giovedì 19 gennaio 2017

LE SEI FORME POSSIBILI DI GOVERNO SECONDO POLIBIO

LA VITA DI POLIBIO

Polibio nacque nel 200 a.C. circa a Megalopoli, (città peloponnesiaca fondata come avamposto contro Sparta dopo la battaglia di Leuttra del 371 a.C.) capitale dell’Arcadia,territorio appartenente alla Lega Achea, della quale il padre era stato stratega (succedendo a Filopemene, che era riuscito a mantenere una certa indipendenza per suoi territori grazie ad una rigorosa politica di neutralità tra Roma e la Macedonia) e, nel 169, lo stesso Polibio ricoprì l’importante ruolo di ipparco, ossia capo della cavalleria, secondo in grado nelle forze armate.
La vittoria romana a Pidna nel 167 a.C., contro i Macedoni, segnò un momento fondamentale per l’ascesa di Roma come prima potenza mondiale, processo che avrà la sua consacrazione nel 146, anno della distruzione di Cartagine.  Il territorio macedone fu diviso in quattro repubbliche e soltanto nel 148 divenne a tutti gli effetti provincia romana. Dure furono le condizioni imposte a coloro che avevano appoggiato Perseo,tra le quali spicca l’ordine di consegnare mille ostaggi, scelti tra i cittadini più illustri. Tra questi lo storico Polibio, che in quella circostanza iniziò il suo lungo periodo di “prigionia” a Roma che durò almeno un quindicennio.
Scelto, dunque, tra i mille ostaggi da consegnare all’Urbe, ottenne di risiedere proprio a Roma, ove potette studiare meglio quella società che aveva avversato da Acheo.
 Il favore conseguito presso l’importante famiglia degli Scipioni, tuttavia, gli permise d’intraprendere, già prima della liberazione, numerosi viaggi in Gallia,Spagna,Africa del nord (ove assisté alla caduta di Cartagine al seguito di Scipione l’Emiliano nel 146 a.C.). 

Polibio fu,dunque, tra i maggiori esponenti del “circolo degli Scipioni” e l’indiscusso valore riconosciutogli lo fece diventare il maestro di Scipione L’Emiliano. L’ingresso nel circolo permise allo storico greco di studiare le istituzioni,gli usi, la forza militare della Repubblica, che gli fecero abbandonare il classico atteggiamento diffidente degli intellettuali greci nei confronti della potenza romana, rendendolo uno dei massimi studiosi e ammiratori della grandezza di Roma e contribuendo alla crescita culturale e sociale dello stato stesso.
Il prestigio e la fiducia che ormai aveva conseguito presso i Romani fecero sì che, quando fu distrutta Corinto nel 146 a.C., gli fosse affidato il compito di provvedere all’assetto da dare alle città della Grecia: la sua funzione decisiva di mediatore, tra i suoi compatrioti e i vincitori romani, è testimoniata dalle numerose statue e iscrizioni che le diverse città greche gli dedicarono.
Probabilmente fu con Scipione anche in Spagna nel 133 a.C. a Numanzia, nuovo teatro di guerra.

La morte è da collocare intorno al 118-120 a.C. (quando ormai era tornato in patria insieme agli ostaggi ancora superstiti)in seguito, probabilmente, ad una caduta da cavallo.

LE STORIE: SEI FORME POSSIBILI DI GOVERNO

Polibio è dell’idea che le istituzioni, le forme di governo, gli stati siano soggetti a un mutare continuo e incessante che, seguendo un percorso determinato e certo, ricominci poi di nuovo in un processo infinito che ha in sé sia i caratteri del naturalismo (ogni corpo storico appassisce quasi come un essere vegetale), sia della circolarità (il processo di decadimento giunto al suo termine ricomincia dallo stesso punto in cui e iniziato e termina sempre allo stesso modo).
Polibio spiega come avvenga questa evoluzione e regressione continua dei governi nei capitoli che vanno dal V al IX del sesto libro. Da subito si evince da dove questa mutazione tragga la sua origine:

“Quando, per inondazioni, pestilenze, scarsità di raccolti o altre cause simili, il genere umano viene annientato (…) allora scompaiono insieme tutte le pratiche e le arti.” (Storie VI, , 5, 5). [1]

Abbiamo a che fare, dunque, con cause prevalentemente naturali le quali fanno sì che un determinato gruppo di uomini torni reiteratamente ( seppure a distanza di diverse generazioni) in una sorta di “stato di natura”, ove sia possibile ripercorrere da principio tutta la casistica possibile di forme di governo. A conferma di un’origine “biologica” c’è anche la considerazione che il successo dei superstiti più forti è riscontrabile anche nelle specie animali:

“Bisogna ritenere che questa sia opera genuina della natura, poiché la si può constatare anche nel caso di altre specie animali non guidate dalla ragione” (Storie VI, 5, 8)

