venerdì 4 novembre 2016

LE LINGUE DEL MONDO



Le lingue parlate attualmente nel mondo sono circa seimila, tuttavia, considerando anche le varietà dialettali, la cifra aumenta a dismisura fino a diventare quasi incalcolabile. Alcune di queste lingue sono parlate da miliardi persone (inglese, cinese mandarino), mentre altre sono ormai prossime all’estinzione, come ad esempio il Taushiro, parlato ormai da un unico cittadino peruviano. 

Calcolare l’effettiva diffusione di una lingua, tuttavia, non è un’operazione semplice. Alcune di esse, infatti, sono utilizzate come “seconde lingue” per cui il numero di parlanti cambia costantemente; altre, invece, sono considerate talvolta come un solo sistema anche se ufficialmente esse risultano distinte, è il caso dell’hindi e dello urdu, lingue ufficiali di India e Pakistan, ma intellegibili vicendevolmente da parte dei parlanti di questi due stati. 

Per quanto riguarda la classificazione linguistica possono essere utilizzati tre diversi criteri: genealogico, tipologico ed areale. Il primo associa le lingue per parentela, come avviene ad esempio per tutte le lingue romanze che hanno nel latino la loro madre, tuttavia andando ancora più a ritroso è possibile assommare l’indiano con il persiano, l’italiano, il bulgaro, il greco, lo svedese ed il celtico, tutte appartenenti alla famiglia linguistica indeuropea (altre famiglie sono quelle afroasiatica, uralica, sinotibetana, nigerkordofaniana ecc. ecc.); il secondo criterio associa le lingue da un punto di vista strutturale, dividendole tra quelle isolanti, agglutinanti e flessive; il terzo criterio si basa sul semplice principio geografico, sebbene questo non sia necessariamente collegato con la genealogia. Il cinese ed il giapponese, ad esempio, non sono in realtà apparentate. 



sabato 29 ottobre 2016

LE SETTE MERAVIGLIE DEL MONDO


Le sette meraviglie del mondo sono delle opere architettoniche e scultoree, considerate le migliori in assoluto in età antica da parte dei greci e dei romani.
Uno dei primi autori a codificare il canone delle sette meraviglie fu Antiparo di Sidone, nella Anthologia graeca, intorno alla metà del secondo secolo a.c. L'autore greco vicino ai neoteroi cita diversi elenchi precedenti al suo, risalenti fino a due secoli prima, testimoniando così una tradizione consolidata su questi capolavori architettonici.
L'opera di Sidone si basava, comunque, su fonti tratte da viaggi di singoli esploratori, i quali avevano condiviso l'ammirazione per le sette meraviglie, limitando le descrizioni ad artefatti umani, mentre per quanto riguarda le sette meraviglie naturali bisognerà aspettare i giorni nostri.
Tutte le opere sono situate lì dove fiorirono le più grandi civiltà del mondo antico, tra Egitto, Grecia e Mesopotamia, attorno al nostro caro Mediterraneo.

Secondo la leggenda i giardini pensili di Babilonia sarebbero stati fatti realizzare da Semiramide, regina assira collocata da Dante nel girone dei lussuriosi. In realtà i giardini furono edificati all'inizio del VI secolo a.c. da Nabucodonosor II; l'opera era stupefacente non solo per la commistione tra elementi naturali ed artificiali, ma soprattutto per la notevole perizia tecnica del sistema idrico.





La statua del dio Helios fu costriuta a Rodi per festeggiare il respingimento dell'assedio condotto da parte del macedone Demetrio. L'opera fu affidate a Carete di Lindo che riuscì incredibilmente a innalzarla per ben 30 metri. Una sessantina di anni dopo la statua crollò in seguito ad un terremoto e i rodiesi decisero di non ripararla, forse per motivi religiosi; con la conquista araba i resti furono distrutti. Il Colosso doveva assomigliare alla Statua della libertà, dato che reggeva una fiaccola ed aveva la testa cinta da una raggiera.






Mausoleo di Alicarnasso

Mausoleo di Alicarnasso


La gigantesca tomba fu fatta costruire da Artemisia per il fratello Mausolo a metà del IV secolo a.c., iniziando così la tradizione dei grandi monumenti funerari detti, appunto, "mausolei". Distrutto anch'esso da un terremoto, sopravvive solo nei resti dei cavalli e della quadriga, conservati al British Museum. L'opera fu progettata da da Satiro e Pitide.







Il tempio di Efeso fu probabilmente edificato su altre opere precedenti, raggiungendo dimensioni tali da non essere più eguagliato nel futuro. Secondo la leggenda fu arso dal pastore Erostrato, desideroso di passare alla storia, mentre la dea era distratta dalla nascita del grande Alessandro. La distruzione definitiva fu compiuta dai cristiani nel V secolo d.c.




Costruito sull'isola di Pharos di fronte al porto di Alessandra d'Egitto, all'inizio del III secolo a.c., l'opera segnò la dinastia di due re tolomei (Tolomeo I e Tolomeo II). Secondo fonti romane poteva essere scorto a 50 km di distanza, guidando le navi per i fondali impervi. Per produrre una luce così intensa vennero probabilmente usati degli specchi, seguendo tecniche consolidate dagli antichi egizi. Sopravvissuto fino al 1300, crollò in seguito a dei terremoti.



La statua di Zeus a Olimpia
La statua di Zeus a Olimpia
Realizzata nel 436 a.c. da Fidia, l'opera era collocata nella navata principale del tempio di Zeus. Lo scultore fu il più grande dell'epoca periclea, autore di opere encomiastiche, oltre che di quelle sacre sacre, lo ricordiamo anche per l'innovazione del panneggio bagnato. La statua rimase al suo posto per otto secoli, desiderata da tutti al punto che, secondo Svetonio, l'imperatore Caligola cercò inutilmente di impossessarsene. Il funzionario bizantino Lauso la portò nel suo palazzo, a Costantinopoli, e con esso finì distrutta in un incendio.


La Grande Piramide di Giza
La Grande Piramide di Giza

La Piramide di Giza è la più grande delle tre piramidi della necropoli. L'unica superstite delle sette meraviglie è anche la più antica, dato che fu edificata nel 2500 a.c., dopo un lavoro durato circa 15 anni. Alta quasi 150 metri e larga 230, l'opera è stata realizzata con tecniche non ancora pienamente decifrate, lasciando dietro di sé un alone di mistero comune a molti altri reperti antichi.

















mercoledì 19 ottobre 2016

LETTORI MODERNI: LA SCELTA DI NON SCEGLIERE

Leggere.

 Apriamo un dizionario per scoprire il significato di questo verbo: “interpretare funzionalmente la scrittura per informarsi”, “insegnare dalla cattedra” (prima le lezioni erano dedicate molto alla lettura diretta), “individuare una condizione emotiva” (“leggere il dolore sul volto”).
 Proviamo a consultare un vocabolario latino. Il primo significato del termine legĕre è “raccogliere”, più avanti è tradotto con “percorrere”, “costeggiare” e solo alla fine “leggere” così come lo intendiamo noi. Tra gli altri c’è una traduzione (derivata soprattutto dalle opere di Cicerone, Livio e Virgilio) che ormai è perduta nella semantica italiana, ma credo (e spero) debba restare strettamente legata al significato attuale del termine: scegliere”.  
In effetti i latini non leggevano di tutto, o almeno, non tutto alla stessa maniera. Il principio di “autorità” era fondamentale per loro, persino i Poetae Novi si rifacevano a degli scrittori, avevano rispetto per delle autorità a cui fare riferimento.
In epoca medioevale si è corso un brutto rischio: scegliere le opere in base al grado di devozione/compatibilità religiosa, ma gli intellettuali non si sono lasciati trascinare da questo falso parametro; si guardino, ad esempio, le fonti della Divina Commedia per scorgere quanto di pagano ci sia.

