venerdì 18 agosto 2017

NOBEL ITALIANI PER LA LETTERATURA


In oltre cento anni di storia il nostro paese è stato premiato per sei volte con il Nobel per la letteratura. 
Pochi, direte voi?
In effetti sì, se guardiamo alla Francia che quasi ci triplica, e a Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Svezia che ci precedono in classifica, mentre Spagna e Russia (compresi i premi assegnati quando era Urss) lottano punto a punto con il Bel paese.
Certo, non si tratta di un torneo sportivo e non bisogna dimenticare le dinamiche storico-politiche che talvolta influenzano l'assegnazione dell'ambito premio.
Passiamo in rapida rassegna i nostri vincitori, anticipando che alcuni di loro sono finiti (quasi) nel dimenticatoio, sia per quanto riguarda i manuali scolastici che nella memoria collettiva.

Giosuè Carducci - 1906

Motivazione:

“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica.”

Nato a Valdicastello di Pietrasanta nel 1835, il Carducci si è formato attraverso lo studio dei classici e osservando il paesaggio tipico della sua terra natia. In gioventù fu "scudiero dei classici", un pedante difensore della tradizione ed anche della classicità moderna (Foscolo, Leopardi...); negli anni del Risorgimento fu giacobino e repubblicano, legato anche alla massoneria, affascinato dal socialismo e dalle idee mazziniane, mentre per la Chiesa dimostrava quasi odio; il periodo successivo fu segnato da una sorta di "ritorno all'ordine", da un accumularsi di tematiche intime e storiche, mentre politicamente fioccavano le critiche alla sinistra, avvicinandosi a Crispi ed alla monarchia; gli ultimi anni segnano il trionfo del "poeta vate", guida retorica e spirituale degli italiani, sebbene le liriche di fine secolo abbiano fatto intravedere inquietudini romantiche.
Tra le opere principali ricordiamo Juvenilia, Levia Gravia, l'Inno a Satana, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi. Fu anche critico e gran prosatore.
Si spense a Bologna nel 1907.
Un tempo veniva studiato a menadito, dalle elementari dove le poesie erano imparate a memoria fino all'università che contavano corsi interamente su di lui. Oggi, al di là di qualche pagina di raccordo nei manuali, è messo in secondo piano rispetto a Pascoli e D'Annunzio, sebbene la sua attività poetica abbia influenzato profondamente i successori: dagli esperimenti sulla versificazione al culto della parola isolata, dalla carica visionaria alla classicità moderna, il tutto mantenendo sempre un forte impegno ed una robustezza formale.

Grazia Deledda - 1926

Motivazione:

“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.”

Nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936, l'autrice rimase sempre legata emotivamente e letterariamente alla sua Sardegna.
Fu verista quasi per istinto, ma le sue opere trasudano di un decadentismo molto personale ed intrigante. Il realismo, infatti, non sfocia in analisi sociali o economiche, ma segue il flusso dell'animo attraverso un'isola narrata come sentimento spirituale, più che come luogo fisico. I romanzi della Deledda vedono sempre incombere una sorta di colpa primitiva da scontare nella vita, con una passione per le proprie origini che non tralascia l'aspetto doloroso della vita.
E' il caso dell'opera più nota, Canne al vento, storia familiare tutt'altro che tradizionale vista la presenza di esseri mitici, omicidi, ritorni e punizioni esemplari, il tutto concluso da una pace affatto rassicurante.
Conosciuta forse più all'estero che in Italia, ancora oggi viene praticamente ignorata a scuola ed affrontata in maniera rapida e sommaria all'università.


Luigi Pirandello - 1934

Motivazione:

“Per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale.”