Secondo Polibio le forme di governo che si susseguiranno saranno sei, caratterizzate da un’alternanza tra fioritura e decadenza che poi conduce ad un nuovo inizio.
Alla prima forma attribuisce il nome di monarchia, ossia il potere è attribuito e conquistato grazie alla “forza” da un singolo uomo, poi, quando gli uomini hanno constatato che oltre alla forza questo monarca è degno anche di rispetto e devozione, perché capace di assecondare i bisogni del popolo e risolverne i problemi, allora la monarchia aumenta la sua forza e appare inevitabile, dunque, che la carica regale e le altre connesse si assegnino per via ereditaria. Tuttavia i  discendenti dei regnanti, non dovendo più conquistare con la forza e le imprese questo potere, cominciano a deviare da quelli che sono stati i giusti costumi dei loro predecessori: 


“..poichè abbondanza permetteva loro di assecondare i propri desideri, cominciarono a portare abiti diversi dai sudditi, godere e disporre di cibi diversi e vari, avere abitudini e rapporti amorosi che non potevano essere contestati nemmeno da chi non vi si adattava (…) dalla regalità nacque la tirannia” (Storie VI, 7, 7-8).

La tirannia sorge come inevitabile e non è da escludersi che Polibio faccia riferimento anche alla storia romana in quest’analisi (cacciata dei Tarquinii ).
Contro la tirannia presero subito posizione gli uomini “nobili, magnanimi e coraggiosi”, poiché sono costoro che sopportano meno le “prevaricazioni dei capi”.( Storie VI, 7, 9). Questi uomini si misero a capo della rivolta contro il tiranno e, con la cacciata o l’uccisione dello stesso, termina questa fase politica.
Da qui nasce la forma di governo aristocratica:

“il popolo, infatti, per mostrare immediata riconoscenza a quelli che avevano abbattuto i monarchi, riconosceva in loro i capi e si affidava a loro” (Storie VI, 8, 2).

Nella ricostruzione storica di Polibio questa fase potrebbe corrispondere, nell’evoluzione dello stato romano, al periodo del Decemvirato. Tuttavia il radicale razionalismo di Polibio gli impedisce di vedere una conclusione diversa da quella toccata ai tiranni: come i loro figli, infatti, anche i figli degli aristocratici entrano in un processo di degenerazione dei costumi che conduce all’oligarchia.

“uccisi alcuni di questi (…) esiliato altri, [2]non osano darsi come capo un re (…) e, poiché resta solo intatta la speranza in se stessi, a questa si affidano.”(Storie VI, 9, 2-3)

Avviene così il passaggio alla democrazia, ma anche questa forma di governo non può resistere al passaggio delle generazioni: i figli di coloro che hanno combattuto e sono morti in nome della “libertà di parola” e “dell’uguaglianza” desiderano avere più del popolo, e ciò avviene soprattutto nel animo delle persone eminenti per ricchezza che  corrompono continuamente il popolo per assicurarsi maggiore potere. Avviene, così, che le masse desiderino sempre più doni e la democrazia si muta in “violenza e dominio della forza” (oclocrazia) .
In questo stato di barbarie la popolazione cerca di trovare uomini capaci porre rimedio alla situazione e così si ritorna di nuovo alla monarchia. In questo modo si completa e ricomincia, nello stesso tempo, “l’evoluzione ciclica delle costituzioni”.
Questo percorso circolare porta i diversi stati ad attraversare periodi di ascesa e declino, e quando avviene che due o più stati entrino in guerra tra loro, quello che si trova,in quel momento, con un ordinamento di tipo migliore, sarà lo stato che ne uscirà vincitore. 
Un esempio di questo fenomeno è riportato nel cinquantunesimo capitolo dove Polibio spiega che, sebbene lo stato cartaginese fosse ordinato secondo i caratteri di una costituzione “mista”, quando venne a scontrarsi con Roma si trovava in un momento in cui il popolo aveva ottenuto un potere prominente nel campo della politica estera, mentre a Roma questo potere era sotto il controllo del senato, e dato che 


“presso gli uni(Cartaginesi) deliberavano i più, presso gli altri i migliori,(…)le decisioni dei Romani in materia di affari pubblici erano più efficaci(…) alla fine prevalsero sui Cartaginesi nella guerra grazie alla bontà delle loro decisioni”. (Storie VI, 52, 9).


[1] Questa ipotesi, abbastanza comune  nella storiografia greca, si ritrova anche nel terzo libro delle Leggi di Platone.

[2] Dei Decemviri, Appio Claudio e Spurio Oppio si uccisero prima di una condanna sicura, gli altri si recarono in esilio (Livio, III, 58, 6-9).


N.B.: Testo estratto da una tesi di laurea. Tutti i diritti riservati. 





lunedì 16 gennaio 2017

FRONTESPIZI ANTICHI DI OPERE LETTERARIE ITALIANE

[Linkate altri frontespizi nei commenti al post, li aggiungeremo subito!]



Dante Alighieri; Divina Commedia




Giovanni Boccaccio; Decameron



Ludovico Ariosto; Orlando furioso



Torquato Tasso; Gerusalemme liberata







Carlo Goldoni; Commedie



Giordano Bruno; Candelaio



Alessandro Manzoni; I Promessi sposi

Carlo Gozzi; Opere


Galileo Galilei;Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo