domenica 30 marzo 2014

CITAZIONI ERRATE E CATTIVE INTERPRETAZIONI: 7 ESEMPI EMBLEMATICI

Quante citazioni leggiamo ogni giorno sui social media e su internet in generale? Tantissime, ma spesso chi le scrive non conosce a dovere l'opera da cui sono sono state tratte, o addirittura ignora completamente il pensiero e la poetica dell'autore che le ha scritte. Talvolta l'errore può sussistere proprio nell'attribuzione (e ne abbiamo parlato nel nostro post sulle "bufale letterarie"), oppure nella corretta forma della frase, ma ci sono dei casi in cui il significato affibbiato ad una citazione non è proprio quello corretto, magari perché estratta da un contesto più complesso.
Abbiamo raccolto alcune famose citazioni, condivise spesso senza che se ne conosca il significato corretto. In alcuni casi il senso originario non è troppo differente da quello comunemente noto, tuttavia sono necessarie alcune precisazioni per comprendere il messaggio che l'autore intendeva trasmettere; in altre occasioni il senso è stato completamente stravolto, così da attribuire allo scrittore idee molto distanti da ciò che voleva comunicare.
Per evitare di fare brutte figure (e magari per farle fare a qualche "citazionista" incallito) leggete e diffondete il nostro post!

1)Omnia vincit amor et nos cedamus amori. [Virgilio; Bucoliche, X 69]
Amor vincit omnia; Caravaggio.
Amor vincit omnia; Caravaggio.
La frase è diventata il motto degli innamorati d'ogni epoca, fiduciosi nella potenza assoluta dell'Amore. Tuttavia, prestando attenzione alla poetica virgiliana, il messaggio non è proprio quello che la maggioranza dei lettori ha recepito. Ci troviamo nell'ultima Bucolica ed il poeta Gallo, affranto dall'amore, sta cercando di convertirsi al genere pastorale per alleviare le pene del suo cuore; tuttavia, sente di non appartenere a questo mondo arcadico ed alla fine pronuncia questo inno sulla forza dell'Amore. Dobbiamo sapere, però, che Virgilio prende nettamente le distanze da Gallo. La poesia elegiaca non appartiene al mantovano ed anzi lui sta intraprendendo un cammino che lo porterà lontano da qualsiasi genere "disimpegnato". Nella sua opera successiva, le Georgiche, troveremo infatti l'espressione "Labor omnia vincit" [Georgiche I, 145], la quale conferma la forza del lavoro e della fatica su ogni cosa. Non c'è più spazio per l'amore, ed anzi in quest'opera si assisterà al successo di Aristeo (lavoratore ed obbediente) e al fallimento di Orfeo (impulsivo per amore); arriviamo poi all'Eneide dove non c'è traccia di amore trionfante, ma anzi tutti i personaggi dovranno subire le pene d'amore uscendone sconfitti (Didone, Lavinia, ecc.ecc.).
Dunque, citate pure la frase, ma sappiate che non rappresenta di certo il pensiero dell'autore che l'ha scritta.

2)Carpe diem, quam minimum credula postero. [Orazio; Odi X, 11, 8]
In questo post [clicca] abbiamo già parlato della citazione oraziana, spiegando come essa non sia affatto un'esaltazione cieca e smodata dei piaceri o della vita "al massimo", ma tutt'altro.  L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).In questo caso, dunque, citate la massima solo se inclini all'equilibrio, e non dopo una nottata di bagordi (magari trasformandola nel titolo dell'album di Fb nel quale apparite sempre ubriachi).


3) Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. [Dante Alighieri; Divina Commedia, Inferno; XXVI, 119-120]
Le splendide parole pronunciate da Ulisse nell'Inferno dantesco innalzano la natura umana, proiettandola verso una dimensione divina attraverso l'amore per la scoperta, glorificandola con la sete di conoscenza che dovrebbe sussistere in ogni essere umano. Quanto di questo pensiero, però, è proprio di Dante? Sicuramente il giovane Alighieri visse spinto dall'amore per il sapere, come sappiamo dall'allegoria della "donna gentile". La ricerca della verità lo spinse, però, ad andare troppo oltre, superando quelli che sono i limiti umani [per una lettura su Dante esoterico clicca qui]. Il Dante che scrive la Commedia, però, ha ormai superato quella fase. La consapevolezza che esiste un confine invalicabile lo ha convinto a collocare Ulisse tra i peccatori, tra coloro che utilizzarono la propria intelligenza e la propria dialettica per spingere anche altri a peccare di presunzione. Nell'Inferno manca un girone dei superbi, ma forse è proprio qui che se ne può trovare un surrogato; ed infatti lo stesso Dante è proprio in questo punto che appare più "vicino" al peccatore, così come aveva fatto con Paolo e Francesca nei lussuriosi.
Dunque, è giusto citare questi versi per esaltare la sete di conoscenza umana che sfida anche i precetti divini, ma bisogna comprendere che non rappresentano il pensiero di Dante. Si può essere o meno d'accordo con il suo punto di vista, ma per onestà intellettuale non gli si può togliere il senso del "limite" cristiano, senza il quale la Commedia non avrebbe senso.  


4)Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. [Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna]
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Al pari della citazione oraziana, anche i noti versi di Lorenzo dei Medici nascondono un significato tutt'altro che spensierato al di sotto del senso letterale. La canzone da ballo invita indubbiamente a godere del presente, lasciandosi trascinare dal piacere dei sensi senza che vi sia alcun rimorso, d'altronde lo spirito del carnevale era e è proprio questo; la gioia di vivere aristocratica rinascimentale si contrappone a tutti i precetti ascetici e rinunciatari dominanti fino a quel periodo. Detto questo, però, bisogna anche prestare attenzione alla genesi pessimistica e inquieta su cui poggia tale spensieratezza: il verso 7 recita "perché 'l tempo fugge e inganna", ed infatti caducità e fugacità dell'esistenza avviliscono gli uomini di oggi così come quelli di allora. Lo stesso ritornello inizia con "Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia", rendendo subito evidente la compresenza di precarietà e spensieratezza. In definitiva, è ovvio che la canzone si presenta come un invito ad assaporare i piacere della vita, ma ciò non vuol dire che sia facile farlo senza alcun pensiero negativo, anzi, l'esistenza gaudente è un fragile mezzo attraverso il quale ci si può illudere che la felicità durerà per sempre; idea fallace e, di conseguenza, precaria, al pari della vita umana.

5)Il fine giustifica i mezzi. [Niccolò Machiavelli?!]   
Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

Niccolò Machiavelli; Santi di Tito

 La citazione in questione di solito è riportata con un doppio fraintendimento: il primo relativo all'autore, il secondo riguarda il messaggio attribuito allo stesso. Secondo una credenza molto diffusa la massima apparterrebbe a Niccolò Machiavelli, ma in realtà il segretario fiorentino non l'ha mai scritta in questa forma; al limite egli ha scritto che, per quanto riguarda le azioni dei principi, "si guarda al fine [...] e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli". Passiamo al messaggio: Machiavelli crede davvero che i governanti possano fare di tutto? Niente affatto, la questione è molto più complessa. Partendo dal presupposto che gli uomini quasi mai sono "giusti" consiglia al principe di essere multiforme, di mostrarsi talvolta uomo talvolta bestia. Ma ciò non implica affatto che egli possa permettersi di tutto, anzi, le crudeltà fine a sé stesse o gli atti eccessivamente atroci potrebbero rivolgersi contro di lui; inoltre distingue tra "principi" e "tiranni", biasimando quest'ultimi che si servono di ogni crudeltà senza che vi sia alcun bisogno. Machiavelli, inoltre, non può giustificare moralmente alcun atto compiuto dai regnanti, dato che, secondo la sua idea, "morale" e "politica" sono due ambiti autonomi e separati. Si limita a constatare ciò che da sempre è stato intrapreso dai politici ed a suggerire a quelli futuri di tenersi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, anche quello meno nobile, ma soltanto nei casi necessari e solo per salvaguardare il bene pubblico. Aggiungiamo ancora che Machiavelli è consapevole dell'impossibilità di basare uno stato soltanto sul terrore, ed inoltre la sua preferenza per il principato (in cui comanda un sol uomo) è riferita unicamente ai momenti di crisi, ma per quanto riguarda il lungo periodo la repubblica è la forma di governo più adatta (si vedano i Discorsi).
Anche in questo caso, possiamo essere d'accordo o meno con lui, ma dobbiamo ammettere che riuscì a delineare con precisione il carattere a-morale dello stato ed è opportuno riconoscere che la citazione in esame non solo non gli appartiene, ma riassume in modo inesatto il suo pensiero.

