mercoledì 24 maggio 2017

LE SETTE BANALITÀ TANTO AMATE DAI MINISTRI DELL'ISTRUZIONE


Negli ultimi anni abbiamo avuto dei ministri dell'Istruzione di vario tipo: pessimi, appena decenti, surreali, inadeguati, dignitosi. Tutti loro, chi più chi meno, si sono distinti per delle banalità scandite quasi come un mantra. Alcune di queste affermazioni, se trasformate in realtà, avrebbero contribuito certamente a migliorare il sistema scolastico italiano, tuttavia alle parole non sono seguiti praticamente mai i fatti; altre, invece, sono semplici sparate, buttate lì perché di moda, quasi come se il pronunciarle fosse un obbligo morale.
Ne abbiamo selezionate sette, dalle più datate alla più recenti.

1) “Più inglese, più lingue straniere”. Ok, è risaputo che noi italiani non primeggiamo nel mondo per la conoscenza della lingua inglese o per la padronanza delle seconde lingue in generale. Ecco perché molti Ministri dell’Istruzione ripetono spesso questa cantilena. Bene, ma dopo averla pronunciata cosa fanno? Nulla. Il sistema scolastico continua a far ripartire da zero gli studenti all'inizio di ogni ciclo, i metodi di insegnamento continuano ad essere basati più sulla conoscenza delle norme che sulla produzione scritta ed orale, le ore di lezione non aumentano ( in genere 3 alle superiori). L’ultimo punto è quello decisivo, ma va soppesato bene. Si deve aumentare il monte orario dell’inglese e delle lingue straniere, ma non a discapito di altre discipline. Sacrificare l’Italiano, ad esempio, sarebbe una scempiaggine, dato che carenze linguistiche nella prima lingua si riflettono anche sulle seconde: un popolo bilingue di semi-analfabeti  non credo sia il traguardo da raggiungere.

2) “Valorizziamo il nostro patrimonio artistico e culturale”. Questa è proprio una banalità. Bisogna essere politici poco originali per ripetere questa ovvietà appena eletti. Bisogna essere veri politici di razza per disattendere questo proclama subito dopo. Il nostro patrimonio artistico e culturale è messo al centro della scuola? No, punto. La Storia dell’arte, per esempio, è in agonia, eppure chiunque sa che siamo famosi in tutto il mondo soprattutto per le nostre bellezze artistiche. Oltre alla Storia dell’Arte si dovrebbe rimettere in moto anche il processo di sensibilizzazione e incentivazione alla produzione artistica. Non ci sono più le botteghe col “maestro”, lo sappiamo, ma perché non aprire le scuole di pomeriggio con laboratori e corsi di fotografia, restauro, moda e quanto altro? No, meglio trasformare gli Istituti d’Arte in Licei, sancendo il trionfo dell’astratta teoria su ogni applicazione pratica e omologando gli indirizzi in un pastone scarsamente qualificante.

3) “Ci vogliono più scienziati e meno umanisti”. Il senso è chiaro: il mondo complesso e ipertecnologico in cui viviamo richiede esperti di informatica, elettronica, ingegneria ecc. ecc. Poco spazio, dunque, per gli umanisti. Questo può essere forse vero in generale (ed il trionfo della materia sullo spirito non può che intristirmi), tuttavia non è detto che i due campi siano in contrasto tra loro. Nel passato non c’era alcuna distinzione tra scienza e cultura, ce lo dimostrano figure come quelle di Pitagora, Archimede, Leonardo, Galilei e così via. E comunque, proprio noi italiani, siamo certi di aver bisogno di un maggior numero di tecnici? Forse chi pronuncia simili banalità non ha studiato attentamente la nostra storia. Deve essere questo il nostro settore trainante? Di recente un mio amico laureato in Informatica mi ha reso partecipe di un suo pensiero: le conoscenze specifiche le ha apprese quasi tutte all’Università, per cui, tornando indietro, sceglierebbe il Classico al posto dello Scientifico, consapevole che gli studi filosofici, umanistici ed artistici lo avrebbe dotato di maggiori capacità di comprensione della realtà e di una più robusta base culturale, indispensabile per crescere umanamente, più che dal punto di vista lavorativo.

4) “La scuola di oggi deve essere più tecnologica” (un tempo “un computer in ogni aula”). Certo, ovvio, le innovazione contemporanee devono entrare anche nella scuola, rendendola più confortevole ed organizzata.
E' necessario prestare attenzione a due cose:
- Bisogna, innanzitutto, sistemare le scuole: renderle sicure, attrezzarle per i disabili, ristrutturare gli edifici, evitare doppi turni e carenze di aule, fare in modo che i servizi igienici siano sempre funzionanti, sopperire l’endemica carenza di materiali (dal cassino alle sedie), collegarle meglio con i centri abitati.
Fatto ciò portiamo pure la tecnologia nelle scuole, ma:
- Si considerino i bisogni didattici prima di tutto (studiare da un lettore e-book, ad esempio, non è come farlo da un libro); si eviti di complicare il lavoro del personale e dei docenti (ho sperimentato il registro elettronico ed ora come ora mi sembra soltanto un favore agli alunni per far si che si perda tempo); si faccia in modo che gli insegnanti siano formati  e non gettati allo sbaraglio (spesso le LIM sono un arredo e non uno strumento didattico).

