suo capo lottano per difendere la Costituzione, lo stato ed i diritti calpestati dai loro colleghi. Prenderanno contatti col potere politico e accetteranno patti con un giornalista pur di arrivare alla soluzione di questa malattia del sistema. L’azione di persone così oneste spesso è minacciata da più parti, talvolta anche da coloro che credono amici. Ecco un pensiero di Mikael:

Il suo pensiero andò ai funzionari di stato italiani che negli anni settanta e ottanta erano costretti a condurre le indagini antimafia quasi clandestinamente. [III; p 686]


 Certo, nella realtà non so come sarebbero andate le cose: magari li avrebbero accusati per le procedure, giudicati per le intenzioni più che per i risultati, ed un bel colpo di spugna avrebbe risolto tutti i problemi, ma qui siamo nel mondo della letteratura, almeno questo finale ci lascia la speranza e ci permette di credere ancora in qualcosa.

lunedì 3 novembre 2014

PROEMIO ODISSEA



     
Musa, quell’uom di moltiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
Gittate d’Iliòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
5L’indol conobbe; che sovr’esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni,
Mentre a guardar la cara vita intende,
E i suoi compagni a ricondur: ma indarno
Ricondur desiava i suoi compagni,
10Che delle colpe lor tutti periro.
Stolti! che osaro vïolare i sacri
Al Sole Iperïon candidi buoi
Con empio dente, ed irritaro il Nume,
Che del ritorno il dì lor non addusse.
15Deh parte almen di sì ammirande cose
Narra anco a noi, di Giove figlia, e Diva.

mercoledì 29 ottobre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, PARTE QUARTA (La trama e il sistema dei personaggi degli ultimi due libri)

LA RAGAZZA CHE GIOCAVA CON IL FUOCO & LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA


La vicenda: il lento inizio e la scossa improvvisa
 Come abbiamo anticipato precedentemente, il secondo volume si apre con Lisbeth intenta a godersi la sua fortuna milionaria in viaggi intorno al mondo. Da un flasback veniamo a conoscenza dei numerosi tentativi operati da Mikael per riallacciare i contatti con la ragazza. In realtà lui non ha idea del perché lei gli dimostri una tale avversione, sfociata nella completa indifferenza durante un incontro casuale in metropolitana. Rattristito e depresso ha deciso di lasciarla andare per la sua strada senza cercare nuovi incontri.
Lisbeth tenta di rimuovere il giornalista e le recenti avventure con una sosta prolungata su di un isola caraibica, tuttavia qui non mancheranno fatti degni di nota: intraprende una relazione con un giovane sedicenne, cerca di risolvere l'ultimo teorema di Fermat, si trova a contattato ancora una volta con un “uomo che odia le donne” il quale finge tutto il giorno di lavorare in giro per l'isola (costui è un finto medico e si guadagna da vivere in truffe) e la sera torna in albergo per sfogarsi puntualmente con la moglie a suon di botte. Arriva un uragano e a Lisbeth viene dato l'ordine di rifugiarsi nel bunker dell'albergo, ma lei si avventura fuori per salvare il suo giovane amante. Durante questa pericolosa sortita incappa nel truffatore che sta tentando di uccidere la moglie per poi intascarne l'eredità, ma per sua sfortuna sul proprio cammino c'è Lisbeth, la peggiore nemica di questo genere di violenti: salvata la donna, l’uomo viene abbandonato nel ben mezzo della tempesta, ferito e certamente destinato alla morte. Il male non abbandona Lisbeth nonostante lei si sposti a destra e a manca, ecco perché decide di tornare a Stoccolma.
Nella capitale svedese, nel frattempo, l'avvocato Bjurman ha un obiettivo: disfarsi di Lisbeth e della minaccia di cui è portatrice. Cerca informazioni sulla sua vita ed incappa fortuitamente in una indagine di parecchi anni fa condotta dall'agente Bjork, suo vecchio collega degli anni in cui aveva collaborato con i servizi segreti. Tempo prima avevano lavorato assieme ad un progetto segretissimo in cui poi era stato coinvolto anche un famoso psichiatra, il dottor Teleborian. Costui aveva reso possibile l'internamento di Lisbeth per tutelare l'identità di un certo Zala (più avanti vedremo chi è e perché ha meritato una tale difesa). In seguito la giovane si è guadagnata la parziale libertà grazie alla tenacia di Palmgren, il suo primo tutore. L'avvocato Bjurman adesso sa di non essere il solo a volerla eliminare, cerca di contattare i suoi vecchi amici ma all'incontro si presenta un misterioso gigante biondo. Costui si assume il compito di eliminare Lisbeth, ma per il momento commissiona soltanto il rapimento della giovane ad un club di motociclisti-delinquenti con cui ha rapporti di lavoro (ovviamente tutte cose illegali).
Dal punto di vista sentimentale, nel frattempo, Mikael ha iniziato una relazione anche con la rediviva Harriet (senza mai troncare quella con Erika), subentrata al posto dello zio nel consiglio d'amministrazione della rivista. A Millennium, intanto, si lavora ad un nuovo caso: Dag Svensson lavora ad un'inchiesta sul commercio di prostitute dall'est Europa, condividendo le indagini con la sua ragazza Mia che sta terminando una tesi di dottorato sullo stesso tema. Dag chiede l'appoggio del famoso Mikael il quale accetterà di aiutarlo, ritrovando nel giovane lo stesso spirito intraprendente che “Kalle Blomkvist” aveva dimostrato in gioventù. Il reporter sta per chiudere la bozza del libro che Millennium pubblicherà, ma, all'ultimo momento, dopo aver intervistato tutti i clienti che saranno pubblicamente denunciati dall'inchiesta, contatta Mikael per chiedergli un supplemento d'indagine dato che spesso è comparso un nome all'apparenza importante su cui indagare: Zala.