L’Umanesimo ha riacceso il desiderio di “raccogliere” la tradizione, di “percorrere” il cammino che conduce alla conoscenza in compagnia degli avi illustri, ma ha anche contribuito alla formazione di una idea libera della conoscenza, slegata dall'enciclopedismo medioevale, finalizzata allo sviluppo della capacità individuali dell’uomo.
L’età moderna ha partorito la stampa ed il vertiginoso aumento dello opere letterarie. Ha conosciuto il dogmatismo più severo del Barocco e la razionalità dell’Illuminismo; l’uomo ha rivolto lo sguardo all'indietro con il Neoclassicismo e dentro se stesso durante il Romanticismo.
Noi contemporanei siamo immersi dalla libri. Si scrive su eventi presenti, passati e futuri; si legge di meno e sempre peggio; si presta poca attenzione a ciò che si legge, le parole quasi volano via sotto i nostri occhi; non si rilegge quasi mai, si dimentica presto ogni cosa.
Oggi la lettura è una attività talmente rara che la si apprezza anche se non di qualità. Ci sono padri che regalano ai loro figli le autobiografie di calciatori ventenni (?!), madri che donano alle figlie libri d’amore talmente dolci da essere diabetici. Si leggono più “manuali di istruzione” che classici. Nelle classifiche di vendita troneggiano ricettari di cucina e ricettacoli di aforismi incastonati a forza in una fumosa trama. 
Oggi leggere non ha più nulla a che fare con lo scegliere.
Siamo vittime del de gustibus, dei ghost writer, dei libri auto editati, delle case editrici a pagamento. Abbiamo abdicato a qualsiasi idea di critica, scelta ponderata, aspirazione alla perfezione. La moltitudine degli scrittori cresce di pari passo con la nostra speranza di diventarlo e l’approssimazione nel farlo. Acquistiamo libri solo se in offerta, solo se con la copertina lucida,solo se il nome dell’autore ci è familiare, solo se la trama non è abbastanza pesante (“mica ci farà riflettere?”).
Abbiamo rinchiuso la lettura tra i vagoni del treno, sotto l’ombrellone, nelle sale di attesa. Ci siamo ritirati da ogni possibile valutazione, da ogni tentativo di giudizio. Oggi la scelta è stata delegata ai meno colti e chi denuncia l’assurdità di questa situazione è condannato o tacciato di snobismo.
 Non si è riusciti ad avvicinare la letteratura alle masse, ma si sta correndo il rischio di far entrare la massificazione nel mondo letterario.
Dinnanzi a questa spegnimento delle coscienze ogni tentativo di salvezza è solo palliativo. Forse da questa decadenza culturale avremo una rinascita. Forse l’unica soluzione è il crollo, il ciclico alternarsi di progresso e regresso, la crisi rigeneratrice a cui ogni istituzione sociale va incontro, come scriveva Polibio

Già, ma chi lo leggerebbe più Polibio…

domenica 9 ottobre 2016

DIECI “STRANI” AUTORI DELLA NOSTRA LETTERATURA

 Esistono gli autori canonici, quelli delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida, i classici intramontabili, Dante, Machiavelli, Manzoni, Leopardi, Pirandello, Montale e via così. Esistono i cosiddetti “minori” (che bruttissima espressione), mai molto facili da inquadrare, ma di solito passati rapidamente in rassegna per poi ritornare ai big. 
E allora chi saranno mai gli“strani”, così come definiti nel nostro titolo? Sono autori che magari conoscete, che forse avete anche studiato a scuola (ma non più di tanto); ciò che li contraddistingue, oltre a qualche eccentricità nelle loro opere o nella biografia, è la relativa marginalità, come se fossero stati messi da parte perché considerati poco ortodossi.

Canoni del genere sono sempre personali, per cui, prendete questa rassegna con lo spirito giusto, affatto orientato verso la completezza e l’oggettività assoluta.


1)      CECCO D’ASCOLI [1269-1327]
Un tipo davvero eccentrico. Esperto di astrologia, letteratura misteriosa, medicina, occultista ed eretico, al punto da essere arso vivo per la sua produzione. In particolar modo gli costò cara la stesura de l’Acerba opera di carattere enciclopedico (genere diffuso in Toscana allora) che aveva come obiettivo la descrizione del mondo vero, tangibile, quello che circonda la nostra esistenza acerba, contrapposta a quella ultraterrena matura; il suo obiettivo era didattico, ma ben circoscritto; non voleva affatto spingersi oltre la realtà, come invece aveva fatto Dante con la sua Commedia. Il problema fu che nella sua analisi, libera e ispirata anche da autori non proprio ben visti dalla Chiesa (anche perché mussulmani), percorse vie precluse dall’Inquisizione. La tradizione vuole che Cecco, mentre bruciava sul rogo, continuò a ripetere “L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!”, affatto deciso ad arrendersi fino all’ultimo.

2)      CENNE DE LA CHITARRA [n.?- 1336]
Già il nome (ovviamente non è quello di nascita) ha un qualcosa di curioso ed ironico, ed in effetti non può essere considerato altrimenti questo autore fiorentino, di solito appena accennato quando si passano in rassegna i cosiddetti scrittori comico-parodici. Lo potremmo definire, scherzando un po’ con il linguaggio moderno, un troll. La sua opera più famosa, Risposta per contrari, appartiene al genere occitano dell’enueg, caratterizzato da elenchi di disgrazie e sventure, ma lo spunto venne da un’opera di FOLGORE DI SAN GIMIGNANO, autore di un plazer (Sonetti de’ mesi), nel quale attribuiva ad ogni mese una gioia, un piacere. Cenne, per parodiarlo, ma soprattutto per ironizzare sulla realtà cortese declinante in quel periodo, attribuì invece ad ogni mese una sventura, un fastidio, tratteggiando così un mondo affatto gioioso. 

3)       PANORMITA [1394-1471]
All’anagrafe Antonio Beccadelli, ma meglio noto (o almeno, scolasticamente, praticamente ignoto) con il soprannome derivato dalla sua città natale, Palermo. E dire che la sua presenza a Napoli fu tutt’altro che trascurabile, dato che si deve a lui la fondazione di quella che sarà poi nota come “Accademia Pontaniana”. In cosa sta la particolarità dell’autore, oltre che nel nome? Più che altro nell’opera Hermaphroditus, raccolta di epigrammi osceni, ai limiti di quella che oggi sarebbe definita pornografia. Forse è dovuto a ciò il silenzio su di lui? Eppure venne onorato dalle più importanti famiglie dell’epoca (Aragona, Visconti, Medici), dedicando tra l’altro la sua raccolta all’iniziatore della signoria medicea, Cosimo.

4)      BURCHIELLO [1404-1449]
A proposito dei Medici, non ebbe buoni rapporti con tale famiglia Domenico di Giovanni, passato poi alla storia con il soprannome di Burchiello, derivato da un’espressione che rimanda allo gettare le merci a caso, in modo confuso; allo stesso modo si presentano le sue poesie, in realtà consapevolmente caratterizzate da storpiature linguistiche e formali. I suoi sonetti parodiano la tradizione toscana, l’umanesimo, il petrarchismo, e non esprimono alcuna fede per il valore della parola, per la filosofia platonica allora molto in voga. Ma, così facendo, mettevano in dubbio le basi culturali sulle quali si basava la notorietà dei Medici, ancora agli inizi della signoria, per cui desiderosi di farsi accettare politicamente e letterariamente. Venne dunque esiliato da Firenze, ma i guai non lo abbandonarono fino alla morte. Celebre il sonetto caudato Nominativi fritti, e mappamondi, spesso assegnato da imparare a memoria, ma senza che si presti la dovuta attenzione al valore connotativo trasmesso, ben più complesso di quello denotativo burlesco, come accennato sopra.

5)      LUIGI DA PORTO [1485-1529]
Nobile vicentino dall’indole accesa e dalla vita avventurosa, di certo non mancavano le occasioni per combattere in nome di amore o ideali nell’Italia di quel periodo, stravolta dalle invasioni dei grandi stati nazionali. Ma, proprio durante una pausa che Luigi dovette concedersi per una ferita, scrisse Historia nuovamente ritrovata di due nobili amanti, novella con protagonisti due giovani veronesi, Romeo e Giulietta, divisi dall’odio delle rispettive famiglie, ma uniti da un amore impossibile, terminato poi in tragedia. Vi ricorda forse qualcosa? L’ispirazione alla base della storia non è stata ancora decodificata fino in fondo: c’è un chiaro riferimento ad una novella di Masuccio Salernitano, ma forse potrebbe aver inciso anche un’esperienza diretta del Da Porto, come detto prima affatto estraneo a questioni di armi ed amori. 