5)  “Diamo spazio agli insegnanti giovani e meritevoli ”. 
Frase di moda, decisamente, ormai la gioventù è invocata da tutti ed in tutti i campi. Certo, nulla dice che i giovani debbano per forza essere migliori delle vecchie generazioni, però nella scuola la necessità del ricambio si è fatta ormai pressante. Gli insegnanti anziani avranno di certo più esperienza, tuttavia scontano alcuni deficit: prima di tutto fisici, dato che i giovani d’oggi sono di certo più irrequieti ed insubordinati rispetto alle passate generazioni; in secondo luogo i vecchi prof hanno delle ovvie carenze informatiche, e di certo costa meno formare un giovane cresciuto nella tecnologia che far aggiornare un sessantenne; nelle mie materie (Italiano e Storia) i colleghi più anziani non hanno studiato la Linguistica, ed inoltre sono stati istruiti con programmi di Storia e Letteratura superati, ecco perché spesso si fermano alla Seconda guerra mondiale ed al Neorealismo; gli insegnanti di qualche generazione fa, inoltre, supportavano con tecniche implicite le carenze formative nel campo della pedagogia (e lo facevano ottimamente), mentre oggi la platea studentesca massificata e stordita dai nuovi media ha bisogna di professionalità dotate di approcci precisi e meditati. Chiariamo subito una cosa, nutro un profondo rispetto per i colleghi più esperti, ed infatti credo siano loro stessi a desiderare una pensione meritata da raggiungere il prima possibile; hanno dato tutto, in tempi di imbarbarimento culturale, ora devono godersi il giusto riposo.
Quindi sono d’accordo con questa frase? Certo, ed infatti la banalità ancora una volta è nella sua applicazione. Per fare un esempio, gli ultimi due concorsi per il ruolo risalgono al 2013 e al...1999! Ricordiamo, inoltre, che il concorso indetto da Profumo era precluso ai laureati dopo il 2003, clausola ridicola e palesemente incostituzionale. Per quanto riguarda le abilitazioni la situazione non è di certo migliore: le SSIS, bloccate nel 2008, sono tornate sotto il nome di Tfa soltanto nel 2012; la dura selezione ed un intenso corso assicuravano meritocrazia e preparazione, ma una ennesima, vergognosa sanatoria ha rimesso in gioco tutti i bocciati [clicca qui per leggere la storia].
Insomma, a parole tutti vogliono aprire la scuola alle nuove generazioni di insegnanti; ma nei fatti, come sempre, si procede in direzione ostinata e contraria.

6) “Bisogna partire dalla scuola per […]”.
Dopo i puntini sospensivi è stato detto di tutto e da tutti.
Partire dalla scuola per la legalità; però se un docente pretende il rispetto delle regole viene ripreso, senza contare l’assassinio dell’Educazione Civica.
Partire dalla scuola per ridare prestigio all'Italia; però gli insegnanti nostrani sono i meno rispettati dagli studenti, per colpa dei genitori accondiscendenti e della classe politica che ha svilito questo fondamentale ruolo.
Partire dalla scuola per ridar vita al patrimonio culturale locale; però i programmi ministeriali restano dei Moloch intoccabili e l’autonomia scolastica passa per contorte strade.
Partire dalla scuola per far sì che gli italiani colmino il gap linguistico (vedi punto 1), scientifico (vedi punto 2) e valorizzino il proprio patrimonio nazionale (vedi punto 3).
Partire dalla scuola per… “ educazione alla salute”, “uscire dalla crisi”, “buona politica” e così via; le banalità si sprecano e sprofondano la scuola in un perverso vortice di richieste non supportate, però, da adeguata considerazione e necessari finanziamenti.

7) “Abbreviamo le superiori di un anno”. 
La più recente delle banalità, formulata così bene da sembrare addirittura un’idea positiva.
Ridurre di un anno le superiori, secondo i sostenitori della tesi, permetterebbe ai giovani di affacciarsi al mondo del lavoro in anticipo; si, ma, quale lavoro?
 Un ulteriore vantaggio sarebbe quello di far iniziare l’università un anno prima, ottenendo così laureati più giovani. Ma con quali conoscenze approderebbero nel mondo accademico i diplomati? Non basta, infatti, ridurre a quadro anni gli istituti secondari di secondo grado (strizzando in meno tempo programmi già tiratissimi come quello di Storia e di Matematica) ma si dovrebbe riorganizzare tutto il percorso scolastico, a partire dalle elementari. I tecnici del Ministero hanno pensato a come farlo? O puntano solo al risparmi senza badare alla didattica?
L’idea è stata rilanciata anche dalla moglie di Enrico Letta sulle pagine del Corriere della sera, con il preciso obiettivo di risparmiare qualche miliardo all'anno. Bene, anche togliere i finanziamenti pubblici all'editoria, però, sarebbe un'idea più che valida;e magari alcuni giornalisti non troverebbero più spazio.