6)E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. [Giovanni, III, 19; Citata da Leopardi all'inizio della poesia La ginestra]
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Il versetto biblico posto ad epigrafe delle poesia leopardiana viene spesso citato in modo errato: talvolta lo si attribuisce all'autore recanatese, altre volte viene utilizzato in modo completamente difforme rispetto alle intenzione di Giovanni. Leopardi se ne serve in chiave antifrastica, cioè utilizza una massima cristiana, ma rovescia il significato originario proponendone uno decisamente innovativo: per lui le tenebre sono quelle dell'oscurantismo religioso che attanaglia gli uomini al pari di ogni ideologia spiritualistica; ma allo stesso tempo egli considera buie anche le idee progressiste di quel periodo. Ricordiamo che in quegli anni si intravedevano già le basi del clima positivista. Fede e progresso sono condannate in egual modo, così come ogni altro facile ottimismo che non presti attenzione ad una verità fondamentale (la "luce"): l'uomo vive una condizione tragica, privo di felicità e minacciato costantemente dalla natura. Dunque, se si cita il passo biblico si deve tener presente che la "luce" è la fede nella rivelazione; se si fa riferimento alla citazione fatta da Leopardi non si deve credere che la "luce" per lui sia il progresso (questa interpretazione è molto diffusa), ma abbiamo appena visto che anch'esso è condannato dal Leopardi.
L'unica speranza ammessa dal poeta è quella relativa alla presa di coscienza degli uomini, i quali devono liberarsi da questi falsi miti ed unirsi in una comune lotta contro le avversità, riscoprendo così la serenità di una società giusta e civile. Questa è l'unica corretta interpretazione.

7)Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. [Giuseppe Tomasi di Lampedusa; Il Gattopardo]
Il Gattopardo è un'opera complessa, a metà strada tra romanzo storico e decadente, resa ancora più sorprendente dalla profondità dei suoi personaggi ed in particolar modo dal protagonista. Nonostante ciò spesso viene fraintesa o mal interpretata, e la citazione qui segnalata ne è un esempio. Spessissimo si sbaglia ad attribuirla, ed infatti molti credono che a pronunciarla sia il principe, mentre invece si tratta del nipote Tancredi. L'errore di attribuzione si riversa anche sul contenuto. Il principe Fabrizio, infatti, non avrebbe mai detto una cosa simile, dato che la sua lucida consapevolezza gli aveva fatto comprendere che ormai non c'era più spazio per i nobili come lui; nessuna possibilità di mutar forma ed adattarsi, ed infatti rifiuterà l'offerta di un posto al Senato fattagli dal cavaliere Chevalley. L'immobilità è la caratteristica dei siciliani secondo Fabrizio, dato che essi hanno subito troppi mutamenti nel corso della loro storia. Il giovane Tancredi, invece, sa che bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per restare a galla, dunque si schiera dalla parte dei garibaldini e accetta di sposare Angelica, figlia del parvenu don Calogero.
In conclusione è sbagliato attribuire la frase a don Fabrizio, ma anche considerarla l'emblema dell'ideologia di Tomasi di Lampedusa, dato che l'autore siciliano era consapevole dell'impossibilità di conservare davvero le cose così come sono, frenando le maree della modernità.
Al tempo stesso anche coloro che la citano, magari per rappresentare i politici contemporanei, devono capire che alla fine essa non si avvera nel romanzo, anzi, il mondo preunitario scompare completamente così come la nobiltà del principe, costretto a morire in un albergo gestito da un borghesuccio. Alla lunga nessuno sopravvive al mutare delle stagioni, nemmeno gli opportunisti.

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