6)      CARLO GOZZI [1720-1806]
Autore non di certo totalmente ignorato dai manuali e dai programmi, ma forse conosciuto più che altro per essere fratello di Gasparo, fondatore della Gazzetta veneta. Eppure Carlo ebbe un’educazione molto particolare, basata soprattutto su studi non formali. Si appassionò a quello che viene definito il filone anti-classicista (Folengo, Ruzzante, Aretino, Pulci), e le sue opere non mancarono mai di contraddistinguersi per una forte carica comica, presente persino nelle tragedie. Oppositore di Goldoni e della sua riforma teatrale (considerata esterofila o comunque non in linea con la tradizione italica) scrisse delle fiabe teatrali dominate da elementi mitici, soprannaturali, magici, al punto da risultare troppo innovative per l’epoca. Saranno apprezzate, infatti, soprattutto durante il romanticismo; paradossalmente il difensore della tradizione divenne uno dei più grandi precursori culturali della sua era.

7)      VINCENZO MONTI [1754-1828]
“E no, dai, questo è un autore noto”, direte voi.
Certo, eppure non studiato più di tanto, se non per la sua traduzione dell’Iliade. Ma ciò che rende particolare la vicenda del poeta di origini ravennati fu il suo incredibile trasformismo, forse da far studiare proprio in tempi come i nostri, caratterizzati da pennivendoli e voltagabbana. Il caro Vincenzo fu capace di passare da una fazione all’altra, sempre in cerca di salvezza: esaltatore della Roma classica di Pio VI nella Prosopopea di Pericle, illuminista con l’odo al Signor di Montgolfier, anti-rivoluzionario con la Bassvilliana, napoleonico con il Caio Gracco e La spada di Federico II, reazionario con Il ritorno di Astrea.
Insomma, andava lì dove lo portava la convenienza.

8)      GUIDO GOZZANO [1883-1916]
Poeta torinese, vita breve, sovente malato: un perfetto crepuscolare, ed infatti così viene studiato. Ma cosa c’è, allora, di tanto strano in lui? La particolarità è proprio nel mondo di interpretare la crisi di valori sociali ed intellettuali messa in luce dai crepuscolari. Mentre altri esponenti della corrente (che però non fu mai una scuola) scelsero la via della disperazione, della poesia umile e modesta, simbolo della decadenza personale e collettiva, Gozzano usò l’arma più potente: l’ironia. Le sue opere testimoniano la crisi, ma lo fanno citando la tradizione in modo buffo, stravolgendo la forma, destrutturando ciò che ha sempre innalzato la poesia. In particolare l’ironia caratterizza la raccolta poetica I colloqui, come ad esempio risulta evidente dal poemetto La signorina Felicita ovvero la Felicità, ove è descritta una storia d’amore apparentemente tradizionale e borghese, ma in realtà segnata fin dall’inizio dall'impossibilità di un finale sereno, proprio a causa dell’inutilità del presente, della scomparsa dei valori dominanti di un passato nei quali gli autori potevano rispecchiarsi. Un’opera ed un autore, dunque, molto più complessi di come vengono proposti di solito.

9)      GIAN PIETRO LUCINI [1867-1914]
Un autore, lui sì, davvero strano. Dapprima futurista, ma poi antimilitarista; ispirato dal Carducci, ma aperto alle innovazioni; simbolista e decadente, ma al contempo anarchico e rivoluzionario. Una personalità non facile da inquadrare, così come la sua produzione. Al culmine della sua attività poetica (Revolverate) divennero chiare le sue idee e le sue scelte: disprezzo per la morale borghese, antimonarchico ed anti ecclesiastico, antimilitarista, rivoluzionario. Ecco, quest’ultimo è il termine giusto. Dal punto di vista letterario furono rivoluzionarie le sue scelte stilistiche (uno dei primi a servirsi del verso libero), mentre dal punto di vista ideologico lo si può considerare il più “moderno” della sua generazione: contrario alle guerre imperialiste, alle ipocrisie borghesi, all’esaltazione di valori che non sono affatto tali, oppositore fiero della prostituzione intellettuale. La consapevolezza che “Oggi è tempo di Satira!” risuona attuale più che mai.


10)  EDOARDO SANGUINETI [1930-2010]
Concludiamo con un autore che, grazie al suo lavoro critico, è stato proprio uno dei maggiori riscopritori dell’opera di Lucini. Sanguineti fece parte del gruppo dei Novissimi e del Gruppo 63, orientati verso una letteratura innovativa e rivoluzionaria; ne uscirà poi durante il ’68, soprattutto per la sua volontà di portare la rivoluzione anche al di fuori dei libri, nella società vera. La sua produzione fu incentrata sul tentativo di distruggere le certezze illusorie del presente, partendo proprio da uno sconvolgimento formale, operando sulla lingua come se essa fosse qualcosa di vivo, da sconvolgere, in netto contrasto sia con i realisti che con gli ermetici. Laborintus, Triperuno, Postkarten, sono solo alcune delle opere dove questa carica rivoluzionaria è più evidente che mai. Anche se negli ultimi anni si assistette ad una sorta di ripiegamento, ad un ritorno nella fiducia rivoluzionaria confinata unicamente nella letteratura, il suo pensiero ed il suo stile innovativo restano un esempio per le generazioni future di poeti e romanzieri. 

mercoledì 28 settembre 2016

LA FAMIGLIA PIÚ PREMIATA AGLI OSCAR


In un precedente post abbiamo parlato dei record degli oscar, ma questa volta vogliamo soffermarci su uno in particolare. 

“Buon sangue non mente”, espressione quanto mai applicabile al caso degli Huston, una famiglia americana capace di vincere la mitica statuetta in tre diverse generazioni (finora). 

Walter Huston vinse il premio come miglior attore non protagonista con il film Il tesoro della Sierra Madre (1948), tra l’altro una delle primissime pellicole americane ad essere girate quasi interamente fuori dai confini nazionali. 
Suo figlio, John Houston, ha conquistato il premio per la regia e quello per la miglior sceneggiatura non originale con lo stesso film, prendendosi così la soddisfazione di dirigere il padre in un connubio mai ripetuto. Per lui le nomination si sono sprecate nel corso degli anni, al punto che oggi viene considerato uno degli indiscussi maestri del cinema americano.  

Anni dopo ci penserà la figlia di John, Anjelica, a trionfare nella categoria migliore attrice non protagonista con il film L’onore dei Prizzi (1985), diretto proprio dal padre, anche questa volta nominato per la miglior regia; sarebbe stato davvero incredibile condividere i trionfi con il proprio genitore e poi con la figlia a quasi quarant’anni di distanza.

Occhio, perché potrebbe non essere finita qui. Anjelica è la zia di Jack Houston, comparso in una quarantina di episodi della serie Boardwalk Empire, ed ancora abbastanza giovane (ma chissà se altrettanto bravo) per sperare di portare avanti la tradizione di famiglia.


domenica 18 settembre 2016

IL FILM PIÙ LUNGO DI SEMPRE [LOGISTICS]



Per documentare qualcosa in modo veramente completo non c’è altro da far se non seguirla fin dalla sua origine. 
È questa l’idea che hanno avuto Erika Magnusson e Daniel Andersson, due documentaristi (anche produttori e scrittori della loro opera) svedesi che dal 1 dicembre 2012 al 6 gennaio 2013 si sono dedicati alla ripresa ininterrotta di tutti i passaggi e gli spostamenti necessari per seguire il percorso dei più comuni prodotti elettronici contemporanei. 

In realtà la pellicola (LOGISTICS) segue il cammino inverso, partendo da un negozio di Stoccolma ed arrivando fino ad una fabbrica cinese (ovviamente).