Nato a Girgenti (Agrigento) nel 1867, morto a Roma nel '36,  come l'autrice precedente è sempre rimasto molto legato alla sua terra, sebbene la grandezza intellettuale lo abbia reso un intellettuale globale. I primi scritti letterari (anche poetici, sebbene le sue liriche non si studino praticamente mai) sono dunque legati alla Sicilia più folklorica, mentre figure come quelle dell'inetto e conflitti familiari fanno intravedere già tematiche universali. Gli anni a cavallo tra i due secoli sono segnati dalla coscienza della crisi e dal relativismo antipositivista, il tutto frutto anche di una situazione economica e familiare non rosea. Nei primi 15 anni del '900 si consuma l'approccio umoristico, non solamente letterario ma filosofico, con una predilezione per novelle e romanzi che pian piano lascia spazio al teatro. Ed infatti il periodo del primo dopoguerra è segnato da una profonda riflessione sul genere, mentre le sue opere gli consegnano fama internazionale e successi in patria, anche grazie alla vicinanza al fascismo, mai amato, tuttavia, e più avanti criticato. L'ultimo decennio vede tornare la presenza di tematiche surreali legate all'inconscio, mentre l'amore per l'arte sembra dare un nuovo ruolo agli intellettuali, anche in tempi di disfacimento storico e crisi di significati.
Ricordiamo le opere principali: Il fu Mattia Pascal, Si gira, Uno, nessuno e centomila, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d'autore...
Non c'è spazio solo per citare tutte le opere più importanti e non basterebbero cento pagine per riassumere la sua grandezza intellettuale. Giustamente è uno degli autori più affrontati a scuola ed in ambito accademico.


Salvatore Quasimodo - 1959

Motivazione:

“Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.

Nato a Modica nel 1901 e morto a Napoli nel 1968, il suo nome è legato a due diversi momenti delle letteratura contemporanea. In una prima fase fu ermetico, uno dei maggiori autori di tale corrente, legato al concetto di poesia come valore superiore, come mezzo per recuperare l'origine mitica perduta, il tutto adornato da una musicalità dei versi e da procedimenti analogici che tendono a mettere in secondo piano i temi. La storia, invece, torna prepotentemente protagonista durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'ideologia e l'impegno non sono più visti come un'alternativa, ma come l'unico orizzonte possibile. In questa fase i versi diventano più lunghi, le tematiche concrete, si passa dall'io al mondo, cercando di affrontare problemi legati alla contemporaneità.
La prima fase è segnata da opere come Acque e terre, Oboe sommerso, mentre Giorno dopo giorno è la raccolta più importante del dopoguerra.
A scuola viene sommariamente trattato tenendo presente questi due momenti, quasi sempre si contrappongono le liriche Ed è subito sera e Alle fronde dei salici per inquadrare le differenze tra prima e dopo. In ambito universitario non si va molto più in là.

Eugenio Montale - 1975

Motivazione:

"Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni.”

Altro Nobel tutt'altro che dimentica, come Pirandello. Nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981, l'evoluzione della sua poetica si può seguire passando in rassegna le raccolte.
Con Ossi di seppia ('25) siamo nella fase iniziale, quando si contrappongono ancora terra e mare, mondo ed esilio, presa di coscienza e fuga. E' un romanzo di formazione in chiave poetica, segnato da uno stile arido che indica già il trionfare del momento negativo, seppure la ricerca di una energia morale permanga ancora come speranza e come fede nella letteratura.
Le occasioni ('39) esplorano questa possibilità. La cultura è vista come possibile via di fuga dai drammi storici ed esistenziali, ma nulla può dinnanzi all'orrore della guerra imminente. Lo stile si fa più alto, quasi a voler trovare un risarcimento al caos del mondo; la donna Clizia è il simbolo di tale dualismo, seppure nelle liriche finali il suo disfacimento segni ormai la sconfitta.
La bufera ed altro ('56) ha già nel titolo la perdita della speranza. Tra i drammi privati (la morte di Mosca) e pubblici (la disillusione sul mondo "liberato") si snoda un cammino che parte dalla precedente allegoria salvifica e finisce per trovare spazio solo nel passato intimo oppure nel presente "umile", nel "basso" della vita concreta, rappresentata dalla donna Volpe e da animali come l'anguilla.
Il successivo silenzio poetico è una naturale conseguenza di ciò, mentre opere in prosa come Farfalle di Dinard, e saggi quali Nel nostro tempo analizzano l'isolamento come una via possibile.
Satura ('71), dunque, non può che riproporre la poesia come plurilinguismo, come prosastico rassegnarsi, come alluvione globale e parodia delle letteratura passata (anche autoparodia) che ha molti legami con il postmoderno, mentre gli unici momenti di commozione sono confinati nel ricordo della moglie.
Il carattere diaristico sarà mantenuto nelle raccolte successive.
Questa parabola complessa spesso è ignorata in ambito scolastico, ed infatti si studiano soprattutto le poesie della prima raccolta. All'università di va maggiormente in profondità, con un'attenzione per l'ultimo Montale che sta aumentando sempre più.


