venerdì 30 giugno 2017

ARANCIA MECCANICA

Stanley Kubrick, 1971

Arancia meccanica è un film da vedere, guardare, ammirare tante volte, per averne una idea chiara, lucida e consapevole.
La prima visione può lasciare impressionati (positivamente o negativamente), ma sono la seconda e la terza che ci spalancheranno il mondo allegorico creato dal regista.

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un mondo di giovani che fanno tutto ciò che vogliono. Passano la notte in fumosi bar a bere latte drogato insieme alla classe borghese che va negli stessi posti per sentirsi viva davvero. I giovani si prendono il rispetto, afferrano il mondo degli anziani stappandoglielo dalle mani e spaccandogli i denti. I “drughi” si scontrano tra di loro per combattere guerre inutili di strada, molto simili alle guerre che si combattevano in quel periodo (Vietnam) e si combattono ancora oggi. Nessuna giustificazione anche minima alla base di tutta questa violenza, solo la certezza che non c'è più nulla in cui credere, niente da considerare tanto degno di rispetto da essere lasciato in pace.
I genitori sono ridotti a fantasmi, figure vuote che fingono di non vedere e di non sapere; muti, assenti, ormai morti dentro. Una lucida previsione di Kubrick, basta guardare ai padri ed alle madri di oggi, inconsapevoli di tutto ciò che fanno i figli, schiavi del lavoro e dell’apparenza.
Le nuove generazioni entrano nelle case della gente perbene: uomini che si sono chiusi nelle periferie per sfuggire alle città sordide create da loro stessi; fortini isolati nel deserto dell’indifferenza, ma non abbastanza sicuri da riuscire ad estraniarsi dalla società che li circonda. I giovani sfogano così la loro assurda rabbia pestando i bravi mariti, possedendo le gentili mogli, in una violenza insensata e senza alcuna giustificazione possibile.
Ma questi ragazzi non sono ignoranti: ascoltano la musica classica e si lasciano emozionare forse più degli studiosi "seri”. La assaporando nella loro essenza, evitando complicazioni e sproloqui. Da notare che Alex si arrabbia con uno dei suoi Drughi (e quanto gli costerà questo scontro) perché costui ha osato ridere di una donna che cantava amabilmente il suo caro Ludovico Van (Beethoven).
Alex non è né un frustrato né un debole: può conquistare due donne e portarsele a letto con una facilità incredibile.

Ma allora perché questa rabbia? Perché la violenza? Perché vivere senza futuro?

Stanley Kubrick, 1971  Arancia meccanica Un nichilismo estremo contraddistingue la filosofia di Kubrick. La cause sono infinite e trovano origine solo nella nostro passato storico. Ma la storia è ambientata in un imprecisato futuro, e dunque la critica può essere estesa al nostro presente. La società che privilegia la lotta, il liberismo più aggressivo possibile, la radicalizzazione politica, il dominio dell'apparenza, l'indifferenza dilagante, non può portare se non ad una sorta di lotta di tutti contro tutti. E allora Alex viene tradito proprio dai suoi fedeli, proprio nel momento in cui si macchia del delitto peggiore.

A questo punto sì che interviene la società e si attiva la precisa macchina statale. La punizione è l’unico atto che le istituzioni riescono effettivamente a compiere, imponendo un severo ordine all'interno delle prigioni, una disciplina ferrea che si inculca quando ormai non serve più, rinunciando totalmente a modificare il delirio che regna al di fuori del carcere.

Si apre la seconda parte del film, caratterizzata dalla “Cura Ludovico”.
Cura LudovicoLa cura viene paragonata al mito Platonico della caverna: come gli uomini costretti ad imparare la vita solo dalla proiezione delle ombre risultando poi incapaci di interagire e sopravvivere in essa, così Alex osserva la stessa violenza da lui ben conosciuta, ma tutto ciò non gli darà la salvezza. Come afferma il prete “costui ha perso il libero arbitrio”, non ha smesso di fare il male perché lo desidera consapevolmente, ma perché teme le conseguenze delle sue azioni(idea molto vicina alla  devozione Erasmiana, ma anche alla filosofia di Giordano Bruno). Il prete è l’unico che ha capito quando sia importante la volontà, al di là di ogni costrizione.
Si può aggiungere anche un’altra considerazione: le immagini che Alex vede sono delle scene di violenza terribili, certo, ma in se stesse non possono provocare la violenza. Una persona normale proverebbe orrore per Hitler, si interesserebbe alla trama dei film, si indignerebbe per la crudeltà compiuta su una donna. Nessuno inizierebbe a compiere il male dopo quelle visioni, così come nessuno “guarirebbe” dopo averle viste. Il regista critica ogni forma di censura delle immagini, perché da esse non si può che ottenere una rappresentazione della realtà; lo stesso film Arancia Meccanica è una rappresentazione della violenza come quella che vede il giovane, ma non la si deve censurare, perché in essa bisogna cogliere la carica conoscitiva e critica, senza additarla come causa del male nel mondo, da ricercare invece nella società che sta ben fuori dallo schermo.
Addirittura la cura finisce per distruggere anche quel poco di “poetico” che regna nell’animo di Alex. La musica del Ludovico Van accompagna le scene di violenza e, come queste, diventa un veleno per la giovane cavia. La censura indiscriminata travolge tutto, anche il bambino viene gettato insieme all’acqua sporca.
Forse è proprio questo il progetto delle classi dirigenti di ogni tempo: mantenere la società nel caos, punire severamente chi sbaglia, privarlo della volontà per poi farne un perfetto soldatino obbediente.