La durata totale del film è 857 ore, quasi 36 giorni e ci sono voluti ben 4 anni per portare a termine il progetto.
La classifica dei film più lunghi di sempre comprende documentari, collage di pellicole, prodotti artistici o al limite del surreale (clicca qui), ed anche opere come The cure of Insomnia (J.H. Timmis) una lunga declamazione poetica di 85 ore (probabilmente è questa la spiegazione del titolo). 

giovedì 8 settembre 2016

IL CONCORSO DEGLI ORRORI (COME TENTARE DI DEMOLIRE IL PRESTIGIO DEI DOCENTI)

Ah, quante ne abbiamo lette e sentite sulle numerose bocciature al concorso docenti.

Tra la frustrazione per traumi d'infanzia e la superficialità tipica dell'italiano medio, in molti si sono scagliati contro la classe docente, senza comprendere i meccanismi perversi di questo concorso.
Ecco un rapido ripasso sugli errori/orrori che l'hanno contraddistinto, giusto per far in modo che le persone aprano gli occhi su come (mal)funziona il nostro sistema di reclutamento e su quanto ci venga taciuto, pur di far apparire i docenti degli ingrati ignoranti.


Il concorso doveva partire a inizio dicembre 2015, ma è stato bandito solo a fine febbraio senza spiegazioni o scuse; famosa la frase della ministra “se non l’1 sarà il 2”, forse intendeva i prossimi millenni.
Alcuni punti del bando non erano chiari, addirittura una F.a.q. del ministero è stata postata con indicazioni opposte a quelle decise, così da far aumentare il caos nell’attesa della rettifica; l’ultimo giorno, sciolti da poco i dubbi, molti docenti non sono riusciti a inoltrare la domanda per i server in tilt. Fino all’ultimo secondo non sono state diffuse indicazioni relative al tipo di domande: sarebbero state sulla didattica, sulle discipline, sulla legislazione, sulla pedagogia? Lo abbiamo scoperto solo dopo che le prime cavie si sono sottoposte alla prova. Prima dello scritto non sono state pubblicate le griglie di valutazione; in alcune regioni, addirittura, la griglia è stata redatta basandosi ex post sulle domande, molto tempo dopo lo svolgimento della prova, in maniera poco trasparente e lasciando libera interpretazione ai commissari.
Un tempo i concorsi prevedevano una selezione di autori e testi ben definiti, ma questa volta, tanto per parlare del mio caso (docente di Materie letterarie, storia, geografia, educazione civica; ambito disciplinare 04), si andava dalle origini della letteratura alla contemporaneità, dai Sumeri alle questioni del nuovo millennio, dalla geografia fisica (tutta) a quella umana; senza contare l’intera storia delle riforme scolastiche, le istituzioni attuali, le indicazioni europee, ed ovviamente l’infinito mondo della pedagogia. La prova scritta prevedeva due quesiti di lingua straniera per TUTTE le materie. Perché? “Per l’interdisciplinarità”, hanno detto; bene, ma allora bisognava stabilire UNA lingua (tipo l’inglese). Poi, detto chiaramente, che cavolo c’azzecca la conoscenza di una seconda lingua con il mio ruolo di docente di materie letterarie? O con quello dei colleghi di matematica, educazione fisica, chimica e via così? E, soprattutto, se si voleva impostare così la prova bisognava dirlo MOLTO tempo prima, in modo da favorire la corretta preparazione (tanto è vero che inizialmente si parlava di domande in lingua a risposta aperta, poi sono state trasformate in risposta multipla per evitare ricorsi a raffica). Il tempo concesso per la prova scritta era ristretto al massimo, al punto che docenti universitari di livello hanno fortemente criticato la tempistica in relazione alla difficoltà: impostare un’unità didattica, preparare una verifica, abbozzare una griglia di valutazione, spiegare l’importanza della letteratura in generale, il tutto con una media di 15 minuti a quesito. Non sono mancati, ovviamente, problemi con i computer: prove non salvate, tecnici impreparati a risolvere gli imprevisti, blackout, tastiere inadatte per le prove in lingua. Le sedi sono state assegnate prima seguendo un ordine anagrafico (illegale) e solo dopo alfabetico; il tutto creando confusione per giorni e facendo sprecare soldi a migliaia di docenti per prenotazioni di treni ed hotel a vuoto. Motivo? “Mero errore tecnico.”
Molti colleghi hanno sostenuto la prova andando al di fuori dalla propria regione; per il Ministero alcune regioni non esistono affatto, a dirla tutta, tanto, spostarsi di 200/300 chilometri con pochissimo preavviso fa nulla, vero? Abbiamo tutti a disposizione voli di stato.
Una volta terminata la prova scritta non si è saputo alcunché per mesi, addirittura in alcune regioni devono ancora conoscere gli esiti.
 Per alcune classi di concorso i posti a disposizione sono praticamente uguali al numero dei candidati; in diverse regioni, per il sostegno, sono così tanti i posti disponibili che centinaia resteranno scoperti. “Eh, ma ci vuole un concorso per essere assunti come dipendenti statali”, direte voi. Esatto, ed infatti tanti candidati hanno già superato tre prove in entrata ed una in uscita per abilitarsi, questo non è stato un concorso aperto ai solo laureati. La formazione delle commissioni è stato un calvario: dimissioni a raffica, compensi miseri poi aumentati in extremis, cambi in corsa, prove iniziate senza la nomina dei commissari, variazioni tra scritto e orale, fino ad arrivare alla ricusazione di intere commissioni. Al termine dello scritto, visto che i commissari non erano stati preparati a dovere e visto il poco tempo concesso, c’è stato il caos: codici dei candidati smarriti oppure abbinati male, voti della prova pratica conteggiati in modo scorretto, semplici addizioni errate che hanno portato alla bocciatura di candidati che in realtà avevano superato la prova.
Arriviamo poi ai casi surreali: una candidata è stata convocata per la prova orale, peccato che non si fosse presentata allo scritto; un candidato bocciato allo scritto è stato poi contattato per fare da sostituto commissario all’orale; un intero gruppo di candidati è stato convocato via mail per riconoscere il posto ove erano seduti durante lo scritto, il tutto perché i codici erano stati smarriti e non si poteva procedere all'abbinamento nomi-prove; in una classe di concorso, poi, i commissari giudicanti sono stati scelti tra coloro che avrebbero rischiato di perdere il posto con le nuove assunzioni, quindi operavano in netto conflitto di interesse.
 

L’orale, infine, era a libera interpretazione: commissioni che hanno chiesto di simulare una lezione, altre che hanno voluto conoscerne solo la preparazione, per non parlare di commissari che improvvisavano domande disciplinari su argomenti non inerenti la traccia estratta (appena 24h prima) ed ovviamente non sono mancate le disparità nelle tracce stesse (chi ha sorteggiato il programma di un quadrimestre, chi una singola poesia).

Tutto ciò ha portato anche ad esiti drammatici, come quello di alcuni candidati che sono stati ammessi all’orale, lo hanno superato, rientravano tra i vincitori, ma dopo giorni o settimane hanno ricevuto una mail che comunicava loro il mancato superamento dello scritto, come dire “abbiamo scherzato”.
Ora, terminati gli orali (ma solo in pochissime province), il caos non accenna a diminuire: graduatorie di merito errate; incertezza sui posti disponibili; scuole confuse su come affrontare le carenze di organico ad inizio anno.
Per scendere più nel tecnico. Un tempo, alla fine dei concorsi, veniva stilata una graduatoria provvisoria, così da concedere un paio di settimane per rimediare agli errori; questa volta, invece, vista l'ansia governativa di "fare presto" saranno pubblicate subito quelle definitive; peccato che, così facendo, l'unico modo per rimediare agli errori sarà quello di fare appello al Presidente della Repubblica (entro 4 mesi) o al Tar (entro due). E i posti? Nessuno sa quanti saranno assunti quest'anno. Perché? Semplice: il governo (per tentare di accontentare più persone fosse possibile) ha concentrato nello stesso periodo le stabilizzazioni (altro macello di per sé), la mobilità straordinaria ed il concorso. Viene il dubbio (ma non vogliamo pensarla così, suvvia) che i numerosi posti banditi siano stati solo uno specchietto per le allodole, mentre in realtà quelli veri sono molti, ma molti meno.
E la "supplentite"? Malattia scomparsa, vero? No. La confusione finora descritta costringerà a servirsene ancora, con l'aggravante che molti supplenti avranno incarichi "fino ad avente diritto", ossia fin quanto non sarà trovato il titolare della cattedra, rendendo ancora più precario il cammino didattico dei discenti (sempre che importi a qualcuno).