Dario Fo - 1997

Motivazione:

“Seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Nato a Sangiano nel 1926, morto a Milano nel 2016, l'ultimo Nobel italiano viene praticamente ignorato a scuola, aggiungiamo anche colpevolmente, mentre gli accademici risultano ancora divisi, anche se non soprattutto per ragioni politiche ed ideologiche. C'è chi non lo considera nemmeno degno di essere contemplato dai manuali, mentre altri lo adorano acriticamente.
La sua attività creativa dovette scontrarsi sa subito con critiche e censure, anche per la carica satirica evidente in opere come Mistero buffo. Morte accidentale di un anarchico, poi, segna un maggiore impegno politico, ma sempre condito da ironia pungente e "follia" sapientemente studiata.
Il papa e la strega mantiene ancora il legame con l'attualità, in questo caso riferita alle ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana.
La gigantesca produzione di Fo manterrà sempre viva questa dualità: ironia e attivismo, anche a costo di veder eccedere l'uno o l'altro polo, con un'energia incredibile che lo vedrà in scena praticamente fino agli ultimi giorni.



martedì 8 agosto 2017

DON LORENZO MILANI E LA SCUOLA DI BARBIANA



Don Lorenzo Milani fu trasferito nella parrocchia di Barbiana nel 1954 in seguito ad uno scontro con il cardinale di Firenze, tuttavia, sebbene costretto ad una sorta di confino, il sacerdote quarantenne non si perse d’animo, ma diede il via ad una particolare esperienza educativa,  successivamente nota come “Scuola di Barbiana”, che continuerà a portare avanti fino alla morte avvenuta nel 1967. Le attività didattiche duravano tutto l’anno, ogni giorno della settimana e durante il dì si mescolavano con i lavori tipici della campagna. Il programma didattico non aveva un cursus preciso, ma veniva costantemente rimodellato dal confronto tra insegnante ed allievi, non tralasciando di affrontare questioni politiche e sociali scomode (anche attraverso la lettura del giornale), le quali portarono a numerosi attacchi sia da parte del mondo ecclesiastico che da quello laico. L’insegnamento della lingua italiana aveva una grande importanza, ma non era dimenticato lo studio delle lingue straniere, fondamentale  per allargare l’orizzonte culturale ed umano degli allievi. I ragazzi più grandi insegnavano a quelli più piccoli e tutto il processo formativo veniva condiviso dalla comunità, a partire da una sorta di innovativo laboratorio di scrittura.  