giovedì 18 maggio 2017

ERNESTO: LO "SCANDALOSO" ROMANZO DI UMBERTO SABA

Ideazione, stesura, titolo

Ernesto è un romanzo incompiuto, parzialmente autobiografico, pubblicato postumo nel 1975. L’opera ebbe una lunga gestazione dovuta soprattutto all’incertezza dell’autore sulla materia da affidare a queste pagine.
 Saba inizia a scrivere il libro nei primi mesi del ’53, in un periodo in cui prende forma la Prefazione a Poesia dell’adolescenza,sezione poetica in cui è spinta ai massimi livelli l’indagine sulla propria infanzia. La prima sezione del Canzoniere, tuttavia,  è vittima di una sorta di «relativa e ormai cristallizzata indeformabilità»[1] per cui, nonostante i numerosi rimaneggiamenti subiti,queste poesie non riescono a svolgere a pieno il loro compito di introduzione alla raccolta.  Ecco, dunque, che Saba decide di giocare la partita a carte scoperte in prosa.
Da numerosi riferimenti presenti nell’Epistolario possiamo affermare con certezza che l’idea di un romanzo fosse nata molti anni prima del ‘53, anche se la struttura del futuro lavoro cambia spesso forma e i riferimenti all’opera sono indiretti e contraddittori, ma ripetutamente si accenna spesso ad un «ultimo libro». 
L’autore trova la forza di mettere in pratica il suo progetto  durante un periodo di cura presso una clinica romana, luogo che gli offre la giusta serenità e protezione dal mondo esterno e lo rende particolarmente euforico; si sente finalmente deciso ad affrontare una materia così delicata e a lungo rimandata.
I primi tre capitoli vengono scritti velocissimamente (in meno di un mese), gli altri due saranno aggiunti solo dopo il ritorno a Trieste e con sempre maggiore fatica a causa della scomparsa di quella parentesi serena creatasi a Roma. Il 31 agosto del ’53 Linuccia Saba scrive a Carlo Levi

Papà non vuole continuare il libro: dice che non ce la fa, che non può parlare di Ilio e lo vuol troncare. E questo sarà un doppio disastro: primo perché il libro così incompiuto è brutto, secondo perché papà avrà una crisi di nervi peggiore della altre. (p. 1298)

La stessa inconcludenza accompagnerà la sorte di Favole e Apologhi, a cui Saba stava lavorando in quello stesso periodo, che  sarebbe dovuto diventare l’epilogo del Canzoniere e attraverso il quale l’autore doveva «consegnare il frutto ultimo degli insegnamenti di una vita».[2]
L’incertezza accompagnò anche la scelta del titolo: secondo l’analisi di Davide De Camilli[3] inizialmente Saba aveva pensato a Un mese o Un anno ( sarebbe dipeso dall’arco di tempo abbracciato nella narrazione) o anche Intimità (ma forse sarebbe stata troppo evidente la carica autoreferenziale).  La scelta, sempre secondo De Camilli, cadde sul nome Ernesto che può essere considerato un acronimo dei vari pseudonimi dell’autore: la sillaba “er” e la conclusione “to” da Umberto, “ne” da Odone (protagonista della Gallina), la “s” da Saba. Dal Dizionario dei nomi Utet è possibile ripercorrerne la tradizione letteraria: Tasso, Tassoni, Marino, Goldoni, Verga, De Amicis e infine in Wilde con L’importanza di chiamarsi Ernesto, opera teatrale che gioca sulla simile pronuncia del nome “Ernest” e dell’aggettivo “earnest”, traducibile in italiano con “sincero”, “onesto” (nella nostra lingua il nome “Franco” ha le medesime qualità di aggettivo) che potrebbe essere attribuito anche al protagonista del romanzo incompiuto di Saba e al suo autore che trova il coraggio di affrontare temi a lungo taciuti. 


La struttura: le cinque tappe

Ogni capitolo presenta un momento decisivo per lo sviluppo della personalità del giovane: esperienza omosessuale, esperienza eterosessuale, prima rasatura, confessione alla madre, nascita della vocazione artistica. 

Tutto è rivolto alla conclusione, alla confessione, come se il rito iniziatico non potesse fare a meno della sua divulgazione, come se la libertà si potesse acquisire solamente enunciando i propri segreti. La funzione catartica della letteratura è spinta alle massime possibilità.
Il primo capitolo si apre con un’autocitazione:

Mi piacerebbe, adesso che sono vecchio,
dipingere, con tranquilla innocenza, il
mondo meraviglioso.
Da Il bianco immacolato Signore,
in Ricordi-Racconti.