p.s. 
Ovviamente: c'è chi ha superato tutte le prove e lo meritava; c'è chi le ha superate e non lo meritava; c'è chi è stato bocciato e lo meritava; c'è chi è stato bocciato e NON lo meritava. 
E' soprattutto per quest'ultimi che tali fatti non devono passare sotto silenzio, oltre che per la reputazione di un'intera categoria, minata non per caso (ma molti italiani sono troppo ottusi per capirlo).
p.s. L'autore di questo articolo il concorso l'ha vinto, quindi di certo non ha scritto queste cose per ripicca o rabbia. E proprio in virtù del traballante futuro che mi si prospetta non cambierà il titolo di questa sezione, dato che la precarietà ormai sembra essere l'unica costante di questo mestiere (così come di molti altri). 

sabato 3 settembre 2016

La storia di Grumpy Cat - il gatto imbronciato

La storia di Grumpy Cat (il cui vero nome è Tardar sauce), inizia quando apparve per la prima volta sul sito Reddit una sua foto, postata dalla padrona Tabatha Bundesen.
Gli utenti furono subito colpiti da questo strano gatto dall'espressione apparentemente sempre imbronciata. Il successo fu immediato! Subito il muso corrucciato del gatto divenne il tormentone nel 2012 ed è stato anche il precursore di tanti felini famosi che hanno iniziato ad invadere i social network da youtube a facebook.
Grumpy Cat è stato invitato anche in famose trasmissioni e si è aggiudicato il titolo di "felino più influente del 2012". Adesso, addirittura, Todd Garner (un noto produttore di commedie statunitensi), avrebbe ideato una commedia su un gatto cinico con protagonista proprio Grumpy cat! Come dire? Da star del cinema a star di Hollywood, ed anche un notevole business per la sua padrona!





domenica 14 agosto 2016

SCENE RICICLATE NEI CARTONI DISNEY

I cartoni animati della Disney hanno allietato l'infanzia di milioni di bambini di ogni epoca, incantati dalle bellissime storie, dai caratteristici personaggi e dai fantastici disegni. Quanti giurano di ricordare a memoria intere pellicole, compresi i dialoghi? Ebbene, chissà se si sono mai accorti che la Disney ha riutilizzato le stesse scene in diversi cartoni.




I classici "incriminati" sono Robin HoodIl libro della giunglaGli AristogattiBiancaneve e i sette naniBasil l'investigatopoLa bella e la bestiaCenerentolaLa spada nella rocciaquindi il fenomeno abbraccia un arco temporale che va dalle origini fino alla metà degli anni '80, con una particolare frequenza nei decenni '60-'70. In effetti questo periodo fu caratterizzato da una produzione più carente, ed inoltre negli anni '60 si allentò anche la supervisione diretta di Walt Disney, impegnato in diversi progetti relativi ad altri settori del marchio.
In aggiunta a questa spiegazione è stato sottolineato anche il grande dispendio di capitali ed energie creative necessari alla progettazione e realizzazione di un cartone (non eravamo negli anni del computer), per cui riutilizzare delle vecchie scene poteva essere considerato un buon metodo di risparmio. Oltre alle singole scene la Disney ha spesso riciclato tipologie di trama, caratteri dei personaggi e musiche, confidando sulla validità dei passati successi.
La bellezza dei classici Disney non esce di certo incrinata da questa scoperta, tuttavia un pizzico di amarezza può sorgere nel costatare che alcune delle nostre favole preferite sono state realizzate badando al risparmio ed a format precostituiti, piuttosto che lasciando spazio unicamente alla creatività.
Ma forse questa scoperta ci servirà di lezione, attraverso la quale possiamo avere un'ulteriore conferma di come gli idoli non siano poi così mitici una volta indagati a fondo e di come la maggiore consapevolezza dell'età adulta contribuisca a sminuire un po' i piacevoli ricordi dell'infanzia.


domenica 7 agosto 2016

A PAURA MIA; Eduardo De Filippo

A paura mia                                                                                                                   

Tengo nemice? Faccio ‘o paro e sparo…                                                              
‘E t tengo mente e dico: «Stongo ccà! »                                                                  
E nun tremmo si sent’ ‘e di: «Te sparo! »                                                            
Chillo c’ ‘o ddice, ‘O ddice, nun ‘O ffà.                                 

Si è p’ ‘o buciardo, nun me movo, aspetto.                                                              
(‘A buscia corre assaie, ma campa poco).                                                                 
‘O vuò vedè? ‘0 canusce comm’ ‘o «sette»,                                                          
                       
va pè parlà, se fa una lamp’ ‘e fuoco.                                                                       

‘A calunnia? E chella «è un venticello»,                                                                 
dico vicin’ a ‘o viento: «Nun sciuscià? »                                                            
Quann’ha fatt’ ‘a sfucata vene ‘o bello,                                                                  
allor’ accuminciamm’ a raggiunà.                                                                       

E manco ‘a morte, si me tene mente,                                                                      
me fa paura. ‘ A morte è generale.                                                                     
Ll’uommene sò rumanze differente,                                                                       
ma tènen’ una chiusa, unu finale.                                                                            

M’arròbbano? Arreduco mmiez’ ‘a via?..                                                                
J’ fatico e addevento chillu stesso,                                                                          
ma,quanto voglio bene a mamma mia,                                                                     
a mme me fa paura sul’ ‘o fesso!                                                                             

Eduardo de Filippo; 1928                                                     
                                                           
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 La mia paura

 Ho nemici? Io faccio il conteggio…         
Li guardo negli occhi e dico: «Sto qua!».
E non tremo se sento dir: «Ti sparo!».
Chi lo dice, lo dice, e non lo fa.

Se è per il bugiardo, fermo, aspetto. 
(La bugia corre molto, vive poco.)
Lo cerchi? Lo trovi come il «sette»,
parla, e si fa rosso come il fuoco.

La calunnia? E quella «è un venticello»,
posso mai dir al vento «Non soffiare?»  
Dopo scatenato viene il bello,
allora si inizia a ragionare.

E nemmeno la morte, se mi guarda,
io temo. La morte è generale.
Gli uomini sono libri diversi,
ma hanno conclusione, un finale. 

Rubano? Mi ritrovo per la strada?
Io lavoro e ritorno me stesso,
ma, per quanto amo la madre mia,
mi fa paura soltanto il fesso!


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Il maestro Eduardo ci dà un’altra lezione di vita: la paura è negativa quando ne siamo schiavi, quando blocca le nostre azioni.
La paura dei nemici non ha senso, bisogna affrontarli.
Le bugie vivono poco e chi le pronuncia arderà dalla vergogna; o almeno così dovrebbe essere, oggi è una virtù negare a oltranza e si viene anche apprezzati per questo.
Gli uomini vanno e vengono, ma tutti avranno la stessa fine, la morte renderà tutti uguali (ricorda molto la poesia A’ livella dell’altro grandissimo, Totò).
La povertà non fa paura se con il lavoro onesto si può ricostruire tutto; certo, oggi il problema è trovarlo, o farselo ridare se tolto a torto.
Ma la stupidità, la chiusura della mente dinnanzi ai problemi, l’indifferenza tipica degli imbelli, questa può fare davvero male, questa rende davvero schiavi, l’ignoranza è peggio della paura:  l’ignoranza e la stupidità sono gli unici mali a far davvero paura. 

sabato 30 luglio 2016

FULL METAL JACKET

Full metal jacket ,1987, Stanley Kubrick; tratto dal romanzo Nato per uccidere di Gustav Hasford.

Penultimo film di Kubrick, a nostro giudizio il migliore.