Inutile dire che la cura fallisce.
La vendetta delle ex-vittime è un ulteriore segno del degrado morale, un'altra conseguenza voluta dalle élite dominanti.
Alex stringe la mano del Ministro, illuminato dai flash dei fotografi che sigillano il suo ritorno in società. Il viso si allarga in un sorriso che lentamente trasfigura in un ghigno: nella sua mente ritornano immagini di lussuria sfrenata e violenza, ma stavolta c’è tutta la società ad applaudirlo, riprendendolo tra le sue braccia e tenendolo stretto, come una anomalia che si deve accettare per il mantenimento dello status quo.
Strumentalizzato per l’ennesima volta e quasi amato per la sua follia. Va bene tutto, anche che torni a far del male, purché non diventi davvero un cittadino consapevole.

“Ero guarito. Eccome!”

Particolarità:

Rossini e Beethoven guidano la trama, ma la scelta della musica è sempre perfetta in ogni declinazione.
I Drughi parlano in Nadsat, lingua ideata da Burgess, autore del romanzo; è un misto di inglese basso e russo.
Il titolo del film si spiega solo con questa lingua: Orange significa uomo, quindi si sottintende che l’essere umano sia come una bomba pronta a scoppiare; lasciando intuire anche una sorta di “programmazione” al male.
Malcolm McDowell (Alex) rimase ferito alla cornea durante le riprese della cura Ludovico.

Premi:
 
Nastro d’Argento al miglior film straniero.

Nomination:

Quattro nomination Oscar ( Miglior film, regia, montaggio sceneggiatura non originale).
Sette nomination BAFTA.

Tre nomination Golden Globe.

Ebbene sì, nemmeno un Oscar, ed in generale pochissimi premi. Il miglior film e la miglior sceneggiatura andarono a Il braccio violento della legge (meglio osannare chi sponsorizza davvero la violenza).
Nessun premio per le musiche (!) .

martedì 13 giugno 2017

IL COOPERATIVE LEARNING

La necessità del cooperative learning per la scuola di oggi
La necessaria e doverosa apertura del sistema educativo ad un numero sempre maggiore di persone ha comportato l’insorgere di una serie di problemi, prima assenti o latenti, all’interno del sistema scolastico italiano. La scuola, primario contesto di formazione ed educazione extra-familiare, deve portare avanti la sua missione attraverso mille difficoltà, stretta tra i tagli degli ultimi anni, la disillusione delle famiglie riguardo alle potenzialità del sistema educativo, la condizione disagiata di un gran numero di studenti, provenienti da situazioni familiari tutt’altro che rosee o trascinati verso la solitudine e l’apatia comunicativa proprio da quei mezzi di comunicazione moderni che invece apparentemente hanno unito il mondo.  All’interno della scuola i giovani sperimentano le difficoltà e i rapporti interpersonali che una volta maturi dovranno affrontare in maniera diretta, accumulando un bagaglio di conoscenze teoriche ed esperienze relazionali decisive per la loro formazione umana e professionale.
La società che li aspetta al termine del corso di studi si presenta sempre più complessa e mutevole, attraversata da crisi di valori e di identità, troppo veloce per poter prestare attenzione a chi resta un passo indietro. Per ovviare al crescente disagio scolastico ed alla necessità di un formazione completa ed integrata dell’individuo, dunque, il sistema scolastico deve cercare di sperimentare strategie nuove, tra le quali spicca l’apprendimento cooperativo, funzionale all'acquisizione delle necessarie conoscenze teoriche, delle competenze professionali e delle capacità relazionali indispensabili al giorno d’oggi. Ricerche ed esperienze di livello internazionale dimostrano come il cooperative learning faciliti l’apprendimento linguistico, contribuisca a sviluppare il senso di identità ed appartenenza comunitaria, si presti ottimamente quale strumento didattico in quei contesti caratterizzati da abbandono e dispersione scolastica, stimoli lo sviluppo cognitivo e metacognitivo ed infine concorra alla formazione di una coscienza democratica e di una cittadinanza attiva.  
Il cooperative learning si basa sulla condivisione di esperienze, sull’individuazione di pratiche negoziate e sull’aiuto reciproco, superando l’idea comportamentista la quale considerava l’apprendimento come una pratica sostanzialmente di tipo individuale. 