In effetti in queste pagine Saba rievocherà il suo mondo infantile, ma, seppur vero che la digressione incomincia in un periodo di relativa serenità, l’opera sarà tutt’altro che una rievocazione di cose “meravigliose”.
In questo primo episodio, dunque, il giovane Ernesto, praticante di commercio in una ditta di compravendita di farina, dialoga serratamente con suo collega di lavoro, più grande di lui, arrivando ad un rapporto di confidenza molto intimo. Le reminescenze autobiografiche sono frequenti, dall’ammissione di non aver mai conosciuto il padre, alla confessione del rapporto difficile instaurato con la madre. Il giorno dopo si consumerà il primo rapporto omosessuale della sua vita.
Nel successivo episodio si avverte subito l’insofferenza di Ernesto per quell’uomo.

Forse il povero ragazzo non aveva trovato in quella relazione quel po’ di protezione paterna, che egli, rimasto più bambino della sua età e virtualmente senza padre (lo zio tutore contava solo per le sberle e il fiorino settimanale)  inconsciamente cercava. (537)

Per prima cosa gli rimprovera la confidenza eccessiva, l’uso del “tu”, anche se ciò avviene soltanto quando sono soli. In seguito, dopo che Ernesto si era assentato per sette giorni dal lavoro a causa di una febbre intestinale, l’uomo va a fargli visita, ma è costretto a subire le allusioni e le battute del ragazzo, sprezzante della presenza della madre in casa. Infastidito dalla reazione dell’uomo decide di troncare quella relazione che ormai gli procurava soltanto noia, se non addirittura fastidio.
Alla fine del capitolo Ernesto racconta all’uomo della sua balia e degli anni felici trascorsi con lei. Questa figura, tanto cara a Saba, è una delle poche femminili ad essere presente nell’opera in maniera positiva: la sua presenza è a metà tra quella di una madre e quella di una donna da conquistare, ma di queste due incarna solo gli aspetti positivi.

«Anche una baia el gà?» chiese l’uomo.
«Certo che la gò; e ghe voio anche ben. No son miga el solo a volerghe ben alla sua balia. Ghe sé un grande poeta (el se ciama d’Annunzio) che vivi ancora e che gaveva anche lui una baia. Adesso el devi esser vecio; ma ehe gà scrito lo stesso una poesia. El la gà intitolada Alla mia nutrice. […] Fino ai quattro-cinque ani son visudo in casa della mia baia, in campagna. Prima, mia mama gaveva perso, per i dispiaceri, el late. (p. 551)

La sezione del Canzoniere Il piccolo Berto è quella dove maggiormente viene ricordata la figura della balia, come nella prima delle Tre poesie alla mia balia:


Al seno
approdo di colei che Berto ancora
mi chiama, al primo, all’amoroso seno,
ai verdi paradisi dell’infanzia.[4]

Nella terza poesia è evidente come il distacco da questa donna abbia segnato profondamente la personalità dell’uomo, incapace di dimenticarla anche dopo quaranta anni. La spezzatura tra “Umberto” e “Saba” è il sigillo della sua personalità ancora tormentata.

                                                        Il bimbo
è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto
di molti beni e molti mali. È Umberto
Saba quel bimbo. E va, di pace in cerca,
a conversare colla sua nutrice;
che anch’ella fu di lasciarlo infelice,
non volontaria lo lasciava. Il mondo
fu a lui sospetto d’allora, fu sempre
(o tale almeno gli parve) nemico.[5]

 La madre non fu mai in grado di conquistarsi un simile affetto, forse perché, come si capirà meglio nel quarto capitolo, costretta ad assumere i tratti severi e censori della figura paterna, abbandonando ogni dolcezza materna.
Nel terzo episodio sono rievocate altri due eventi iniziatici: il taglio della barba e la prima esperienza eterosessuale.
Il primo dei due avviene quasi per caso, dopo che Ernesto si è fatto tagliare i capelli da Bernardo (tra l’altro questo “rito” è indicato da Freud, nell’opera Totem e Tabù, come un equivalente simbolico della circoncisione), barbiere di fiducia e, secondo la malelingue, padre dello stesso giovane. È subito evidente come il taglio della barba abbia gettato il giovane nella tristezza:

Ernesto finalmente fu lasciato libero e si alzò. Nessuno si accorse che aveva le lacrime agli occhi. […] Un lieve venticello che si era alzato dal mare rendeva più molesta la sensazione di freddo che Ernesto provava al collo e alle guance.  Gli pareva di essere rimasto nudo, e non vedeva l’ora di essere a casa. Sperava – pur sapendo che la sua speranza era vana – che sua madre avrebbe saputo confortarlo. (561)

La rasatura (improvvisa, «a tradimento» dirà alla madre) è il segno della crescita, sigilla l’abbandono dell’età puerile, l’età dell’innocenza e già alla fine del secondo capitolo si era rammaricato dell’imminente compimento dei diciassette anni. Ernesto è come agitato da un pensiero, dal rimorso di aver concesso la sua prima esperienza sessuale ad un uomo, proprio alla soglia dell’età adulta. Pensa agli amici che hanno avuto un’esperienza eterosessuale prima di lui e si convince all’improvviso, spinto dalle pulsioni dell’inconscio più che dal ragionamento:

«Se mi sverginassi, oggi, adesso, subito!» fu la conclusione a cui giunsero le meditazioni e le melanconie di Ernesto. (p. 563)

Decide di andare da una donna che esercitava il mestiere da sola nella Città Vecchia, quartiere popolato da prostitute e vagabondi, ma tutt’altro che negativo per Saba. Nella raccolta Trieste e una donna una poesia intitolata proprio Città vecchia testimonia l’amore per questo luogo in cui il poeta si sente davvero vivo.

Spesso,per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale,e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo,passando,l’infinito
 nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio,il vecchio
che bestemmia,la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
 la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me,il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.[6]

Il rapporto con la prostituta si consuma tra gli imbarazzi ed i pensieri del giovane. Torna continuamente alla mente di Ernesto la figura della balia.

[…] Era un odore di biancheria nuova, appena tagliata; lo stesso che gli piaceva tanto nella casa della sua balia. […] non aveva la licenza (come forse non l’aveva la donna da cui era salito Ernesto.
[…]Evidentemente, la donna era una slovena del Territorio. Era un’altra somiglianza tra lei e la balia di Ernesto: queste coincidenze accrescevano, forse, il suo imbarazzo. (p. 568)


Uscito dalla casa della donna cerca subito una fontanella dove bere, ma ne trova soltanto una affollata da molte donne in fila per fare provvista d’acqua. Una di queste invita le altre a farlo passare avanti, dicendo: «Ma lassé dunque bever sto povero fio de mama. No vedè che el mori de sede?». Una simile frase era stata pronunciata poco prima dalla prostituta e, sommando questo pensiero alle risate della ragazze presenti, Ernesto si sente profondamente agitato, turbato, quasi come se fosse stato scoperto.
Alla fine del terzo capitolo, dunque, il giovane Ernesto ha già avuto un’esperienza omosessuale ed una eterosessuale. Il giovane sembra perdersi alla ricerca della sua vera identità, sospeso in una condizione di bisessualità “innocente”, indotta non dalla spregiudicatezza del fanciullo, ma dalla sua incapacità a decidere, quasi come se questa condizione fosse propria dell’adolescenza, originaria di ogni individuo fino alla pubertà. «All’inizio sono tutti bisessuali […] può avvenire che più tardi loro stessi favoriscano attivamente la propria formazione unilaterale verso un sesso». Questa citazione potrebbe appartenere al romanzo incompiuto, invece è propria del “cattivo maestro” di Saba, Otto Weininger, che abbiamo visto influenzare le raccolte narrative dell’autore triestino, Ebrei e L’eterna lite. Le coincidenze tra il romanzo e l’opera Sesso e carattere non finiscono qui: «lo studioso austriaco riconosce l’esistenza soltanto di due tipi di donna, la madre e la donna  prostituta, e una madre e una prostituta sono le uniche due donne che compaiono nel romanzo»[7]
Il quarto episodio è quello della confessione alla madre. Ernesto si licenzia dal suo impiego con una lettera rovente indirizzata al suo principale, il signor Wilder,  facendo in modo che costui la leggesse in sua presenza, quasi per ricevere la soddisfazione di essere cacciato di persona.
Tornato a casa confessa alla madre questo ultimo avvenimento, gettando la donna nello sconforto e nella delusione, quasi il figlio rappresentasse un secondo fallimento dopo il marito. La signora Celestina si reca subito dall’ex principale e riesce a convincerlo a riassumere il figlio. Tornata a casa, però, Ernesto si infuria con lei:

Ce l’aveva anche (a torto; lo riconosceva) con sua madre: questa non poteva infatti indovinare la “vera causa” per cui si era fatto mandar via dal signor Wilder. […] Infatti, anche se fosse andato in ufficio la sola mattina, si sarebbe ugualmente incontrato con l’uomo. Come dirlo a sua madre? Come farglielo capire? (p. 604-605)

In maniera contorta e confusa riesce a confessarle la relazione omosessuale, cui seguirà la reazione della madre prima indignata (lo chiamerà anche «assassino, peggio di tuo…», poi rabbiosa nei confronti dell’uomo, infine «La signora Celestina (e fu un miracolo) capì, questa volta, che suo figlio aveva più bisogno di essere consolato che rimproverato».  Abbiamo osservato la ricorrenza, nel Canzoniere, dell’appellativo «assassino» che anche in questo romanzo la donna rivolge al marito, ma è possibile stabilire ancora una volta un collegamento tra Saba e Nietzsche che, in un suo aforisma, si sofferma sulla possibilità che tutti siano potenzialmente “colpevoli”.