Inizio: taglio di capelli, secondo la tradizione ebraica un rituale paragonabile alla circoncisione, un rito di passaggio, un ingresso non solo in un'altra età, ma soprattutto in un diverso mondo. Con le armi in pugno si lotta per la vita, si combatte per non morire, ma morire con onore è meglio che vivere, secondo la mentalità militaresca.
Il sergente istruttore Hartman è inumano, come la guerra, e vuole che così diventino anche i suoi soldati, perché loro devono farla la guerra, devono diventare “dispensatori di morte”.
La sua figura è costruita in maniera meravigliosa: le sue esclamazioni sono entrate nella storia del cinema, la sua cattiveria proverbiale sarà un modello per i futuri “istruttori severi” del grande e piccolo schermo. Indossa il cappello fino all’ultimo, come se per lui non ci fosse niente tranne l’esercito, come se il mondo iniziasse e finisse nella caserma. Non dubito che molti americani lo abbiano apprezzato senza badare minimamente all’ironia evidente che lo circonda. L’attore R. Lee Ermey è stato davvero un sergente istruttore, ha recitato sempre in ruoli simili, ma la sua figura è contraddittoria. Le proprie battute le ha scritte egli stesso, ciò farebbe pensare ad un atteggiamento critico sul sistema militare, ma è stato anche testimonial di armi, ed ancora oggi è legato all’esercito e si occupa di tenere alto il morale delle truppe impegnate in missioni di guerra.
“Qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani”.
Grande, grandissimo Kubrick, con un frase riassume più di mille testi sulla società americana: i neri sono gentaglia buona solo per lavorare, gli ebrei sono degli strozzini, gli italiani mafiosi, i messicani scansafatiche e sanguisughe. Molti americani nel loro cuore la pensano così, ma ora, in momento di guerra, tutti si devono unire, tutti devono lottare per la terra delle libertà, diritto che forse anche loro potranno conquistare un giorno, certamente lontano, ed ecco perché il soldato di colore “Biancaneve” si impegnerà al punto di diventare un graduato.
Joker” si fa subito riconoscere per il suo essere indisponente: prende in giro il sergente, indossa un distintivo con il simbolo della pace, vuole parlare anche delle stragi compiute dai soldati, ma il suo comandante/direttore cambierà le parole dei resoconti, affinché il messaggio arrivi più edulcorato (un po’ come le nostre guerre, alias “missioni di pace”)…
Ma perché diavolo combatte, allora?
Una risposta la darà lui stesso durante il film, e noi vi abbiamo intravisto un messaggio simile a quello di Ungaretti: ha compreso che l’identità non la si ottiene con la nascita, non la si trova camminando in società, ma nella guerra, nella comunanza delle sofferenze, salvo poi capire che tutto è male, il mondo è male, l’identità scoperta fa paura, come si svelerà nel finale, con un Joker che mai si sarebbe immaginato di arrivare a quel gesto.
Il soldato “Palla di lardo” è come il Candido di Voltaire, come Venerdì di Defoe, come il principe persiano di Montesquieu. Per lui tutto è positivo,  tutto è nuovo come potrebbe apparire ad un bambino innocente; non sapremo mai perché ha scelto i marines, forse costretto dalla famiglia desiderosa di trasformarlo in un duro, ma lui non lo è, neanche minimamente: all’inizio viene quasi strozzato dal sergente perché non riesce a smettere di sorridere (appunto, tutto gli sembra un gioco); viene fatto marciare con le braghe calate perché è troppo lento, è umiliato dato che non riesce a compiere gli esercizi nel percorso di guerra. Joker, nonostante il suo carattere, ottiene una promozione e gli viene affidato Palla di lardo, ma sembra che non ci sia niente da fare, come se da un momento all’altro potesse mollare tutto. Ad un certo punto Palla ruba del cibo, ma, una volta scoperto dal sergente, viene punita tutta la compagnia. Di notte i commilitoni organizzano una spedizione punitiva contro il reo, ed anche Joker non si esimerà dal colpirlo, a tratti con rabbia, quasi odiasse il suo gesto più del povero amico.
Da qui la svolta, Palla di lardo ha capito che nessuno lo aiuterà, comprende che deve farcela da solo e che la società è più cruda di quanto immaginasse. Lui era un candido, appunto, un ingenuo, un bambino con la mente plasmabile, ed ora può mettere in atto ciò che ha imparato attraverso l’imprinting della violenza:

In una scena memorabile (ripetuta decine di volte per far sfinire gli attori e renderli davvero allucinati) Palla di lardo si nasconde in bagno, carica il suo fucile di proiettili Full Metal Jacket, uccide il sergente, poi si toglie la vita a sua volta. L’obiettivo era la morte, era stato addestrato per procurarla: missione compiuta.

Il resto del film è un racconto del Vietnam da tutte le angolazioni negative: giornalismo militare falsato; uccisioni di civili; droga e violenza dilagante tra i soldati; disorganizzazione; follia alla Apocalipse now.
L’allegra musichetta finale segna ancora una volta una dicotomia, al pari di una precedentemente risposta data dal soldato Joker a un colonnello che gli chiedeva perché indossasse un elmetto con scritto “Born to kill” e contemporaneamente un distintivo con il simbolo  della pace: “Non saprei signore, io volevo fare solamente riferimento alla dualità dell’essere umano, l’ambiguità dell’uomo, una teoria Junghiana signore…”.
 La risposta del colonnello “Bisogna tenere duro figliolo, fin quando non passerà questa mania della pace”.
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Immediato ed enorme successo per Full Metal Jacket, nonostante il divieto per i minori di 18 anni.
Diverse nomination e pochi premi, abbiamo già visto come i film critici con la mentalità americana fossero “puniti” allora molto di più rispetto ad oggi.

sabato 23 luglio 2016

DIECI SCONVOLGENTI COLPI DI SCENA DELLA STORIA DEL CINEMA


Talvolta un articolo inizia proprio con una questione su...l'articolo (inteso come parte del discorso)!
Avremmo potuto chiamare questo post "I dieci sconvolgenti colpi di scena della storia del cinema", oppure "I più sconvolgenti...", ma sarebbe stato ingiusto.
La storia del grande schermo ci ha regalato tantissimi momenti di emozione improvvisa, sconvolgimento e sorpresa. Come poter scegliere le scene più sconvolgenti una volta per tutte?
Impossibile.
Ecco perché questo articolo è aperto ai vostri commenti ed ai vostri suggerimenti, dato che pensiamo di poterne realizzare diversi sullo stesso tema.
Nel frattempo, godetevi 10 colpi di scena che hanno segnato decisamente l'animo degli spettatori la prima volta che sono stati vista.
Nota piuttosto ovvia: ATTENZIONE SPOILER!


1) STAR WARS V: L'IMPERO COLPISCE ANCORA ["Io sono tuo padre"]

Il terribile Dart Fener sta cercando di sottomettere i ribelli al suo impero oscuro, nonostante la distruzione della morte nera, avvenuta tre anni prima. Qualcosa, però, ha segnato l'animo del malvagio; una strana sensazione provata poco prima che il giovane Luke lanciasse il razzo letale contro la sua gigantesca nave da guerra: ha avvertito una grande forza in quel ragazzo. Dopo una serie di eventi, tra i quali l'addestramento di Skywalker da parte del vecchio Yoda, alla fine i due avversari si trovano faccia a faccia. Fener stacca una mano a Luke, ma, invece di ucciderlo o imprigionarlo, gli chiede di unirsi a lui nel dominio della galassia. E tutto questo perché:
Dart Fener: Se tu solo conoscessi il potere del lato oscuro. Obi-Wan non ti ha mai detto cosa accadde a tuo padre!
Luke: Mi ha detto abbastanza: che sei stato tu ad ucciderlo!
Dart Fener: No, io sono tuo padre!

2) IL SESTO SENSO [Chi è il defunto?]

Il dottor Crowe ha perso la fiducia in se stesso dopo un brutto episodio. Un suo ex paziente gli ha sparato, rimproverandogli di non essere riuscito a curarlo dai propri problemi psichici anni prima. Otto mesi dopo l'accaduto, lo psichiatra si trova a dover affrontare un caso simile a quella dell'uomo che lo ha sparato, curando un bambino davvero particolare. Il dottore è convinto di poter così riscattarsi, recuperando anche il rapporto con la moglie, divenuto piuttosto freddo.
Nel corso dei suoi colloqui con Cole, però, si rende conto che non sono tutte fantasie quelle affermate dal piccolo: è davvero capace di vedere le persone morte. Crowe tenterà così di aiutarlo ad accettare il suo "dono", confidando nel fatto che, se questi spiriti vengono da lui, è per cercare una qualche sorta di aiuto. 
Alla fine riuscirà nel suo scopo.
Una volta tornato a casa dalla moglie, tuttavia, si renderà conto che in realtà egli stesso è un'anima in pena, rimasta sulla terra perché tormentata dal proprio fallimento personale che lo aveva condotto alla morte. In pochi attimi ci rendiamo conto come, attraverso un'abile regia, in realtà Corwe non abbia mai interagito con nessuno se non con Cole (l'unico a poterlo vedere) durante tutto il film.
 Il suo riscatto è stato quello di aver fatto in modo che un bambino non si trasformasse in folle, come invece era accaduto all'uomo che gli aveva mortalmente sparato all'inizio del film. 