Origini del cooperative learning e basi teoriche

Per trovare le origini remote del cooperative learning potremmo risalire addirittura ad Aristotele, convinto sostenitore del lavoro di gruppo, metodo che egli considerava superiore alla genialità del singolo e conseguenza necessaria della vita associata ai quali gli individui non possono sfuggire per la natura sociale propria dell’uomo. All’interno delle regole della Ratio Studiorum dei Gesuiti, inoltre, erano previste numerose occasioni di discussione tra pari, come ad esempio nel caso della concertatio, disputa tra gruppi moderata da un docente.
Le origini proprie del metodo cooperativo sono state individuate nel sistema del mutuo insegnamento di Andrew Bell, prete anglicano e pedagogo attivo a cavallo tra il ‘700 e l’800. Il modello verrà codificato nel corso degli anni Trenta del ‘900 negli Usa, in seguito alla crisi economica del 1929, quando fu avvertita l’esigenza di riformare l’insegnamento al fine di promuovere lo sviluppo sociale e democratico del paese. Il valore del metodo cooperativo verrà sostenuto in contemporanea dal pedagogista  John Dewey, fautore dell’apprendimento di gruppo per obiettivi cognitivi ma soprattutto per favorire la maturazione di un’identità sociale, e dallo psicologo Kurt Lewin, teorico della ricerca-azione. Successivamente numerose riflessioni teoriche attribuirono sempre maggiore importanza alle modalità di apprendimento legate alle dinamiche di gruppo rispetto a quelle centrate sulla figura dell’insegnante.
Secondo Vygotskij il confronto tra pari permette al soggetto in formazione di individuare la propria zona di “sviluppo prossimale”, ossia la distanza tra il livello attuale di sviluppo e quello potenzialmente raggiungibile; sempre Vygotskij sostenne l’importanza del lavoro cooperativo come metodo per interiorizzare il sapere, ovvero per collegarlo ad elementi di conoscenza già sedimentati all’interno dell’individuo e  tale procedura non era riferita solo agli aspetti cognitivi, ma anche alla conoscenza della vita sociale umana.
Anche il modello delle intelligenze multiple di Gardner può essere utilizzato come base teorica con la quale strutturare un percorso formativo fondato sull’educazione cooperativa. Gardner individua nove intelligenze possedute con diverse intensità da ogni persona, alcuni possiedono livelli alti in tutte o quasi tutte le intelligenze, altri, invece, hanno sviluppato in modo peculiare solo talune di esse. Il lavoro cooperativo può mettere in relazione individui caratterizzati da alti livelli di sviluppo in differenti intelligenze, permettendo così un processo di interazione sinergica in vista di una piena realizzazione personale.

 Alla base del cooperative learning ci sono alcuni concetti fondamentali da tener presente:
-Interdipendenza positiva: è presente quando un persona percepisce di essere legata ad altre per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Essa è oggettiva quando l’attività prevede una cooperazione necessaria tra più membri, mentre si definisce soggettiva quando è percepita individualmente dai componenti del gruppo. Può accadere, infatti, che una persona si trovi in un contesto di interdipendenza oggettiva, ma non la percepisca a livello soggettivo, in questo caso il docente deve saldare la compattezza del gruppo attraverso l’individuazione di obiettivi comuni, divisione dei compiti, condivisione di risorse e ricompense di gruppo.
-Interazione promozionale: Per raggiungere un obiettivo comune non è necessario solo un rapporto di interdipendenza, ma deve essere attivo anche un rapporto di partecipazione, reso palese dal riconoscimento di pregi e difetti, da apprezzamenti reciproci e da incoraggiamenti.  
-  Competenze sociali: Per far si che un gruppo funzioni in maniera corretta è necessario che i suoi membri sviluppino una serie di competenze, inquadrate in cinque categorie: competenze comunicative, competenze di leadership, competenza della soluzione negoziata dei conflitti, competenza della soluzione dei problemi, competenze nel prendere decisioni. Perché il lavoro sia produttivo, queste competenze non devono essere possedute pienamente a priori, ma è necessario che si sviluppino pienamente laddove siano carenti o assenti.
-Responsabilità individuale: Contrariamente a quanto si possa pensare l’apprendimento cooperativo non annulla il soggetto da un punto vista della responsabilità, anzi, costringe i singoli membri a sentirsi responsabili non solo rispetto all’obiettivo da raggiungere, ma in particolar modo nei confronti degli altri appartenenti al gruppo, dato che ad ognuno è affidato un compito preciso da cui dipendono le sorti dell’intero sistema.