All’interno di questa particolare esperienza educativa è possibile individuare una serie di principi fondamentali: il primo, riassunto dal motto “I care” (mi sta a cuore), sintetizza il bisogno di aver cura per le altre persone, ma in maniera autentica e disinteressata e non con finzione o pregiudizi; l’insegnamento di Don Milani metteva al primo posto la parola, quindi le capacità e le conoscenze linguistiche, ritenute fondamentali per far sì che gli studenti diventassero dei veri cittadini e non fossero costretti a delegare ad altri l’espressione delle proprie richieste; basilare è anche il concetto di cooperazione, intesa come lavoro di gruppo, ma anche scambio reciproco tra discente e docente; il fine dell’educazione deve essere il sapere, ma non quello egoistico, bensì il sapere comune, da condividere con gli altri e avente come obiettivo la conoscenza dell’altro.  
Un sorta di manifesto della scuola può essere considerato il libro Lettera ad una professoressa, scritto in collaborazione tra maestro ed alunni. L’opera lanciò una forte protesta contro l’istruzione pubblica di allora, accusata di voler mantenere lo status quo sociale penalizzando i ragazzi più bisognosi e favorendo coloro che avevano alle spalle una famiglia ricca, vanificando così la riforma che aveva portato alla scuola media unificata. Era messo sotto accusa anche il sistema dei programmi, antiquati e nozionistici, destinati a formare una conoscenza che ben poco poteva essere utile ai giovani; Don Milani ed i suoi ragazzi, invece, desideravano una scuola di vita, capace di formare i gli studenti in vista di un loro inserimento sociale. Un altro atto di accusa era indirizzato alla valutazione,considerata discriminatoria e non adeguata a distinguere le differenti basi sociali e culturali dalle quali partivano gli studenti. Non vennero risparmiati gli stessi docenti, artefici di un disimpegno morale che sviliva la loro professionalità e condannava gli alunni più fragili.
La lettera non si presentava come un atto di accusa vago e retorico, ma accompagnava ogni sua denuncia con dati e grafici precisi, tesi a dimostrare come la dispersione scolastica fosse proporzionale al livello sociale delle famiglie di appartenenza dei ragazzi. Oltre alla critiche erano presenti anche proposte finalizzate al miglioramento del sistema scolastico: si richiedeva di non bocciare, puntando invece al recupero più che alla censura delle difficoltà; si sottolineava la necessità del tempo pieno, soprattutto per gli studenti con carenze e si ribadiva continuamente la necessità di formare i ragazzi non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche umano e sociale.
A mio parere la scuola di Barbiana ha avuto un ruolo fondamentale nel cambiare il nostro sistema dell’istruzione. Grazie a quella esperienza la scuola ha iniziato a modificare i propri obiettivi, trasformandosi in un sistema di inclusione piuttosto che di selezione. Si è cominciato a riflettere sulla necessità di formare cittadini consapevoli ed autonomi, non puntando soltanto alle acquisizioni nozionistiche. Un’innovazione a mio giudizio fondamentale è stata quella di mettere al centro del curriculum scolastico l’insegnamento delle lingue straniere, requisito oggi scontato fin dalle elementari, ma allora tutt’altro che attuale. Anche l’idea del tempo pieno è stata un’innovazione successivamente ripresa all’interno del sistema scolastico, sia per migliorare l’apprendimento degli studenti sia per venire incontro alle nuove esigenze dei genitori.
Per quanto riguarda le mie materie di insegnamento, credo che Don Milani abbia contribuito al mutamento di rotta dell’istruzione linguistica, spingendo quest’ultima ad un’apertura maggiore rispetto ai diversi codici linguistici e  incrementando l’attenzione nei confronti dei fenomeni locali, coniugando il tutto con una pratica costante e varia. Dal punto di vista della Storia e dell’Educazione civica la scuola di Barbiana contribuì ad incrementare lo studio degli avvenimenti attuali, prestando attenzione ai cambiamenti sociali e politici in atto, attraverso la lettura del giornale in classe e portando avanti dibattiti collettivi.
Certo non tutte le innovazioni di Don Milani hanno avuto lo stesso seguito ed alcune peculiarità della sua scuola furono strettamente legate al contesto e, dunque, irripetibili, tuttavia il contributo che diede ai mutamenti dell’istruzione è stato enorme, non a caso oggi si tende a collegare la scuola di Barbiana con il successivo movimento del ’68, non soltanto in virtù di un legame temporale, ma soprattutto per alcune idee comuni e l’affine carica rivoluzionaria.