3) IL PIANETA DELLE SCIMMIE [La scoperta del pianeta]

Tre astronauti sono stati ibernati ed inviati nello spazio alla ricerca di un nuovo mondo da ripopolare. Nel 3978 la loro navicella di schianta su un pianeta sconosciuto ed uno dei tre (una donna, in realtà) muore nell'impatto. Gli altri due vanno alla scoperta del pianeta, incontrando uomini primitivi e soprattutto terribili gorilla che in questo globo hanno il potere supremo, usando gli umani come schiavi. Uno dei due viene ucciso, mentre Georg Taylor è catturato dagli esseri scimmieschi. Scoprirà poi che costoro, insieme a scimpanzé e oranghi, formano una sorta di società preindustriale. Lo scienziato-orango Cornelius e la sua assistente-scimmia Zira cominciano a nutrire una sorta di ammirazione per quell'essere umano così evoluto, capace addirittura di parlare. I due lo aiuteranno a fuggire, conducendolo in una "zona proibita" nella quale Taylor potrà trovare importanti dati su quel pianeta e riuscire magari a provare la sua provenienza aliena, in modo da non essere considerato una minaccia da parte delle altre scimmie (che invece vorrebbero ucciderlo). L'uomo, però, scopre dei manufatti umani a lui familiari, comprendendo così come in un'epoca remota anche quel pianeta sia stato dominato dagli uomini. 
Nella sua fuga finale corre lungo la riva del mare, arrivando ad un certo punto dinnanzi ad un reperto archeologico sconvolgente: si tratta dei ruderi della Statua della Libertà.
« Voi uomini l'avete distrutta! Maledetti, maledetti per l'eternità, tutti! »
 La maledizione finale lanciata da George è rivolta ai suoi predecessori sulla Terra che, evidentemente, hanno messo fine all'era dell'uomo a causa di chissà quali orrori. Il suo viaggio è stato dunque nel tempo più che nello spazio, allontanandosi dalla Terra e ritornandoci millenni dopo, quando ormai nulla era più come prima...

p.s. Non guardate il remake del 2001, non ne vale davvero la pena. 

4) SEVEN [La sorpresa dell'ira]

Un misterioso assassino sta commettendo efferati omicidi, punendo con la pena del contrappasso dantesco uomini dediti ai sette peccati capitali: avarizia, gola, lussuria, superbia, accidia. Ne mancano ancora due, ma i detective Somerset e Mills contano di riuscire a catturarlo; una volta ci sono andati davvero vicini, però l'assassino è riuscito a fuggire, risparmiando anche in modo piuttosto strano lo stesso Mills. Tra i due indagatori i rapporti iniziali non erano stati dei più rosei, vista la differenza d'età, ma soprattutto considerato il loro opposto approccio al mondo. Somerset, più vecchio e prossimo alla pensione, è ormai disincantato e privo di speranza nel genere umano, mentre Mills crede ancora nel cambiamento. Quando ormai mancano solo due delitti (invidia ed ira), l'assassino incredibilmente si consegna alla polizia. Dopo una turbolenta trattativa afferma che darà una piena confessione e consegnerà i corpi degli ultimi due delitti, a patto che i detective lo accompagnino da soli in un luogo preciso.
Qui si consuma il dramma. Un corriere viene intercettato da Somerset, il quale scopre nel pacco la testa mozzata della moglie di Mills. Nello stesso momento il killer sta rivelando tutto al detective, compreso il fatto che la donna attendesse un bambino, cosa ignota al marito. Confessa di aver fatto tutto ciò perché invidioso della sua tranquilla vita ed infine lo invita ad ucciderlo, lasciandosi così condurre dall'ira. In pochi secondi concitati, nei quali ci viene mostrato anche il volto della donna immaginato da Mills, il detective (ottimamente interpretato da Brad Pitt) oscilla tra il rispetto della giustizia e la voglia di vendetta, cedendo infine a quest'ultima. 
Nella scena finale la voce fuori campo di Somerset chiude il film con questa frase: 
<<Hemingway una volta ha scritto: "Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso." Condivido la seconda parte>>. 

5) FIGHT CLUB [La potenza dell'inconscio]

E. Norton interpreta l’uomo moderno: alienato, stressato, psicologicamente debole. L’insonnia combattuta con serate nei circoli dei malati gravi o terminali, l’incapacità di rapportarsi con l’altro sesso, la perdita della casa, del nido, tutte queste cose portano alla scoperta (o conferma) che si è soli.
Non resta che chiedere aiuto allo  sconosciuto Tyler (B. Pitt) - incontrato su uno degli infiniti viaggi aerei per lavoro- trasferirsi nella sua baracca di periferia e  fondare un Club (prima cellula di molti altri) in cui sfogherà la propria repressione insieme a tutta la classe media che fa girare gli USA, con una violenza controllata da alcune semplici “regole”. Tyler va oltre: crea un piccolo esercito personale con l’obiettivo di far crollare le strutture economiche (quindi le sovrastrutture reali) della società, per tornare ad uno “stato di natura” dove gli adepti del Club saranno gli unici umani addestrati a sopravvivere, grazie alla loro mentalità degna del famoso '“Homo homini lupus”. In un’altra epoca il protagonista si sarebbe svegliato accorgendosi che è stato tutto un sogno: il finale invece non abbandona la sfera onirica, ma la proietta fuori da noi, nella realtà.
1999, Chuck Palahniuk, cinema, Film, Tyler è “soltanto” una proiezione mentale del protagonista. Veniamo a scoprire insieme al protagonista che il suo inconscio ha creato un alter ego infallibile con le donne, carismatico in gruppo, aggressivo nella vita. La battaglia finale, ovviamente, non ha nessuna speranza di vittoria. La nostra coscienza ci anticipa, ci precede, ci conosce in ogni azione o pensiero.
Nella scena finale si intravede il crollo dei grattacieli finanziari. 
Basta guardare agli eventi dei giorni nostri per capire come questa apocalisse sia tutt'altro che lontana, e chissà chi sopravviverà dopo...

6) THE OTHERS [Chi sono gli altri?]

Grace è una madre molto protettiva con i suoi due figli, forse fin troppo. A causa di una rara malattia da cui sono entrambi affetti, i bambini non possono entrare a contatto con la luce, ecco perché la donna di barricarsi in casa insieme a loro, non lasciandoli mai uscire. 
La casa è abitata anche da tre domestici e da oscure presenze, i misteriosi quattro "altri" a cui allude il titolo del film: un uomo, una donna, un bambino ed una signora anziana. Inquietanti album fotografici, apparizioni brevi e spaventose, strumenti che suonano da soli e tanto altro fanno temere che la casa sia davvero infestata. Nel frattempo anche i domestici sembrano comportarsi in modo strano, come se non volessero aiutare la donna a scoprire il mistero, anzi, sembrano ordire qualcosa alle sue spalle. Il ritorno del marito impegnato al fronte non migliora la situazione; dopo poco più di un giorno va via di nuovo, affermando di dover recarsi ancora sui campi di battaglia. 
In un finale lungo e concitato la donna prima scopre che delle tombe poste nel giardino sottostante riportano i nomi proprio dei tre domestici appena scacciati, quindi trova una foto che attesta la loro presenza lì ben sessanta anni prima. Fuggendo in soffitta per scappare a questi spettri, si trova nel bel mezzo di una seduta spiritica guidata dall'anziana signora con cui sua figlia aveva stabilito un rapporto particolare. Ma è a questo punto che tutto viene svelato: è proprio lei con i suoi due bambini ad infestare la casa, mentre la vecchia medium sta solo cercando di aiutare il piccolo Victor e i suoi genitori, loro sì esseri viventi. Grace rammenta di aver assassinato i suoi bambini in un raptus per poi dimenticare tutto all'improvviso, convinta che Dio le avesse dato una seconda personalità; anche il marito è morto, ma in battaglia, ecco perché appariva piuttosto confuso al suo arrivo. Alla fine i sei defunti, la famiglia più i domestici, tornano a vivere assieme, nel loro mondo sospeso tra la realtà e l'aldilà. 