-Revisione e controllo del comportamento del gruppo: Il controllo deve essere effettuato non solo al termine del compito svolto, ma soprattutto in itinere, per far si che si possa ovviare ad eventuali carenze o errori in modo rapido ed efficace, prima che l’obiettivo finale sia compromesso.

All’interno del cooperative learning le possibili strategie didattiche sono state divise in tre categorie: strategia parallela, strategia sequenziale e strategia della reciprocità. Queste tre strategie non si escludono a vicenda, ma possono sussistere in modo alterno a seconda delle esigenze: la strategia parallela prevede il lavoro autonomo di ogni singolo componente su una parte specifica del progetto; la strategia sequenziale prevede che ogni componente del gruppo agisca sul prodotto semilavorato, cosicché a turno tutti i membri daranno il loro contributo in sequenza; infine  la strategia reciproca prevede il lavoro di tutti i componenti del gruppo in modo interdipendente e contemporaneo su ogni parte del lavoro complessivo.
Il docente ha il compito di guidare il lavoro del gruppo ed assume, quindi, il ruolo del moderatore, liberando la propria figura da una eccessiva autorità e le sue azioni non sono finalizzate alla trasmissione del sapere, bensì alla facilitazione delle attività di gruppo. Il docente interviene solo in caso di necessità e le sue critiche non sono destinate ai singoli, ma ha il dovere di censurare le azioni scorrette in relazione ai risultati negativi che possono ricadere su tutto il gruppo. Il compito dell’insegnante è anche quello di attribuire i ruoli ai singoli studenti, dotandoli così di autonomia, ma soprattutto di responsabilità in base al proprio compito. E’ importante applicare la rotazione dei ruoli, per evitare cristallizzazioni all’interno dei gruppi e per far si che il singolo sviluppi differenti abilità e competenze impersonando funzioni diverse, comprese quelle più distanti dalla sua personalità.
I ruoli potenziali che possono essere assunti sono in totale cinque:
-moderatore del gruppo: è responsabile del clima all’interno del gruppo, mantiene vivo il livello di partecipazione di tutti, sdrammatizza i conflitti e stimola i partecipanti in caso di bisogno; il moderatore deve essere capace di prevenire e sanare i contrasti e saper analizzare costantemente le dinamiche all’interno del gruppo per evitare scontri.
-relatore: è il portavoce ed interagisce con l’esterno a nome di tutti, deve possedere capacità di comunicazione, saper fronteggiare domande improvvise ed essere in grado di sintetizzare il prodotto collettivo senza sminuirlo, anzi, deve cercare di dar risalto ai punti di forza dell’insieme.
-memoria: è colui che redige il resoconto del gruppo, sia nel corso dell’attività che alla fine; deve riuscire a far risaltare i risultati e sintetizzarli in maniera precisa collaborando con il relatore.
-orientato al compito: è colui che focalizza l’attenzione di tutti sul risultato finale, fa periodicamente il punto della situazione e controlla il rispetto dei tempi, richiamando all’ordine i componenti del gruppo in caso di divagazioni o confusione.
-osservatore: è la figura con più responsabilità in quanto deve accertarsi che ognuno partecipi in modo adeguato al compito e rispetti il ruolo assegnato; insieme al relatore comunica all’esterno i risultati ed anche il modo con cui sono stati raggiunti.

Per valutare le dinamiche relazionali all’interno della classe l’insegnante può servirsi di metodi di osservazione diretta ed indiretta, in quest’ultima categoria rientra il cosiddetto “Sociogramma di Moreno”: si tratta di un test sociometrico finalizzato all’individuazione della mappa delle relazioni e all’identificazione dello stato sociale dei singoli all’interno del gruppo. Attraverso un questionario si interrogano gli studenti sulle loro preferenze all’interno della classe e l’insegnante può scegliere se analizzare le dinamiche affettive, l’organizzazione gerarchica del gruppo-classe o le preferenze nello studio. Con i dati raccolti si realizza una mappa sociometrica attraverso la quale è possibile estrapolare un quadro completo delle preferenze ottenute dai singoli alunni, individuando così i leader o coloro che invece sono tenuti ai margini in uno o più dei tre aspetti precedentemente elencati.