L’«assassino», che noi condanniamo, è un fantasma: «L’uomo che è capace di un assassinio». Ma di ciò siamo capaci tutti.[8]

 Ernesto concluderà la confessione con il racconto dell’incontro con la prostituta, cosa che aumenterà ancora di più il dolore della donna, mentre il giovane sperava che questo secondo episodio potesse pareggiare il primo annullandone la negatività.  Nonostante la sincera confessione sia finalmente avvenuta non si può fare a meno di notare come il rapporto madre-figlio risulti ormai definitivamente compromesso; ad un certo punto la donna sembra più intenzionata ad assicurarsi che nessuno venga a sapere delle esperienze del figlio piuttosto che preoccuparsi dell’effetto che queste potrebbero aver avuto su di lui. In qualche modo è come se, a causa della mancanza di una figura paterna, ella «non riuscisse a svolgere il suo ruolo naturale di mediatrice tra padre e figlio»[9], ma è costretta ad assumere il doppio ruolo di padre e madre: è la donna a rappresentare il principio di autorità che di solito spetta all’uomo, e il fanciullo si trova costretto a cercare figure affettive “materne” altrove: nell’uomo con cui ha avuto l’esperienza omosessuale, che all’inizio lo tratta con molto affetto; nel barbiere Bernardo, tanto protettivo nei suoi confronti come se avesse capito lo stato d’animo del giovane dopo la prima rasatura; nella prostituta, che si prende cura di lui con tenerezza prima e dopo il rapporto.
Nella Quasi conclusione (scritta nel 1953), che precede l’ultimo capitolo, l’autore motiva la scelta di interrompere l’opera affermando di sentirsi troppo vecchio per portare avanti il lavoro, rimarcando le sue precarie condizioni di salute, rammaricandosi della perdita del dolce ambiente romano. Certo queste spiegazioni hanno un fondamento, ma non si può fare a meno di osservare come l’opera appaia esauriente già dopo solo cinque capitoli, abbondantemente sufficienti a delineare lo sviluppo interpersonale del giovane e dello stesso autore. Spesso Saba confessò la sua paura che l’opera si allargasse a dismisura inglobando ed “uccidendo” lo stesso Canzoniere ed il timore è perfettamente giustificato. La conclusione dell’Ernesto, infatti, collima perfettamente con l’inizio della raccolta poetica (Poesie dell’adolescenza che, non a caso, Saba passerà in rassegna nello stesso ’53)  e un eventuale proseguimento del libro avrebbe rischiato di sovrapporsi, forse fatalmente, alle liriche. La prosa fornisce così la possibilità di integrare le poesie dell’adolescenza, ma anche di andare oltre la loro cristallizzazione, di trattare la materia in modo più preciso.
L’interruzione è motivata, inoltre, dal timore dell’autore di andare troppo avanti con la confessione, svelando particolari “proibiti”. Nell’ultimo capitolo compare Ilio, un giovane studente di violino. La presenza del fanciullo non può essere giustificata dalla voglia di sperimentare ancora le curiosità della vita, non può essere considerata un ulteriore surrogato di padre (dopo “l’uomo”, il padrone, lo zio, il barbiere). La passione per questo giovane non è giustificabile con la voglia di sperimentare nuove emozioni: è una scelta quasi matura, ragionata, e allora Saba decise di sopprimere Ernesto e le sue “colpe”.
In questo quinto episodio torna a fare capolino un altro dei tre “maestri” che da sempre hanno influenzato la scrittura dell’autore: si tratta del Nietzsche della Nascita della tragedia, a metà tra apollineo e dionisiaco così come si presenta la figura di Ilio.
La figura del giovane Ilio è molto simile a quella di Glauco,  amico di infanzia del poeta, presente nella raccolta Cuor morituro, ma soprattutto, protagonista di un’omonima poesia della raccolta Poesie dell’adolescenza e giovanili:

Glauco, un fanciullo dalla chioma bionda,
dal bel vestito di marinaretto,
e dall’occhio sereno, con gioconda
voce mi disse, nel natìo dialetto:

“Umberto, ma perché senza un diletto
tu consumi la vita, e par nasconda
un dolore o un mistero ogni tuo detto?
Perché non vieni con me sulla sponda

Del mare, che in sue azzurre onde c’invita?
Qual è il pensiero che non dici, ascoso,
e che da noi, così a un tratto, t’invola?