7) PSYCHO  [La rivelazione della madre]

La storia sembra riprodurre una classica storia d'avventura, senza far presagire il magistrale orrore psicopatico nel quale sta per trascinare lo spettatore. 
Marion è una donna annoiata dalla sua banale vita, per cui tenta di cambiarla radicalmente con un furto ai danni del suo datore di lavoro. Si mette in fuga, ma è costretta presto a ripararsi in un isolato Motel a causa di un temporale. Qui lavora Norman Bates, un individuo piuttosto curioso che la fuggitiva sente spesso litigare con l'anziana madre, intravista seduta sulla sedia a dondolo al sua arrivo. L'albergatore sembra piuttosto gentile con l'ospite, ma alcune parole fanno comprendere quanto tormentata e sofferente sia in realtà la sua esistenza. Marion così si pente, decidendo di tornare alla normale, ma in fondo serena, vita. Mentre è sotto la doccia, però, viene aggredita da un'ombra con le sembianza di una anziana donna. 
Da qui partono le indagini per ritrovare Marion, portate avanti dalla sorella Lila, dall'amante Sam e da un detective privato assunto dall'imprenditore derubato. L'indagatore intuisce che Bates sa qualcosa, ma viene assassinato dalla stessa mano che aveva  trucidato Marion. 
Lila e Sam decidono di investigare per conto loro, fingendosi una coppia intenzionata a risiedere nel Motel. Scopriranno, però, che l'anziana donna in realtà non esiste, o meglio non è in vita. Norman ha mummificato il corpo della madre alla sua morte, impersonando anche il suo ruolo dal quale non riusciva a staccarsi. 

8) A BEAUTIFUL MIND [Dal genio alla follia]

Il film narra la vera storia del matematico John Nash, premio Nobel per l'economia nel 1994. Da sempre attratto dai numeri e quasi insofferente alle gabbi del sistema d'istruzione e di insegnamento, John è dotato di una personalità particolare; ha un solo amico, Charles, che sembra movimentare la sua vita altrimenti eccessivamente statica. Il suo carattere strano è  allo stesso tempo anche dolce, sopratutto dopo il matrimonio con Alicia. Il successo in ambito lavorativo arriva con l'elaborazione della "Teoria dell'Equilibrio di Nash", fondamentale in campo economico e non solo. 
Ad un certo punto, però, anche le forze di controspionaggio americano sembrano aver bisogno del suo aiuto.  Un certo agente Parcher gli assegna l'importantissimo compito di decifrare i messaggi in codice che alcune spie russe sul suolo americano si stanno scambiando per preparare un attentato atomico. Il doppio lavoro mina l'equilibrio mentale di Nash, e soltanto Charles, fattosi vivo insieme alla nipotina, sembra essere dalla sua parte. 
Ad un certo punto il matematico si vede braccato da un gruppo di spie nemiche, ma una volta catturato verrà svelata la realtà:  Charles, la nipotina e Parcher altro non sono se non un prodotto della sua mente, affetta da schizofrenia paranoica. La scoperta getta nello scompiglio il protagonista ed anche lo spettatore, convinti fino ad allora di aver assistito e vissuto una storia reale.  

9) THE GAME [Il risveglio dal gioco]

Nicholas Van Orton è un uomo d'affari tanto ricco quanto solo, rimasto praticamente chiuso in se stesso dopo il divorzio dalla moglie e costantemente ossessionato dal ricordo del suicidio paterno. Il fratello Conrad, come regalo di compleanno, gli dona la tessera d'iscrizione ad un misterioso club (CRS) che dovrebbe ravvivargli un po' la vita. Dopo una serie di esami fisici e psicologici piuttosto invasivi, alla fine Nicholas non viene accettato nel club. Da quel momento, però, la sua esistenza cambia in peggio. Problemi con il lavoro, guai giudiziari, e misteriose persone che sembrano voler assassinare lui ed una cameriera incontrata lungo la fuga sconvolgono la noiosa routine. Christine, la cameriera, dopo i primi momenti in cui lo ha aiutato, però, lo droga con un tè, consegnandolo così nelle mani dell'organizzazione misteriosa della quale evidentemente anche lei fa parte. 
Risvegliatosi in Messico, Nicholas decide di riprendersi la propria vita, rintracciando uno dei membri dell'organizzazione che altro non è se non un attore. Giunti alla sede della CRS, ritrova altri complici incontrati nelle precedenti disavventure, ed ovviamente la stessa Christine, che l'uomo prende in ostaggio portandola sul tetto dell'edificio. Qui la donna cerca di metterlo in guardia, avvisandolo che si tratta solamente di una macchinazione. Nicholas non le crede e così spara d'istinto quando viene aperta la porta sul tetto da quelli che pensa siano i soldati della CRS. In realtà si trattava di Conrad, colpito però al cuore dal fratello. In preda allo sconforto Nicholas si getta dall'edificio, scegliendo di suicidarsi come il padre.
Atterra però su un gigantesco materasso, nel bel mezzo di una festa in suo onore. Dopo qualche secondo di turbamento lo avvicina lo stesso Conrad, prima finitosi morto, il quale gli rivela che tutto ciò che è avvenuto era soltanto un elaborato gioco, messo in atto per far risvegliarle l'uomo dall'apatia prima che fosse troppo tardi. 

10) SHUTTER ISLAND [Chi è il vero folle?]

Teddy Daniels è un agente dell'Fbi mandato con un collega presso l'ospedale psichiatrico di Aschecliff, sull'isola di Shutter, per ritrovare una paziente svanita nel nulla (Rachel) . Il primario Cawley spiega che la donna era stata ricoverata dopo aver assassinato i figli, ed ora è convinta di vivere ancora sulla terra ferma nella propria casa. Le indagini si fanno sempre più complesse, sia per gli strani messaggi che Teddy trova nella cella della scomparsa, sia perché uno dei pazienti lo avvisa di stare in guardia, visto che su quell'isola vengono messi in atto degli strani esperimenti. Nel frattempo il protagonista è anche alla ricerca dell'uomo che anni prima ha incendiato la sua dimora, uccidendogli  moglie e figli; il piromane è ricoverato lì, ecco perché l'agente ha accettato questo strano caso. La storia si complica ancora di più quando scopare il collega Chuck, e quando viene ritrovata Rachel, la quale avvisa l'indagatore di essere un ex medico della struttura, fuggita dopo aver scoperto l'esistenza di esperimenti per il controllo mentale condotti lì.
Teddy le crede e riesce a stento a fuggire alle grinfie dei guardiani dell'isola, fuggendo al faro. Ma, proprio sul tetto dell'edificio, incontra il dottor Cawley, il quale gli svela tutta la verità: Teddy in realtà è un paziente, ricoverato dopo aver sparato alla moglie, la quale a sua volta aveva assassinato i loro tre figli; da quel momento l'uomo aveva costruito questa falsa identità di agente speciale per nascondere il rimorso. Il suo medico personale, ovvero il finto collega Chuck, ha avuto l'idea di inscenare questa storia per tentare di riportare alla realtà il paziente. Teddy sembra accettare questa idea, ma il giorno dopo alcune sue parole pronunciate al medico fanno capire come in realtà creda ancora di essere tenuto prigioniero per aver scoperto la storia degli esperimenti.
Viene così condannato alla lobotomia, alla quale si concede dopo aver chiesto a Chuck se lui preferirebbe "vivere da mostro o morire da uomo perbene", lasciando così medici e spettatori nel dubbio che in realtà sia guarito davvero, ma abbia scelto di lobotomizzarsi per non soffrire più.