Nel frattempo Lisbeth riallaccia la relazione con Mimmi, le cede la sua vecchia casa sentendo di potersi fidare di lei e ne acquista una nuova (un attico stupendo dal quale si domina tutta la città sino al mare) che però lascia praticamente spoglia, dotata come è di una sobrietà naturale. In realtà le serve per isolarsi dal mondo e dal suo passato, mentre Mimmi ritirerà la posta per lei al vecchio indirizzo per non destare sospetti. Torna quindi a trovare Armenskj, scopre da lui che Palmgren è ancora vivo, anche se molto malato, quindi lo va a trovare e decide di stanziare un fondo per permettergli di riprendere le sue funzionalità logo-motorie il prima possibile. Dopo aver malauguratamente rincontrato Mikael in un pub (senza che lui la veda) decide di entrare nuovamente nel suo pc e legge le informazioni sulla nuova indagine, ma c'è un nome che le fa gelare il sangue nelle vene: Zala.

Siamo a circa metà del libro quando la trama esplode per la sua velocità, da questa momento i colpi di scena di susseguono a catena: Mikael sventa fortuitamente il tentativo di rapimento di Lisbeth, ma non riesce a parlarle prima della fuga; la ragazza dopo qualche giorno si reca a casa di Dag e Mia per capire cosa sanno del fantomatico Zala, ma nello stesso momento Mikael sta per arrivare dalla coppia per discutere delle modifiche al libro che il giovane reporter vuole apportare quasi oltre il tempo limite. Mikael trova entrambi morti, uccisi con colpi di pistola. Le indagini sugli omicidi vengono gestite da una squadra di massimi esperti: procuratore Ekstrom, ispettore Bublanski e i detective Faste, Svensson e Sonja Modig. Dopo pochi giorni verrà trovato cadavere anche l'avvocato Bjurman. Sull'arma dei tre delitti vengono scoperte le impronte di Lisbeth, con grande sorpresa di Mikael che tuttavia non crederà mai alla sua colpevolezza e si metterà subito all'opera per condurre un'indagine privata parallela alla polizia; difatti le forze pubbliche fanno di tutto per gettare discredito sulla giovane, descrivendola come una lesbica, satanista, deviata mentale e socialmente pericolosa (anche grazie a manovre dall'alto che fanno presa sul carrierista Ekstrom). Mikael viene aiutato nelle indagini da Paolo Roberto, campione di pugilato che ha stretto una forte amicizia con Lisbeth (rivelatasi sorprendentemente utile nell'allenare i pugili vista la sua agilità). Roberto si reca all'ex casa di Lisbeth, abitata ora da Mimmi, ma giunto lì scorge il misterioso gigante biondo che sta per rapire la donna. Lo segue fino ad un casolare ed ingaggia un duro combattimento con l'uomo, ma riesce a mettersi in salvo insieme a Mimmi soltanto per miracolo.

Nel contempo Mikael è riuscito ad entrare in contatto con Lisbeth attraverso un sistema ingegnoso: scrive dei documenti salvandoli poi sul suo desktop sapendo che lei ha la possibilità di leggerli hackerandogli il pc  e per farle fare ciò lancia una notizia esca in tv (afferma che Dag si stava occupando di hacker prima di essere ucciso). Da questo scambio di messaggi lei lo indirizza verso Bjork e lo mette in guardia dallo psichiatra Teleborian, ossia l’uomo che la costrinse in manicomio a dodici anni. Lisbeth scopre i rapporti di Bjurman con i suoi nemici del passato, evita un ulteriore rapimento mettendo a tappeto due dei motociclisti ingaggiati dal gigante biondo ed in seguito rintraccia il nome di costui e la sua residenza a Goteborg dove presumibilmente vive anche il padre per il quale agisce questo gigante dalla forza spaventosa. Riesce ad ottenere queste informazioni torturando un altro “uomo che odia le donne” il quale ha stuprato ripetutamente una prostituta di Zala ed in cambio ha dovuto svolgere dei favori per lui.
Il giornalista di Millennium ha attirato una parte della squadra di polizia dalla sua parte (in particolare Sonja) e, dopo aver parlato con Bjork, riceve numerose informazioni (scambiandole con la promessa di anonimato, dato che anche lui era coinvolto nell'inchiesta di Dag) che poi aumentano dopo la scoperta della nuova casa di Lisbeth. Mikael si rende conto finalmente delle torture subite dalla giovane nel presente e nel passato: Zala è una ex spia russa, fuggita dall'Urss e rifugiatasi in Svezia dove ha trovato protezione in cambio di informazioni accumulate negli anni. Qui è stato assistito da Bjork e Bjurman oltre che da una apposita “Sezione” ancora più segreta dei servizi segreti, nascosta al parlamento e conosciuta solo da pochi politici. Nel mentre Zala si metteva spesso nei guai, frequentava diverse donne e da una giovane svedese ha avuto una figlia: questa creatura è Lisbeth (c'è anche una gemella, ma nella trilogia non si vedrà mai). Dopo aver visto picchiare ripetutamente la madre, Lisbeth comincia a nutrire odio profondo verso questo padre che “odia le donne”; tenta una prima volta di accoltellarlo, mentre in un secondo attentato gli dà fuoco, menomandolo a vita e mettendone a rischio la copertura. A causa di ciò viene internata con l'inganno da Bjork e Teleborian, mentre Bjurman non viene messo al corrente di nulla, ma, dopo la malattia di Palmgren, fu fatto in modo che venisse assegnata a lui la tutela di Lisbeth cosicché, nel caso si fosse confidata col suo tutore riguardo al passato, non ci sarebbe stata una nuova persona a conoscere l'esistenza di Zala, bensì un ex protettore della spia, e l'avvocato avrebbe avvisato che lei stava cominciando a parlare. Tra le altre cose Mikael scopre il cd con il filmato dello stupro subito da Lisbeth, riesce a comprendere che la giovane si è recata a Goteborg intenzionata a chiudere i conti col gigante buono e, di conseguenza, col padre.
Lisbeth raggiunge la casa di Zala, ma è attirata in trappola. Ascolta rassegnata i ricordi e gli insulti del padre ormai certa di non avere scampo, non tanto per il vecchio genitore menomato, quanto per il gigante biondo, Ronald, di cui inoltre Zala ha resa nota a Lisbeth la paternità, rendendola consapevole di avere un fratellastro opposto in tutto e per tutto. Il padre la fredda con un colpo in testa e Ronald si occupa di sotterrala, ma, a causa del piccolo calibro della pallottola, la ragazza non è morta. Rivenuta, torna nella baita come uno zombie assetato di vendetta e la sua apparizione mette in fuga il fratellastro gigante, grosso si, ma timoroso del buio come un bambino, ed infatti scambia la sfigurata Lisbeth per un mostro, fuggendo poi via terrorizzato. La ragazza colpisce il padre con un'accetta, poi si accascia dentro casa persa ogni speranza di sopravvivenza. Ma proprio l'ultima persona al mondo che lei avrebbe mai immaginato è li per salvarla: Mikael. L'ex amante soccorre la piccola vittima che appare quasi morta; lei apre appena lo sguardo e, pur se in punto di morte, non rinuncia ad una sua classica, riassuntiva, indispettita esclamazione: “Kalle Dannatissimo Blombvist”.