Tu non sai come sia dolce la vita
Agli amici che fuggi, e come vola
A me il mio tempo, allegro e immaginoso.[10]


Lingua e stile

Saba riteneva l’opera impubblicabile a causa degli estremismi linguistici della stessa perfettamente accordati allo scandalo tematico (lo sviluppo della persona era in primo luogo quello sessuale, più nello specifico omosessuale). Già al termine della stesura del primo episodio cominciarono a sorgere dei dubbi nell’animo dell’autore come appare chiaramente in una lettera a Lina del 30 maggio 1953 scritta dalla clinica romana in cui era ricoverato.

Tutte le persone alle quali l’ho letto […] dicono che è la cosa più bella che io abbia scritto. (Anche io credo.) Disgraziatamente, è impubblicabile: per una questione di linguaggio. […] la non pubblicabilità del racconto non sta tanto nei fatti narrati quanto nel linguaggio che parlano i personaggi. E tutta la novità, tutta l’arte, tutto lo stile del racconto (che potrebbe fermarsi a questo primo episodio) sta proprio qui. (p. 1292)


Da un punto di vista lessicale, dunque, non ci sono giri di parole o reticenze, ma le cose sono definite in maniera precisa, quasi cruda, come solo una confessione sincera può essere:

«Mettermelo in culo» disse, con tranquilla innocenza, Ernesto.
[…]
Con quella frase netta e precisa, il ragazzo rivelava, senza saperlo, quello che, molti anni più tardi, dopo molte esperienze e molto dolore, sarebbe stato il suo “stile”: quel giungere al cuore delle cose, al centro arroventato della vita, superando reticenze ed inibizioni, senza perifrasi e giri inutili di parole. (525)

I lessemi utilizzati non si nascondono dietro perifrasi, ma conservano tutta la loro forza d’urto e la capacità di creare scandalo in una tradizione letteraria satura di reticenze. E ciò non avviene soltanto in prosa, ma anche nelle poesie di Saba, nelle quali il lessico dei sentimenti non è trattato con cautela o eufemismi. D’altronde lo stesso autore diede conferma di ciò in Amai:

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che non mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.[11]

Saba porta a termine quella ricerca di un linguaggio preciso e netto che aveva iniziato decenni prima. La sua particolarità sta nell’aver trovato questo linguaggio incisivo facendo un ulteriore passo indietro, mettendo su carta la sua “preistoria”, gli avvenimenti della sua vita precedenti alla scoperta della vocazione artistica. In una lettera a Vittorio Sereni del 22 febbraio 1948 si accenna ad un libro che avrà un impatto rivoluzionario, soprattutto dal punto di vista stilistico, sia nel panorama culturale nazionale sia per la sua personale storia letteraria.

La spiegazione, il chiarimento – attraverso lo stile – della crisi che imperversava; un passo ancora al di là delle Scorciatoie. (p. 1293)

L’Ernesto è redatto in italiano per quel che concerne le descrizioni e le narrazioni, mentre la lingua dei dialoghi è il triestino.

[…] Questo dialogo (che riporto, come i seguenti, in dialetto; un dialetto un po’ ammorbidito e con l’ortografia il più possibile italianizzata, nella speranza che il lettore – se questo racconto avrà mai un lettore – possa tradurlo da sé) si svolgeva a Trieste, negli ultimissimi anni dell’Ottocento. (p. 516)

 Saba, quando parlava di impubblicabilità del romanzo, non si riferiva all’eventuale difficoltà che i parlanti non dialettofoni avrebbero avuto, ma, come abbiamo detto, alla scelta di definire le cose in maniera fin troppo esplicita. 
L’italiano è sempre stata la lingua letteraria della penisola, il codice alto della nostra cultura, e allora ecco che il dialetto poté svolgere la funzione di veicolare le tematiche più “basse”, proprio perché lingua materna dotata di maggiore naturalezza. Non c’è nessuna reticenza, quindi, nella scelta di voler utilizzare il triestino, sia perché la forma utilizzata è più vicina a quella di un italiano regionale (in generale il dialetto è ammorbidito, italianizzato ortograficamente) , sia perché i termini più difficili sono tradotti in italiano. Al massimo questo codice può aver offerto la possibilità di diluire il messaggio scabroso, poiché appariva  lontano alla maggior parte dei lettori.
Il dialetto, dunque, rappresenta un ritorno alle origini, offre la possibilità di riconquistare l’innocenza perduta nominando e delineando le cose tramite la forma originaria. Se l’italiano ha il compito di veicolare le spiegazioni della storia e il lato razionale di essa, al dialetto spetta il compito di formulare le emozioni, ma senza mai andare troppo oltre. L’autore sembra intenzionato a riprodurre la cadenza triestina più che la gergalità pura. 

La presenza del dialetto è già innovativa di per sé, non c’è bisogno di doverlo spingere all’estremo: lo stile, infatti, non è turbato dalla presenza del vernacolo, ma è “movimentato” grazie alla fitta presenza di parentesi, trattini, virgolette, pause, spezzature del discorso, inversioni e anticipazioni :

- Iddio castiga,- disse allora, diventato, per una volta tanto, ipocrita, Ernesto, che aveva perduta di colpo la fede, il primo giorno che s’era, sul consiglio esempio del cugino corruttore, masturbato.
[…]
Il quale [Stefano] – non c’è persona, per quanto arida, che non abbia, qualche volta, uno slancio generoso – pensò, per un momento, di corrergli dietro e di stringergli, per comunanza d’età, la mano.

 Oltre a queste due lingue è utile soffermarsi sulla presenza di una terza: il tedesco. La lingua germanica è utilizzata non attraverso i calchi tipici della prosa sveviana, ma è presente con formule cristallizzate, stereotipate, e Saba la traduce in ogni occasione. La lingua dei dominatori è rievocata solo come struttura, come forma ormai scissa da ogni significato di potenza, come scarto linguistico.
Nel dodicesimo sonetto di Autobiografia (1924) Saba dà un definizione della raccolta Trieste e una donna:

12
[…]
Trieste è la città, la donna è Lina,
per cui scrissi il mio libro di più ardita
sincerità; ne dalla sua fu fin’
ad oggi mai l’anima mia partita.[12]

Senza nulla togliere a questa considerazione, che comunque resta valida per quanto riguarda il Canzoniere, non c’è dubbio che con l’Ernesto si sia spinto oltre sul versante tematico dell’onestà e su quello stilistico della forma arida e diretta. Ha raggiunto in prosa quei traguardi che, forse, non poteva conseguire in poesia.
L’audacia linguistica va di pari passo con l’architettura formale del libro, completamente diversa da un romanzo di formazione ottocentesco, «mirante a cogliere i rapporti di causa effetto nelle reazioni sentimentali tra i personaggi»[13], ma nell’Ernesto tutto si svolge all’interno del protagonista, e sono semmai i suoi turbamenti psicologici ad avere un’ influenza sul mondo esterno e non viceversa. Di ottocentesco c’è solo la «scelta distanziante della terza persona come mediatrice del racconto»[14].
La sincerità del discorso risponde ad un bisogno fondamentale dell’autore: essere compreso, condiviso e assolto, entrare in contatto diretto con il lettore ed infatti “coerente con questo sviluppo è una parte sostanziale delle esperienze biografiche e di quelle letterarie di Saba”.[15]
Certo solo un grande scrittore poteva riuscire nel miracolo di chiamare le cose col loro nome, spingendosi fino alla descrizione realistica di un rapporto omosessuale, ma riuscendo contemporaneamente a mantenere un tono candido, innocente.
Scriverà Elsa Morante in una locandina con cui l’Einaudi accompagnerà l’uscita dell’opera:

Le stesse cose che altri, nel dirle, potrebbero rendere oscene, o ridicole, o sordide, si rivelano invece, dette da Saba nelle loro chiarezza reale, naturali e senza offesa. Lasciando limpida, alla fine della lettura, l’emozione degli affetti.




[1] M. Lavagetto, Conferme da Ernesto, «Nuovi Argomenti», LVIII, 1978, p. 50.
[2] M. Paino, La tentazione della leggerezza. Studio su Umberto Saba, cit.,  p.181.


[3] D. De Camilli, Da Umberto ad Ernesto, in Id., «Si pesa dopo morto» , «Rivista di letteratura italiana», XXVI, 1. p. 23-29.

[4] U. Saba, Tre poesia alla mia balia, in Id., Il Canzoniere,cit.., p.387.

[5] U. Saba, Tre poesia alla mia balia, in Id, Il Canzoniere, cit., p. 389.


[6] U. Saba, Città vecchia, in Id, Il Canzoniere, cit., p. 81.


[7] A. Cinquegrani, L’officina di Ernesto , in Id., Saba Extravagante, «Rivista di letteratura italiana», XXVI, 2-3, p. 410.

[8] F. Nietzsche, Frammenti postumi 1879-1881, in Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, traduzione di Mazzino Montinari e Ferruccio Masini, Milano, Adelphi, 1964, p. 274.

[9] R. Esposito, Per la psicoanalisi in “Ernesto”, in <<Critica letteraria>>, VI, 1978, pp 572.

[10] U. Saba, Glauco, in Id, Il Canzoniere, cit., p. 14.


[11] U. Saba, Amai, in Id, Il Canzoniere, cit., p. 516.


[12] U. Saba, Autobiografia, in Id, Il Canzoniere, cit., p. 254.

[13] R. Esposito, Per la psicoanalisi in “Ernesto”, cit., p 574.

[14] A. Daniele, Lingua e dialetto nell’Ernesto di Saba, in “Studi novecenteschi”, n. 16, 1977, p. 97.

[15] G. Mura, Il livello emozionale del discorso in Umberto Saba, in Id., Saba Extravagante, «Rivista di letteratura italiana», XXVI, 2-3, p. 240.


N.B.: Testo estratto da una tesi di laurea. Tutti i diritti riservati.