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Abbiamo scelto di abbondare nei particolari del riassunto per quanto riguarda il secondo libro e di anticipare in parte le conclusioni del terzo per rendere più chiara l'evoluzione della storia. Le ottocento pagine de La regina dei castelli di carta, infatti, vedono contrapposti due blocchi in lotta contro ed in difesa di Lisbeth (quindi anche di ciò che lei rappresenta, ma chiariremo tutto più avanti). C'è chi la vuole processare – condannare - ingannare e chi la vuole assolvere, per ottenere un risarcimento morale che valga da esempio.

Lo schieramento negativo è così composto: Zalachenko (ricoverato in ospedale a pochi metri dalla figlia).Ekstrom in realtà non ha nulla contro la giovane e non fa parte della congiura, ma viene influenzato dai servizi super segreti con promesse di una carriera rapida e gloriosa, per cui si convince a insabbiare il “rapporto Bjork” (che descriveremo tra poco) e a continuare le indagini contro Lisbeth insieme a Faste, per portare avanti almeno le accuse di violenza ai danni dei due motociclisti che avevano tentato di rapirla. Teneborian invece vuole arrivare ad internare Lisbeth una seconda volta, sia per metterla a tacere definitivamente sia perché segretamente è attratto dal dominio che esercita sui suoi giovani pazienti, morbosità ignorata dalla società svedese che lo considera un grande psichiatra infantile. La Sezione, ovvero il gruppo di spie ultra segrete che si è occupato dei casi più scottanti nella storia svedese. I suoi membri sono Birger Wadensjöö, Otto Hallberg, Georg Nystrom, e Jonas Sandberg, tutt'altro che terribili spie, ma vengono costretti ad agire in maniera cinica e deviata dalle vecchie glorie tornate alla ribalta dopo che il nome di Zalachenko è divenuto pubblico: Evert Gullberg e Fredrick Clinton, ex agenti in incognito pronti a tutto pur di difendere i loro segreti. Gullberg ucciderà Zala poiché costui insisteva  nel ricattare la Sezione, chiedendo una ormai impossibile impunità. Lo stesso Gullberg, subito dopo, si toglierà la vita nell’ospedale in cui ha appena eliminato la spia senza riuscire a far fuori anche Lisbeth. Evert ha spedito lettere deliranti a tutti i giornali e le principali cariche pubbliche, dando così l'idea di essere un matto ed allontanando, con un estremo gesto “eroico”, qualsiasi sospetto dai servizi segreti (a cui comunque non risulta collegato vista la super segretezza della Sezione). La Sezione, ormai formata da un mix di vecchi e nuovi, fa di tutto per occultare i fatti relativi all'internamento forzato della dodicenne Lisbeth, sia pressando le indagini contro la ragazza, sia con infiltrazioni nella stampa finalizzata a dipingerla come una matta da ricoverare, sia con l'occultamento di ogni copia del “rapporto Bjork” (ma una sfugge alla loro repressione), sia tentando di far apparire Mikael come uno spacciatore, nel tentativo di condizionare l'opinione pubblica. Alla fine tenteranno anche di farlo uccidere, ma il giornalista di Millennium riuscirà miracolosamente a salvarsi. Bjork in parte collabora con Mikael in parte cerca vie per la sua salvezza, ma verrà “suicidato” dalla Sezione.

Lo schieramento positivo, definito da Mikael “I cavalieri della tavola balorda” comprende: lo stesso Mikael, impegnato a scrivere un libro verità sulla storia della ragazza e a pubblicare un numero speciale con accuse precise ai suoi aguzzini presenti e passati. Dovrà lottare parecchio per questo obiettivo ed allearsi con servizi segreti “buoni” in lotta contro la Sezione “deviata”. Annika, sorella di Mikael, accetta di assumere la difesa di Lisbeth nonostante non sia una penalista, ma convinta dal fratello che tutta questa storia non è altro che un gigantesco abuso ai danni di una donna (e questa è la branca legale nella quale lei è espertissima). Il dottor Jonasson, dopo aver operato e salvato la vita a Lisbeth, collabora con Mikael fornendo alla giovane hacker gli strumenti necessari per preparare la sua difesa e spiare gli avversari. Armansky collabora inviando dei suoi agenti in aiuto alla polizia, ma viene tradito da uno di essi che invece remava contro Lisbeth a causa di vecchi rancori, quindi il suo aiuto sarà soprattutto finanziario e di protezione nei confronti di coloro che sono coinvolti nell'indagine. I poliziotti Bublanski, Modig e Holmberg e Svensson vengono lentamente convinti da Mikael dell'innocenza di Lisbeth (anche grazie alla lettura del documento di inizio anni '90 scritto da Bjork, in cui l'agente scambiava con Teleborian informazioni e falsità con il fine di internare Lisbeth, mossa necessaria per salvare l'identità di Zala); indagano nei confronti di Ronald Niedermann (il gigante biondo) si rendono conto che è lui il colpevole dei tre omicidi e cercano anche di fare luce sui depistaggi operati nei settori alti della sicurezza nazionale. La redazione di Millennium partecipa alla difesa di Lisbeth sia con indagini che con la preparazione dello speciale sulla Sezione deviata: il reporter Cortez si occupa dello speciale di prossima uscita, Christer Malm (condirettore della rivista e grafico) partecipa direttamente alle investigazioni, Malin Eriksson ha il difficile compito di tenere in piedi la redazione dopo che Erika ha abbandonato il mensile (ci occuperemo della vicenda di Erika più avanti). L'ufficio per la tutela della Costituzione comincia ad indagare sul caso grazie all'iniziativa del suo direttore, Edklinth, e porta avanti l’inchiesta con l’operato di Monica Figuerola. I due impersonano la faccia integerrima e pura della sicurezza segreta statale, senza devianze ed abusi. Stringono un patto di reciproco scambio di informazioni con Mikael riguardo le indagini sulla Sezione e Monica diventa una delle sue nuove conquiste, forse anche qualcosa di più; lo scapolo incallito pare capitolare questa volta.
Abbiamo lasciato per ultima la vittima di tutto ciò, Lisbeth, tutt'altro che indifesa. In un primo momento la sua volontà è soltanto quella di uccidere il padre ricoverato a pochi metri da lei, ma dopo la sua morte comincia a pensare a se stessa, all'imminente processo, e prepara la difesa grazie al suo palmare che Mikael le ha fatto recapitare. Si collega con la sua compagnia di hacker e raccoglie quante più informazioni possibili su Teleborian, Ekstrom e sui membri della Sezione che stanno deviando le indagini di quest'ultimo. Nel frattempo, su consiglio di Mikael, scrive una sua dettagliatissima biografia, a partire dai ricordi infantili di violenza familiare, continuando con l'internamento barbaro di Teleborian, proseguendo con lo stupro di Bjurman e così via. In tutto ciò la giovane trova anche il tempo di aiutare Erika Berger. Quest'ultima ha abbandonato Millennium, dopo una lunga e dolorosa riflessione, per guidare uno dei maggiori quotidiani svedesi, ma risollevare la testata non è semplice, anzi, i problemi si susseguono: il budget in rosso (ne abbiamo parlato all'inizio della nostra recensione); i colleghi che guardano con sospetto al nuovo capo, soprattutto perché donna; uno stolcker le invia messaggi a dir poco terrorizzanti, oltre a perseguitarla anche nella sua casa. Erika si rivolge ad Armanskj che però può assicurarle solo protezione e non la soluzione per tali minacce ignote. Sarà Lisbeth a trovare il molestatore digitale, tramite l'aiuto di Plague.
Come abbiamo accennato i membri della Sezione tentano anche di eliminare Mikael, consapevoli che ha qualche asso nella manica, ma grazie a Monica e al gruppo pulito della pulizia l'attentato sfuma e così il processo può cominciare.
La strategia di Annika è semplice e geniale. Vuole fare in modo che l'accusa metta in campo tutti i suoi “castelli di carta” per poi smontarli al terzo giorno di processo, quando Millennium farà uscire il numero speciale pieno di fonti, diventate a quel punto pubbliche e quindi impossibili da rifiutare in un dibattimento che ha tanta risonanza. Assodata l'innocenza di Lisbeth per il triplice omicidio il procuratore cerca di farla internare affidando tutto alla testimonianza dell'autorevole Teleborian che all'inizio ha buon gioco nel descrivere come pazza la ragazza, aggiungendo tra le prove il memoriale da lei redatto “evidentemente falsato dalla sua schizofrenia”. La difesa chiama Mikael a testimoniare e, grazie alle sue fonti anonime, il giornalista ha i documenti per provare che la terapia subita da Lisbeth a dodici anni fu brutale e gratuita; in seconda battuta Annika mostra alla giuria il filmato dello stupro di Bjurman, considerato un'ennesima fantasia da Teleborian; il colpo decisivo è dato da Mikael che mostra alla giuria l'ultima copia del “rapporto Bjork”, prova  inesorabile di come il ricovero di Lisbeth sia stato progettato a tavolino, nel mentre riesce a provare che la nuova perizia di Teleborian è stata scritta prima ancora di visitare la ragazza, quindi la presunta follia era stata decisa a tavolino.
Nel contempo il dipartimento per la difesa della Costituzione sta arrestando tutti i membri della Sezione e anche Teleborian sarà arrestato durante il processo, a causa di migliaia di foto pedo-pornografiche che lo specialista conservava sul suo pc, intercettate dagli hacker amici di Lisbeth e consegnate alle forze dell'ordine. Annika pressa il giudice per una immediata assoluzione, il procuratore ritira le accusa e Lisbeth è libera. Nel finale dell'opera l'autore ci descrive il viaggio della ragazza a Gibilterra, effettuato per controllare lo stato della sua società miliardaria, poi, una volta tornata in Svezia, avrà un ultimo scontro con il fratellastro Ronald che lei intrappolerà in una fabbrica abbandonata e farà eliminare dal moto-club con cui aveva un conto in sospeso, mentre a sua volta il moto-club sarà in parte eliminato ed in parte arrestato dalla polizia, sempre avvisata dalla ragazza.

Così si dipana l'intricata trama del terzo romanzo, ma sulle ultime due pagine ho intenzione di tornare a conclusione della mia recensione.

domenica 26 ottobre 2014

IN MEMORIA DI STIEG LARSSON - ANALISI DELLA TRILOGIA MILLENNIUM, TERZA PARTE (Uomini che odiano le donne: allegoria dei mali moderni)

Terza puntata del nostro ciclo di post dedicato a Stieg Larsson in vista dei dieci anni dalla sua morte. Nella prima parte abbiamo parlato della vita dell'autore, dei misteri sulla saga, del genere a cui appartiene la trilogia e dello stile; nella seconda ci siamo soffermati sulla vicenda del primo romanzo e sui personaggi della saga.  Oggi analizzeremo il messaggio trasmesso dal primo libro, "Uomini che odiano le donne", mostrando come l'autore sia stato capace di utilizzare il classico genere del giallo come una allegoria sui mali della nostra modernità. 


UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Il mondo contemporaneo attraverso l'allegoria del giallo

“E' solo un romanzo”, anzi, “è solo un romanzo giallo”. Già la prima frase esprimerebbe una sorta di sfiducia nei confronti della letteratura (e dell'arte in generale) come se essa non potesse incidere sulla vita, sul mondo, sulla conoscenza che ci rende liberi. I romanzi gialli, poi, secondo alcuni sarebbero confinati ai margini del sistema letterario, avulsi dalla “serietà” e privi di significato. Come se non si trovassero spunti di riflessione nelle opere di Sir Arthur Conan Doyle, come se Camilleri non fosse uno dei massimi autori di oggi in Italia, come se Gadda non avesse scelto questo genere per descrivere il “pasticciaccio” di mondo in cui viviamo, per non parlare dell’indagine umana e spirituale de Il nome della rosa.
Vediamo cosa trasmette l'opera di Larsson, scopriamo quali aspetti della realtà contemporanea sono analizzati con cura e precisione.
Il primo romanzo si scaglia contro il mondo capitalistico finanziario uscito vincitore dalla disgregazione comunista e sicuro di sé a tal punto da osare tutto, ogni impresa ai limiti della liceità, convinto che il liberismo più assoluto debba concedere il benessere a tutti.

Ti ricordi com'era lo spirito del tempo. Tutti erano così ottimisti, quando cadde il muro di Berlino. Sarebbe arrivata la democrazia […] e i bolscevichi sarebbero diventati dei veri capitalisti nel giro di una notte. (I; p. 32)

Una simile critica al liberismo più assoluto (e alla sua esaltazione) l’avevo già incontrata in Gomorra, di Roberto Saviano, che non a caso si è attirato le antipatie di alcuni difensori del libero mercato per il collegamento tra tale sistema e quello camorristico.

Liberismo totale e assoluto. La teoria è che il mercato si autoregola. […] La liberalizzazione assoluta del prezzo della droga ha portato a un inabissamento dei prezzi. […]Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi. La logica dell'imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo. Le regole dettate, le regole imposte, sono quelle degli affari, del profitto, della vittoria su ogni concorrente. Il resto vale zero. Il resto non esiste. [R. Saviano; Gomorra, viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra; Mondadori, 2006]

Wennestrom è l'emblema dell'uomo di spicco di tale sistema, afferma di essersi fatto da solo, ma in realtà si è arricchito tra fortuna e imbrogli senza la minima pietà per chi è stato schiacciato o senza sentirsi in dovere di spiegare da dove ha cominciato. La sua storia è emblematica: richiesti finanziamenti pubblici per avviare un'impresa nell'est Europa (da civilizzare), finto fallimento, falso in bilancio, fondi neri, investimenti in armi, droga e tanto altro, fino ad arrivare ad un impero dorato con le fondamenta sporche di fango. Mikael non ha pietà per uomini di tale risma.

Non parlare di uomini d'affari. Chiamali come ti pare, ma definirli uomini d'affari è offendere una seria categoria professionale”. (I; p. 40)

Parole scritte nel 2004, con indubbio profetismo visti i risultati del presente, vista la crisi e le sue basi, i silenzi di chi sapeva e gli imbrogli delle banche complici. Ma Mikael non se la prende soltanto con gli autori di tali crimini finanziari. In un suo libro, intitolato I cavalieri del tempio, ammonimento per i reporter economici, accusa il quarto potere, si scaglia contro i giornalisti economici che non hanno indagato, ma, anzi, hanno appoggiato l'ascesa di tali personaggi evitando ogni critica oppure agevolandoli con servilismo stucchevole. Nel nostro mondo reale basta aprire un giornale per scovare tali servi del potere che hanno abdicato ad ogni critica e la adoperano soltanto per difendere chi li finanzia fama, senza guardarsi mai allo specchio per timore di scoprirsi pennivendoli.
Avremmo tanto bisogno di giornalisti come Mikael, guidati soltanto dal senso del dovere e dall'amore per il bene pubblico, lontani da schieramenti e critici delle storture della società.

[…] guardava tutti gli -ismi politici con grande sospetto. […] L'equazione era semplice. Un direttore di banca che perde cento milioni in speculazioni insensate non dovrebbe mantenere il suo posto. Un dirigente d'azienda che maneggia società fittizie deve finire in galera. Un proprietario di immobili che costringe dei giovani a pagare in nero per un monolocale con cesso deve essere messo alla gogna.(I; p. 83)

Prima ho definito l'autore profetico, non saprei esemplificare meglio questa sua vista lunga se non con questa citazione:

Era compito del giornalista economico studiare e smascherare gli squali della finanza che creano le crisi economiche e mandano in fumo il capitale dei piccoli risparmiatori in folli speculazioni.

Facendo un piccolo balzo al terzo libro della trilogia riporto alcune considerazioni di Erika Berger che, dopo aver abbandonato Millennium perché chiamata a dirigere un giornale nazionale di più ampia diffusione, deve fare i conti con il pesante budget negativo. Gli esperti consigliano una serie di licenziamenti a tappeto, ma lei si rivolge così ad uno di loro che l'accusava di debolezza decisionale:

Nel corso di quest'anno tu distribuirai una grossa somma sotto forma di dividendi ai ventitré azionisti del giornale. A ciò si aggiungerà una distribuzione di premi assolutamente assurda, che costerà al giornale quasi dieci milioni di corone […] tu ti sei assegnato un premio di quattrocentomila corone […] il premio avrebbe un senso se avessi fatto qualcosa per rafforzare il giornale. I tuoi tagli invece l'hanno indebolito e hanno aggravato la situazione.” (III, p. 401)

L'accusato risponde con ironia, spiegandole che così funziona il capitalismo, ma la donna conclude:

Propongo di dimezzare tutti gli stipendi dei dirigenti. […] La proprietà comporta anche delle responsabilità. […] Tu vorresti che le regole del capitalismo fossero valide per i dipendenti per non per gli azionisti e per te”. (III; p. 402)

Quando sentirò simili parole da un dirigente del nostro paese allora qualcosa starà davvero cambiando.
L'attacco di Mikael al sistema è così forte e deciso da attirargli contro le ire di quasi tutti i colleghi. Nessuno avrà pietà di lui dopo la condanna nel processo e la maggioranza gioirà per la sconfitta di uno dei pochi ad aver mantenuto la schiena dritta. Noi oggi siamo abituati alla macchina del fango: accuse ai nemici, reportage ad orologeria, critiche pretestuose con solo scopo di denigrare che si è battuto per la giustizia e la verità. Siamo convinti che le inchieste contro i potenti nascondano ordini di altri potenti ed in questo gioco al massacro tutti sono salvi perché nessuno è innocente. Allora giustifichiamo i grandi politici scesi in campo per noi, i manager con il golfino ed i magnati della finanza. Se lo spread sale sentiamo un cappio alla gola, se scende (a comando) brindiamo fiduciosi perché l'economia si sta riprendendo. Ancora una volta le parole di Larsson-Mikael ci aiutano a decifrare una differenza, questa volta quella tra economia e mercato borsistico:

L'economia è la somma di tutte le merci e i servizi che si producono ogni giorno in questo paese. […] La borsa è qualcosa di totalmente diverso. Lì non c'è nessuna economia e nessuna produzione di beni e servizi. Lì ci sono solo fantasie dove di ora in ora si decide che adesso questa o quella società vale tot miliardi di più o in meno. Questo non ha proprio niente a che fare con la realtà o con l'economia del paese”. (I; pp. 658-659)

Se gli speculatori abbandonano il proprio paese lo fanno soltanto per avvantaggiarsene e non c'è alcuna causa che li giustifichi oltre il profitto, se l'economia crolla non è fallito uno stato, ci dice Larsson, ma è stato fatto fallire. Definitivo ed impietoso è il giudizio sui giornalisti che, non indagando, hanno favorito questo caos (la frase mi ricorda una simile di Giovanni Falcone).

I media hanno una enorme responsabilità. […] Se avessero fatto il loro lavoro, oggi non ci troveremmo in questa situazione”. (I; p. 660)

A Mikael è affidato il compito di criticare la violenza del sistema finanziario - speculativo del nostro mondo, a Lisbeth spetta un'altra denuncia, quella della la violenza sulle donne. Larsson ha lavorato da sempre con colleghe dell'altro sesso, ha sempre avuto un profondo rispetto per il genere femminile ed ecco perché ha incentrato l'opera su questo tipo di reato. I dati apposti in apertura di capitolo sono reali e sorprendenti considerando che la Svezia è comunemente considerato uno stato all'avanguardia in Europa sotto il profilo della civiltà:

-In Svezia il 18% delle donne al di sopra dei quindici anni è stato minacciato almeno una volta da un uomo.
-In Svezia il 46% delle donne al di sopra dei quindici anni è stato oggetto di violenza da parte di un uomo.
-In Svezia il 13% delle donne è vittima di violenze sessuali al di fuori di relazioni sessuali.
-In Svezia il 92% delle donne vittime di violenza sessuale non ha denunciato alla polizia l'ultima aggressione subita.

La stessa protagonista rientra in queste statistiche: minacciata e molestata da uno sconosciuto in metro, stuprata dal suo tutore, non ha denunciato la violenza subita. Lisbeth non ha fiducia nelle forze dell'ordine (il perché sarà chiaro nel proseguo della trilogia), ma non soccombe alla depressione dopo la violenza di Bjurman, perpetrata in due atti di crescente devianza maniaca e perversione subdola. Da sottolineare la bravura di Larsson nello scandire il tempo delle violenze. Il rapporto orale sotto minaccia subito da Lisbeth è contemporaneo all'ennesima conquista di Mikael. L'uomo, infatti, vive continui successi in amore:

Gli si mise a cavalcioni e lo baciò sulla bocca. Aveva ancora i capelli umidi e profumava di shampoo. Lui armeggiò goffamente con i bottoni della sua camicia di flanella e gliela fece scendere sulle spalle. Cecilia non si era preoccupata di mettersi il reggiseno. Si schiacciò contro di lui quando le baciò i seni. (I; p. 267)

Dolcezza e sensualità e descrizione della serata di Mikael, ma poche righe dopo entra in scena il dramma di Lisbeth:

La fermò (la mano, ndr) sul seno destro e ve la tenne. Visto che lei non sembrava protestare, le strizzò il seno. […] “Devi imparare a essere socievole e ad andare d'accordo con la gente”. […] Le afferrò la testa con entrambe la mani e le girò il viso così che i loro occhi si incontrassero. […] Lui aspettò finché lei non abbassò lo sguardo in un gesto che interpretò come un gesto di sottomissione. […] Lei ebbe continui conati di vomito nei dieci minuti che durò […] (I; pp. 269-270)

Anche la seconda violenza è preceduta da una descrizione rassicurante e tranquilla della vita di Mikael. Lui si sente sempre più a suo agio a discutere con Cecilia, mentre Lisbeth viene legata e stuprata per un tempo interminabile. Il giornalista si muove leggero e tranquillo nel mondo delle relazione amorose, la giovane hacker conosce soprattutto il male da parte dell’altro sesso.
Ogni ragazza del mondo reale, ogni persona aggredita e umiliata in tale modo non riuscirebbe più ad uscire di casa, si chiuderebbe nell'isolamento più completo. Una frase isolata ad inizio capitolo riassume tutta la sua personalità. Dopo aver scritto che Lisbeth ha vissuto nel suo letto per tre giorni recuperando le forze fisiche e mentali ci aspetteremmo una descrizione approfondita del suo dolore, della rabbia, della depressione:

Ma non piangeva.

Così come può apparire eroico e quasi inverosimile il desiderio di Mikael di combattere le devianze economiche, tale appare la reazione rabbiosa ma lucida della giovane. Riguarda tutto il filmato dello stupro, si tatua una sottile serpentina come memento, progetta una contro-violenza, sfrutta l'accaduto per ottenere una posizione di dominio nei confronti di chi l'ha dominata. Lo stupra con un oggetto, lo ricatta, lo umilia.
A questo punto occorre chiarire un dato fondamentale: Lisbeth è un personaggio letterario. Non la si può giudicare secondo i parametri del nostro universo, nel bene e nel male. Non la si può considerare un modello per la violenza che utilizza come unica arma di difesa, e così non la si può condannare secondo le nostre leggi o convinzioni morali per la ferocia con cui reagisce. I libri funzionano per allegorie, bisogna imparare a decodificarle per non guardare il dito invece della luna. Per capire il messaggio che Stieg Larsson voleva consegnare alle donne dobbiamo osservare la reazione di Lisbeth nel suo complesso, nella totalità dell'opera: riprende quasi subito la sua vita, non cambia le abitudini per paura o vergogna (sentimento che talvolta colpisce chi ha subito tali delitti); reagisce smascherando la pochezza di colui che ha compiuto lo stupro; accetta il caso proposto da Mikael proprio perché ha a che fare con “uomini che odiano le donne”. E' come se sentisse di dover agire nel mondo come guidata da una missione di giustizia (in tutto ciò la spinge anche l'esperienza della madre, vittima di violenza domestica e menomata a vita per l'ultima di esse), sceglie quindi di non diventare “egoista” concentrandosi solo sul torto da lei subito. Ma soprattutto inizia una storia d'amore con un altro uomo e questo punto è importantissimo. Proprio lei, una bambina che ha subito “tutto il male” (poi si capirà di cosa si tratta), una ragazza ripudiata dalla società e trattata con disprezzo, una donna che dopo tutto ciò viene violentata da chi doveva prendersi cura di lei, alla fine trova la forza di innamorarsi per la prima volta, risale dall'abisso più in pace col mondo di quando ci era caduta. Mirabile la maestria di Larsson nel trattare una tematica così complessa con forza ma senza morbosità, con speranza ma senza che questa si palesi in maniera facilmente consolatoria (come accade a molti letterati contemporanei zuccherosi fino al diabete). Certo l'autore non va per il sottile nemmeno nel propinare una estrema delusione alla sua figlia letteraria. Mikael non si è reso conto dei sentimenti di Lisbeth e continua a fare sesso con qualsiasi donna capiti a tiro: la violenza non ha fatto tanto male a Lisbeth di quanto ne farà la mancata corrispondenza amorosa.

La terza tematica che il romanzo affronta prende le mosse dalla classica trama gialla ma la estende oltre, dall'individuo alla società fino alla storia. Ci siamo già soffermati sulle novità di tecnica e stile che Larsson ha apportato al genere, ora dedichiamoci all'analisi delle devianze del mondo contemporaneo. Non si tratta, infatti, di normali omicidi perpetrati da un “semplice” assassino, ma in sottofondo l'autore ha voluto dirci molto di più.
Esponiamo i fatti seguendo l'albero genealogico della famiglia Vanger: Richard Vanger, fratello di Henrik, è stato un “fanatico nazionalista ed antisemita”. Aderisce ad uno dei primissimi partiti nazisti svedesi, entra nell'esercito, viene ripudiato dalla famiglia per le sue idee xenofobe, nel 1940 partecipa come volontario alla cosiddetta “Guerra d'inverno” ( la Russia invase la Finlandia che si era rifiutata di accettare l'installazione di basi sovietiche nel suo territorio) e in tale conflitto morì diventando un martire per le future generazioni di nazisti svedesi. Nell'ambito familiare si comportava come un tiranno, picchiando moglie e figli e perpetrando sottomissioni ed umiliazioni. Suo figlio Gottifried, cugino di Henrik, fu accolto in caso dalla zio alla morte del padre, venne integrato nella società di famiglia, ma non riuscì a stare lontano da donne ed alcool; nel corso della sua vita commise numerosi omicidi durante viaggi di rappresentanza svolti per l'impresa di famiglia: le vittime erano tutte ebree e vennero uccise secondo punizioni capitali descritte nel Levitico, ma il killer non fece mai nulla per nascondere i corpi. Sposatosi con Isabella divenne padre di Martin ed Harriet, entrambi vittime delle sue molestie. In particolare la ragazza fu stuprata spesso, anche da suo fratello, che il padre iniziò alla violenza e agli omicidi. Harriet uccise il padre dopo l'ennesimo abuso (ma tutti si convinsero che fosse affogato dopo essere caduto in acqua per l'ubriachezza) davanti agli occhi di Martin che da quel momento continuò la tradizione omicida paterna. Tuttavia qualcosa cambia nel passaggio generazionale. Martin non sceglie più le sue vittime in base all'etnia, le rapisce e le imprigiona per giorni nella cantina della sua casa ad Hedestad in cui perpetra numerosi abusi prima di ucciderle per poi occultarne i corpi.
Una discendenza abbastanza tragica, non c'è dubbio, ma non sono convinto che Larsson abbia voluto costruire questa “famiglia maledetta” slegata da ogni possibile contesto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad allegorie capaci di aprire la nostra mente a profonde riflessioni sul mondo in cui viviamo. Credo che questi tre uomini rappresentino tre diversi tipi di devianze del mondo contemporaneo - occidentale, ognuna da collocare nel proprio spazio.
Richard rappresenta la massima degenerazione della volontà di potenza che le nazioni europee hanno coltivato nel secolo passato. L'intera storia moderna è un susseguirsi di guerre ed alleanze finalizzate alla creazioni degli Stati che, dopo la guerra dei Trent'anni, hanno raggiunto sostanziamene i confini di oggi (con il solo ritardo di Germania ed Italia). Le nazioni moderne hanno colonizzato il mondo, hanno stuprato le popolazioni di terre lontane, hanno profanato la loro dignità, hanno abbruttito se stessi con autoesaltazioni e nazionalismi esagerati. Il fascismo ed il nazismo sono state due ideologie giunte al culmine di questa devianza, hanno spinto i popoli ad odiare sempre di più, consegnando il mondo ad un conflitto globale. La vergogna che dobbiamo provare come europei è attribuita alla Svezia in questo libro, ma di certo nessuno di noi può sentirsi innocente (Italia fascista, Germania nazista, URSS dittatura comunista, Inghilterra coloniale e simpatizzante con Hitler nei primi anni incerti, Spagna franchista, Norvegia e Francia in diversi modi collaborazioniste, Austria invasa ma pronta ad accogliere l'invasore e, andando fuori dall'Europa, Usa entrati in guerra più per convenienza che altro senza dimenticare i finanziamenti americani al terzo Reich). Richard incarna tutto ciò: aderisce a questi movimenti e mette in pratica tale ideologia all'interno della famiglia, contamina la psiche di altri suoi familiari (non fu l'unico nazista dei Vanger) e così importa la devianza dalla sfera politica a quelle sociale e familiare.
A Gottifried spetta il compito di perpetrare questa decadenza morale e civile, ma spostandola dalla lotta tra nazioni a quella interna alla società. Tronfio di vizi, inadatto alla vita familiare, incapace al lavoro, sfrutta la sua posizione per dominare le donne con la violenza, nella maniera più abietta e crudele. Si comporta esattamente come gli stati moderni fecero con i “nuovi mondi”. Nel suo operare ci sono ancora delle tracce dell'ideologia paterna ed infatti uccide in nome di una etnia e di un credo religioso, punendo esseri colpevoli solo per la loro nascita. E' lo specchio degli estremismi che ancora oggi viviamo all'interno della società: il dominio del più forte, del superiore, del padrone sugli schiavi. Se la prende solo con chi è più debole, siano donne o i suoi figli. É lo specchio dei suoi anni. Basti pensare allo stragismo italiano (contemporaneo ai suoi delitti) per comprendere quanto possa fare male il conflitto sociale che poggia le sue basi su ideologie passate, ma si attua con ferocia moderna.
Martin è l'ultimo stadio. Siamo partiti dalle nazioni, ci siamo soffermati sulla società ed ora scopriamo il male in un ambito ancora più ristretto: all'interno dell'individuo, nella sua mente malata e perversa. Non uccide per cause etniche o religiose, non ci sono volontà di dominio sociali ed ideologiche. Ama cacciare più che uccidere, gode nel preparare il suo piacere malvagio ma fa di tutto per non condividerlo, infatti ha costruito una sala privata dove abusare delle vittime e i corpi vengono fatti sparire per sempre.
Martin uccide perché la sua è una devianza intima, generata dal male che lo ha preceduto ma coltivata in maniera tale che non gli si può concedere alcuna giustificazione. Mikael sembra mostrarsi indulgente con lui anche se egli stesso è stato vicino alla morte per mano del killer:

Martin in realtà non aveva nessuna scelta”. […] “Lui fu per così dire educato da suo padre”. (I; p. 550)

Ma Lisbeth non ha nessuna pietà, anche lei ha subito violenza e soprusi fin da bambina ma non ha mai provocato il male in maniera volontaria o sadica. La sua reazione alle parole di Mikael è decisa:

Cazzate”. […] “Martin aveva esattamente le stesse possibilità di tutti gli altri di reagire. Ha fatto la sua scelta. Lui uccideva e stuprava perché gli piaceva”. (I; p. 551)

Larsson si è immerso nel male. Dalla storia, alla società, all'individuo. Ha scavato nell'abisso per farci provare la sofferenza e restituirci la luce con la soluzione del caso che, come abbiamo visto, è ben più di un semplice giallo, è un'opera di riflessione e catarsi.


Il messaggio provvisorio

In conclusione, cosa ci lascia Uomini che odiano le donne? Abbiamo compreso come la trama sia tessuta con maestria, spiegato come i personaggi creati magnetici e ben caratterizzati, lo stile scelto innovativo pur senza rompere i canoni del genere, i temi proposti degni di un'opera moderna che faccia riflettere oltre che appassionare.
Ma cosa ci resta dopo un terzo della trilogia?
Se diamo uno sguardo ai personaggi negativi scoviamo l'avvocato Bjurman umiliato e depresso, il killer Martin defunto in un incidente, lo speculatore Wennestorm smascherato e giustiziato...tutto bene allora? Potrei dire di si, a giudicare dalla felice condizione di uno dei due protagonisti, Mikael, riabilitato pubblicamente e pieno di successi in ambito privato. Ma ancora una volta credo si debba prestare attenzione a Lisbeth, la vera protagonista della saga: ha punito Bjurman, tuttavia costui resta ancora nella sua vita e l'incapacità giuridica non le è stata revocata; Martin è morto, ma non ha avuto la soddisfazione di giustiziarlo ed inoltre i suoi delitti non saranno mai rivelati; ha scoperto la sua pignatta d'oro ed insieme l'amore, ma non sa cosa farsene della prima con il cuore spezzato. La sicurezza economica, inoltre, la rende finalmente libera, ma di fare cosa? Come un animale chiuso in gabbia fin dalla nascita avverte inquietudine e incertezza. Il finale brusco getta nel cestino (insieme ad Elvis) ogni tentazione di sentimentalismo o happy end degno di un libricino rosa. I restanti due sono quanto mai necessari.
Uomini che odiano le donne è una sorta di enorme prologo scritto per farci conoscere personaggi e protagonisti che poi si animeranno dinnanzi ai nostri occhi per svelare trame più profonde ed esorcizzare mali più remoti, più nascosti, ma anche per questo più pericolosi.